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Nomi e identità divine

La “novità” del roveto ardente

Il nostro percorso sull’onomastica biblica si fa sempre più intrigante man mano che coinvolge il problema del nome di Dio. Nel nostro ultimo appuntamento (link articolo: Quanto potere in un nome) ci sembrava di essere pervenuti ad un punto fermo: Dio non ha bisogno di un nome. Questa idea però pare scontrarsi con quanto emerge dalla Scrittura stessa, in cui indubbiamente Dio ha un nome (CCC n. 203) e lo ha rivelato Egli stesso al suo popolo. In quale occasione? La risposta sembrerebbe piuttosto ovvia: quando ha parlato a Mosè dal roveto ardente. Ma la questione è molto più complicata di quanto possa sembrare.

Come abbiamo detto, la questione del nome di Dio affonda le sue radici nella cultura politeista, sulla quale, con grandi difficoltà e in tempi molto lunghi, si è innestata la novità del monoteismo. L’Antico Testamento reca tracce di questo passaggio affatto indolore anche nei nomi che di volta in volta gli autori assegnano a Dio.

Uno dei termini più frequentemente adoperati nella Scrittura per indicare Dio è el / ‘elhoim. Si tratta evidentemente di un nome comune, con il quale si suole indicare l’essere divino distinto dall’essere umano (cf. per es. «tu sei un uomo [adam], non un dio [‘el]», Ez 28,2; «‘el non è un uomo, da poter mentire», Nm 23,19). Il termine può essere a sua volta precisato tramite l’attributo eljon (da ’al = “altezza”, con valore di superlativo) così da significare «il Dio Altissimo» o «il Superiore» per antonomasia. Sembra che con questa definizione si designasse una divinità pre-israelitica o comunque un’idea di Dio cronologicamente precedente all’idea di YHWH, di cui restano tracce in alcuni passi veterotestamentari. Tra questi i più interessanti mi sembrano Gn 14,18 e Dt 32,8-9. Dal primo si deduce l’esistenza di un culto di ‘El-Eljon (= il Dio Altissimo) a Gerusalemme verso la metà del II millennio a.C.; suo sacerdote era Melchisedek, re di Salem. Il secondo sembrerebbe attestare l’esistenza di un pantheon, all’interno del quale v’erano un dio altissimo (‘Eljon) e una divinità di nome YHWH, distinta dalla prima e a lei inferiore, la quale da ‘El ricevette come parte di eredità il popolo di Israele: «Quando l’Altissimo [‘Eljon] divideva i popoli, quando disperdeva i figli dell’uomo, egli stabilì i confini delle genti secondo il numero degli Israeliti. Perché porzione di YHWH è il suo popolo, Giacobbe è sua eredità» (Dt 32,8-9).

Con il passare del tempo, YHWH prevalse e si impose come divinità unica, assorbendo poco a poco i caratteri delle altre. Particolarmente interessante e utile ad attestare questo passaggio mi pare il Ps 91,1-2, nel quale un fedele, in precedenza devoto a ‘Elion Shaddaj (= l’Altissimo Onnipotente), è invitato (forse dal sacerdote) a rivolgersi a YHWH, riconoscendolo come suo Dio, dal quale avrà garantite accoglienza e protezione: «Tu che abiti al riparo dell’Altissimo [‘Eljon] e dimori all’ombra dell’Onnipotente [Shaddaj], di’ a YHWH: “Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido”. Egli ti libererà dal laccio del cacciatore ecc.». ‘Eljon ed ‘elohim divennero attributi di YHWH, che era così qualificato come il Dio supremo. Questo YHWH, che in origine doveva essere solo una delle divinità di un pantheon divenuta poi l’unica divinità riconosciuta dal popolo di Israele, era un dio straniero. La patria originaria del culto di YHWH pare essere la penisola del SinaiJHWH è venuto dal Sinai», Dt 33,2); solo più tardi egli avrebbe fissato la sua dimora sul molte Sion.

Non avendo in questa sede l’opportunità di approfondire ulteriormente il problema storico-teologico del passaggio dal monoteismo al politeismo in Israele, si accontenti il lettore di questi pochi spunti che non abbiamo voluto trascurare perché ci paiono utili al nostro scopo. Oltre a queste poche notizie, ci interessa ancora sapere che il nome di YHWH non è entrato nella tradizione israelitica prima del 1200 a.C., epoca pressapoco corrispondente all’esodo del popolo di Israele dall’Egitto e ai fatti di cui fu protagonista Mosé. Egli è in effetti il primo a presentarsi come il profeta di YHWH. Esaminiamo allora un po’ meglio il famoso passo della chiamata di Mosè (Es 3), e vediamo cosa ha da dirci a riguardo.

