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Il nome e/è Dio

Cosa significa conoscere e santificare il nome di Dio? Ma soprattutto, Dio ha un nome?

Da qualche tempo la nostra rubrica si è inoltrata in un’avventurosa indagine circa il nome di Dio, muovendosi principalmente all’interno dell’Antico Testamento e della mentalità semitica che ha prodotto e filtrato i contenuti-base della religione ebraica prima, cristiana poi.

In merito al problema del nome divino, la teologia pare collocarsi ancora su posizioni incerte. Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica non sembra del tutto univoco: ora afferma che Dio ha rivelato il suo «nome misterioso», cioè YHWH (n. 206); ora sostiene che Egli si è rivelato al suo popolo progressivamente e «sotto diversi nomi» (n. 204); ora riconosce che «il nome esprime l’essenza, l’identità della persona», riducendo la funzione denotativa che del nome è propria.

Il ragionamento sviluppato nelle precedenti tappe del nostro percorso ci ha portati a sostenere la possibilità che Dio – in quanto dio e non uomo, e in quanto unico e solo Dio – non dovrebbe aver bisogno di un nome distintivo «alla maniera degli uomini» (link articolo: “Quanto potere in un nome); semmai potrebbero essere utili agli uomini – che a Lui desiderano rivolgersi, che Lui desiderano invocare e onorare – alcuni nomi, o titoli, che ne definiscano la totalità e l’essenza, inevitabilmente complessa e inesprimibile con un solo termine. L’esame di Es 3 e 6, passi assai significativi e utili a spiegare la ragione del nome/identità rivelato a Mosé dal roveto ardente, sembrano spingere nella direzione che YHWH non sia tanto il nome “proprio” di Dio, ma uno dei modi, probabilmente il più misterioso ancora oggi, di esprimere la sua identità. Un modo nuovo rispetto a quello rivelato ad Abramo (‘El-Shaddaj, cioè Dio Onnipotente), ma collocabile tutto sommato sullo stesso piano (link articolo: “Nomi e identità divine”).

D’altra parte, se YHWH fosse il vero nome di Dio, ed è stato rivelato attraverso Mosé, perché mai, mille e duecento anni dopo, il Figlio di Dio fatto uomo dovrebbe affermare: «Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo» (Gv 17,6)? Gesù ha forse rivelato agli uomini un altro nome di Dio, diverso da quello rivelato a Mosè? Se così fosse, data l’autorevolezza di Chi lo rivela, questo nuovo nome sarebbe tale da scalzare quello rivelato precedentemente dal roveto ardente … Già questa constatazione basterebbe a sostenere che YHWH non sia l’unico e definitivo “nome” di Dio rivelato agli uomini.

Ma torniamo al passo di Giovanni 17 appena citato. In esso l’evangelista mira a presentare Gesù come «il nuovo Mosè» che fa conoscere agli uomini il nome di Dio; e si tratta stavolta di una rivelazione certa, definitiva, che porta a compimento tutto quanto era accaduto prima. Sorge però un problema: nei Vangeli non è registrato alcun episodio in cui Gesù avrebbe rivelato agli uomini il nome di Dio, o almeno, non un nome in particolare. Che ciò sia accaduto e che non sia stato registrato (neppure in Giovanni!) ci pare alquanto strano; e neppure ci piace alimentare quella ridicola corrente di pensiero, per così dire, “danbrowniana” che vede ovunque nella Chiesa misteri, complotti e segreti di cui sarebbero depositari chissà quali fantomatici eletti … La questione si risolve facilmente con gli strumenti della filologia e del ragionamento.

Molti secoli fa, un cristiano attento e perspicace come Tertulliano (II-III d.C.), riflettendo sul tema della preghiera cristiana, osservava:

«L’espressione Dio-Padre non era mai stata rivelata a nessuno. Quando lo stesso Mosè chiese a Dio chi fosse, si sentì rispondere un altro nome. A noi questo nome è stato rivelato nel Figlio: questo nome, infatti, implica il nuovo nome di Padre» (De oratione 3).