Pascolando il gregge di Jetro, Mosé giunge sul monte Oreb, dove la sua attenzione è catturata dalla vista di un roveto che arde senza mai consumarsi. Incuriosito, il pastore si avvicina e vive il suo stupefacente incontro con il Signore, che si presenta a lui come

«il Dio di suo padre, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe» (Es 3,6).

L’esegeta più affidabile e veridico che sia mai esistito sulla terra, Gesù di Nazaret, ha spiegato che con questa espressione il Signore si presentava come “il Dio dei vivi” («non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: “Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi», Mt 22,31-32). Diceva questo per dimostrare ai sadducei la verità della risurrezione. Ma assieme a ciò, Egli attesta che, tramite quelle parole, Dio si presentava come Colui che si era manifestato nel passato (ad Abramo, Isacco e Giacobbe) e continuava a farlo nel presente (con Mosé), come il Dio che vive e che è e che si manifesta nell’eternità.

Questa rassicurazione sembra sul momento bastare. Ma non appena Dio comunica a Mosé la missione che Egli desidera affidargli, il pastore pone subito un interrogativo:

«Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: “Come si chiama?” E io che cosa risponderò loro?». Il Signore disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» (Es 3,13-14).

 

Mosé immagina che gli Israeliti possano non accontentarsi di sapere che egli è un inviato del Dio dei loro padri, e che vogliano sapere il nome esatto di Colui che lo ha mandato. A questa obiezione, il Signore si presenta con parole nuove:

’ehəyeh ’ăšer ’ehəyeh, Io-sono-colui-che-sono o Io-sono-ciò-che-sono o Io-sarò-colui-che-sarò.

L’espressione, infatti, è polivalente: il verbo utilizzato nel testo ebraico può essere inteso tanto con un presente (io sono), quanto con un imperfetto (io ero), quanto con un futuro (io sarò). Essa si potrebbe altrimenti rendere come «Io sono l’esistente»; similmente Io-sono (ebr. ’ehəyeh) equivale pressapoco a «l’esistente». Con questa espressione, dunque, il Signore sembra voler assicurare circa la sua esistenza (un’esistenza piena e perfetta) e presenza reale, eterna e senza tempo. Nel contesto specifico, essa pare particolarmente indicata a esprimere la natura ontologica e provvidenziale di Dio, quale Colui che è nell’eternità e per l’eternità e che è presente (ora come nel passato e nel futuro) in mezzo al suo popolo per salvarlo. A quanti profeti e inviati Dio ha infuso coraggio assicurando: «Io sono/sarò con te»! (cf. per es. Es 3,12; Gios 1,5; Ps 73,23; Is 41,10 e 43,2; Ger 1,8; Lc 1,28)

Ma continuiamo nella lettura.

Dio comandò ancora a Mosé: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione» (Es 3,15).

 

In questo versetto, Dio dichiara di avere un nome, e con questo nome egli sarà ricordato per sempre, di generazione in generazione. Si tratta del cosiddetto tetragramma: YHWH (יְהוָֽה). Non tenterò neppure di affrontare la spinosissima questione della pronuncia. Restiamo solo sulla questione del nome, già di per sé incredibilmente complessa e misteriosa. Sappiamo che questo nome ineffabile non era mai pronunicato dagli Ebrei, che per rispetto, anche nella lettura del testo biblico, lo sostituivano con Adhonay (= “Signore, mio Padrone”), da cui Kyrios nella Settanta e Signore nella traduzione italiana. Solo il sommo sacerdote, una volta l’anno, in occasione dell’espiazione dei peccati di Israele (Kippur), invocava quel nome dopo aver asperso con il sangue del sacrificio il propiziatorio del Santo dei Santi, il luogo della presenza di Dio. Giuseppe Flavio (I d.C.) racconta che in un’altra occasione, l’urgenza di invocare l’assistenza e la protezione del Signore contro i Romani che attaccavano il Tempio spinse gli ebrei a invocare il minaccioso nome di Dio; ma si rifiuta di trasmettere quel nome al lettore, un lettore prevalentemente Romano e pagano, da cui il nome di Dio doveva essere preservato.

Ora, se volessimo reintegrare il tetragramma nel passo sopra citato, esso suonerebbe così: «Dirai agli Israeliti: YHWH, il Dio [‘Elohim] dei vostri padri … mi ha mandato a voi». Qualche capitolo più avanti, il Signore conferma questa sua identità, dicendo (reintegriamo anche qui il tetragramma al posto di Adonay/Kyrios):

«Io sono YHWH! Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio Onnipotente [‘El-Shaddaj], ma con il nome di YHWH non mi sono manifestato a loro» (Es 6,2-3).

 

È rimarcata in questa frase la differenza tra il nome con cui il Signore si era presentato ai tre patriarchi e quello con cui si presenta oggi a Mosé e agli Israeliti schiavi in Egitto: ai primi egli si era presentato come il Dio Onnipotente (= El-Shaddai; cf. Gn 19,1: il Signore apparve ad Abramo e gli disse: «Io sono il Dio onnipotente»); ai secondi egli si presenta come YHWH. Eppure Egli è sempre lo stesso, come la stessa è l’alleanza: «Ho anche stabilito la mia alleanza con loro, per dar loro il paese di Canaan, quel paese dov’essi soggiornarono come forestieri. Sono ancora io che ho udito il lamento degli Israeliti asserviti dagli Egiziani e mi sono ricordato della mia alleanza» (Es 6,4-5). Lo stesso Dio, la stessa alleanza, alla quale oggi, con Mosé, è aggiunto un nuovo tassello: la liberazione dalla schiavitù egiziana e la partenza verso la Terra Promessa.

Questo nuovo tassello permetterà agli Israeliti di conoscere Dio con il suo nuovo nome:

«Per questo di’ agli Israeliti: Io sono YHWH! Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi. Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio. Voi saprete che io sono YHWH, il vostro Dio, che vi sottrarrà ai gravami degli Egiziani. Vi farò entrare nel paese che ho giurato a mano alzata di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, e ve lo darò in possesso: io sono YHWH!» (Es 6,6-8).

 

Si pone ora un problema. Dio vuole farsi conoscere con il nome di YHWH, con il quale prima non si era fatto conoscere ad alcuno, né ad Abramo né ad Isacco né a Giacobbe.

Ciò significa che i Patriarchi, coloro con i quali il Signore ha stipulato e fondato la Sua alleanza, non conoscevano il nome di Dio? E come facevano allora ad offrire sacrifici «invocando il nome del Signore» (cf. per es. Gn. 4,26 [Set]; 12,8 e 13,4 [Abramo]; 26,25 [Isacco])? Invocavano forse un nome sbagliato?

Proprio il passo di Es 6 che abbiamo appena letto può aiutarci a risolvere la questione. In esso il Signore mentre afferma che esiste una differenza tra il modo in cui Egli stesso si è presentato ad Abramo, Isacco e Giacobbe (cioé come “Dio Onnipotente”) e quello in cui si è presentato a Mosé (cioè come “YHWH”), allo stesso tempo attesta che le due diverse definizioni si pongono sullo stesso piano: entrambi sono nomi di Dio, l’uno non esclude l’altro.

Dobbiamo allora tornare a quanto abbiamo detto circa il valore del nome nella cultura semitica (link articolo: Quando i nomi parlano), e cioè che il nome indica l’identità propria di colui che lo porta. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 203) si legge: «Dio si è rivelato a Israele, suo popolo, facendogli conoscere il suo Nome. Il nome esprime l’essenza, l’identità della persona e il senso della sua vita». E al n. 204 si dice: «Dio si è rivelato al suo popolo progressivamente e sotto diversi nomi; ma la rivelazione del Nome divino fatta a Mosé nella teofania del roveto ardente, alle soglie dell’Esodo e dell’Alleanza del Sinai, si mostra come la rivelazione fondamentale per l’Antica e la Nuova Alleanza». Sintetizzando: se il nome esprime l’identità, l’essenza di Dio, nel momento in cui Egli svela il proprio nome, svela in realtà la sua vera identità; in questo modo egli si rende anche conoscibile e accessibile. Dire il proprio nome è esso stesso un gesto di amore («svelare il proprio nome è farsi conoscere dagli altri; in qualche modo è consegnare se stesso rendendosi accessibile, capace d’essere conosciuto più intimamente e di essere chiamato personalmente», CCL n. 203). Inoltre, se Dio si è rivelato al suo popolo progressivamente e sotto diversi nomi, anche se la rivelazione fatta a Mosè riveste un’importanza fondamentale nell’Antica e Nuova Alleanza, non per questo è lecito istituire una gerarchia tra i nomi (cioè le identità) con cui Dio si è rivelato. Egli è l’unico e vero Dio, è il Creatore di tutte le cose, è il Signore e Padrone, è l’Onnipotente, è l’Altissimo, è il Giudice di tutta la terra e così via, a seconda di come Egli si rivela al suo interlocutore. Ognuna di queste identità è un nome. Uno di questi nomi/identità è YHWH.

Ciò che probabilmente rende questo nome diverso dagli altri, avvolgendolo di mistero, è il fatto che, almeno a quanto mi risulta, gli studiosi di lingua ebraica non sono ancora riusciti a spiegarlo esattamente, né sono in grado di risalire a un’etimologia certa («Oggi c’è l’assoluta impossibilità di dire con certezza che cosa significhi YHWH», P. Alberto Maggi, OSM, Appunti, Settimana biblica 2007, I nomi di Dio, p. 3; rimando al link per una trattazione più approfondita sui nomi divini). Ciò probabilmente incoraggia la convinzione che esso sia il nome vero di Dio, mentre gli altri sono considerati semplici attributi.

Mi chiedo, però, se voler attribuire a Dio un nome proprio non significhi in un certo senso equipararlo agli uomini. La volta scorsa (link articolo: Quanto potere in un nome) abbiamo accennato al martire Attalo (II d.C.), il quale asseriva che «Dio non ha un nome come un uomo» (Lettera sui martiri di Lione). A me sembra che questa affermazione sia ragionevole e condivisibile. I nomi propri che assegnamo alle persone hanno un carattere esclusivo e distintivo: servono cioè a distinguere una persona dall’altra, perché in una famiglia, in una città, in una nazione, nel mondo, esistono tanti uomini e donne, che condividono la medesima natura umana, le medesime caratteristiche; per comunicare con loro, anche solo per chiamarli, bisogna distinguerli in qualche modo, assegnando loro un nome, un’identità, univocamente riconosciuta. Se parliamo di Dio, e ne parliamo in termini di monoteismo, il diverso referente ci costringe a commutare anche il concetto di nome. In effetti, se Dio è Dio e non uomo, e se non condivide con nessun altro la sua natura, che bisogno ha di essere chiamato con un nome proprio, esclusivo e distintivo, come quelli che si assegnano agli uomini (o alle divinità dei politeisti)? Saranno sufficienti, per comunicare con Lui, per chiamarLo, dei titoli che ne definiscano la natura, l’essenza, l’identità.

Non è dunque irragionevole – almeno così mi sembra – pensare che anche YHWH, al pari di ‘el, ‘eljon, ‘shaddaj e altri, possa essere un nome piuttosto che il nome di Dio. Un nome, un attributo, che esprime un aspetto dell’identità dell’unico Dio. Quale? Nel contesto di Es 4 e 6 e con riferimento a quanto vi si legge in merito all’essere Dio Colui-che-è-nell’eternità, il termine potrebbe essere effettivamente inteso, come fanno alcuni traduttori e commentatori, nel significato di Eterno. Ma in questa eternità, come si ricava con evidenza dal passo, sono pure compresi la sua onnipotenza e il suo progetto di salvezza. Allora, forse, il nome YHWH indica il Dio onnipotente ed eterno, presente nella storia, fedele alla sua alleanza, misericordioso e salvatore, che per sua iniziativa e con la sua azione si rende accessibile agli uomini. Su questo mi pare concordino anche molti maestri Rabbini, i quali attribuiscono la presenza di differenti nomi divini all’impossibilità dell’uomo di comprendere la totalità e l’essenza di Dio, e interpretano il tetragramma con riferimento alla sua misericordia.

D’altra parte, se YHWH fosse il vero nome di Dio, ed è stato rivelato attraverso Mosé, perché mai il Figlio di Dio fatto uomo dovrebbe affermare «Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo» (Gv 17,6)? Ha forse rivelato un altro nome? Nome che, in fondo, data l’autorevolezza di Chi lo rivela, sarebbe a questo punto degno di scalzare completamente quello rivelato precedentemente attraverso Mosé …

 

[consentitemi di tornare ancora sull’argomento …]

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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2 Comments on Nomi e identità divine

  1. Gent.ma Sabrina,
    Molto interessante la disquisizione… Anche il profeta Ezechiele più volte dice: Le nazioni conosceranno che io sono Yhwh..” Credo che il senso sia legato al nome stesso (Io mostrerò d’essere.. Esodo 3:15) Il nome si conosceva …al tempo di Boaz (dicono i manoscritti) veniva usato normalmente ma con rispetto… nel caso di Ezechiele il nome è legato al proposito di Dio per la terra

  2. Maria Laura // 15 novembre 2013 a 18:20 //

    Gesù Cristo ha rivelato che Dio è Padre, Papà, Suo e nostro; il Dio di Mosè forse era ancora troppo lontano dagli uomini e soprattutto dai pagani e per il suo grande amore ha voluto mostrarci il suo volto di Padre attraverso Gesù Cristo. Mi commuove sempre il passo di San Paolo nella Lettera ai Filippesi,2,5-11. Buona domenica a tutti

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