Ora, chi conosce approfonditamente la Scrittura sa che anche prima di Cristo il popolo di Israele aveva conosciuto la paternità di Dio, ma non v’è dubbio che sia stato proprio Gesù a concentrare l’attenzione su questo aspetto, presentando se stesso come Figlio e insegnando ai discepoli a chiamare Dio con il nome di Padre. In parole povere, dice Tertulliano: se c’è un Figlio, c’è necessariamente anche un Padre; e questo è il nuovo nome divino che Gesù, nuovo Mosè, ha rivelato agli uomini: Dio Padre.

Se ciò è vero, ci troviamo di fronte a una nuova conferma del fatto che Dio non ha un nome come gli uomini, ma può essere chiamato con una serie di appellativi che ne rivelano un po’ per volta la complessa e ineffabile essenza o identità. Ma qualcuno potrebbe obiettare: se Dio non ha un nome, perché nella Scrittura sono così frequenti i riferimenti al «nome di Dio» e al rispetto che di esso si dovrebbe avere (vd. il secondo comandamento o il Padre nostro)?

Studi linguistico-filologici (rimando principalmente al Grande Lessico del Nuovo Testamento, a cura di Kittel, in cui è possibile trovare trattazioni scientifiche più articolate sugli argomenti che stiamo affrontando) dimostrano che il termine ebraico ‘sem (corrispondente al greco onoma) è presente nella Scrittura in molteplici accezioni, e che il suo uso si è evoluto nel corso dei secoli. Sarebbe impossibile ripercorrere qui la storia dell’espressione ‘sem YHWH (per la quale rimando al già citato Kittel). Ci basti sapere che in origine essa indicava effettivamente il nome rivelato a Mosè. In origine, il secondo comandamento proibiva di pronunciare invano questo nome nei giuramenti, o nelle benedizioni e maledizioni, perché, come abbiamo già detto (link articolo: “Quanto potere in un nome), nominare la divinità significava chiamarla a sé, chiedendone e ottenendone automaticamente la presenza, l’attenzione e l’attivo intervento: perciò non era proprio il caso di scomodare YHWH per cose futili o indegne della sua attenzione.

Con il passare del tempo, soprattutto dopo la deportazione babilonese, la stessa espressione passò a significare il carattere personale della signoria e dell’opera di YHWH, divenendo di fatto sinonimo di YHWH. Per esempio, quando Isaia annuncia l’arrivo del “nome di YHWH” con la sua ira («Ecco il nome di YHWH venire da lontano; ardente è la sua ira ecc.», Is 30,27), è evidente che la perifrasi ‘sem YHWH vale semplicemente per YHWH; e similmente quando il profeta afferma che «in occidente vedranno il nome di YHWH e in oriente la sua gloria» (Is 59,19), è lampante l’equivalenza tra nome e gloria, suggerita anche dalla disposizione chiastica delle parole. D’altra parte, come si potrebbe vedere un nome?

Così il nome si sostituisce alla persona di Dio, ne esprime l’identità e la forza. Ciò accade per esempio in Es 23,20-21, dove Dio dice a Mosè di avere rispetto per il suo angelo «perché il mio nome è in lui»; e tutte le volte in cui si afferma che YHWH ha scelto Gerusalemme o il Tempio per farvi abitare il suo nome (vd. per es. 2Cr 7,16; Esr 6,12). Come si potrebbe accettare un’interpretazione letterale di questi passi, come se il nome di Dio potesse essere contenuto in un essere angelico o in un luogo/edificio? E dobbiamo forse intendere alla lettera l’immagine del portare il nome di Dio segnato sulla fronte che si trova ad es. in Apc 14,1 («Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo»)? Il profeta parla di una sorta di tatuaggio, o non vuole forse spiegare con un’immagine l’identità degli eletti, suggerendo che essi appartengono totalmente a Dio, che è Padre e Agnello immmolato?

L’espressione «nome di Dio», dunque, è come dire semplicemente Dio. Il nome porta in sé la divinità stessa e la sua potenza, ed è perciò anche il tramite attraverso cui Dio stesso si rivela. Così, quando Mosè chiede di vedere la gloria del Signore, Egli risponde:

«Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: YHWH, davanti a te» (Es 33,19).

Questo significa dunque far conoscere il nome di Dio agli uomini: rivelare la sua essenza e identità. Questo Dio desidera fare, prima con Mosé («per manifestare il suo nome su tutta la terra», Es 9,16), poi con il suo stesso Figlio, che, prima di morire, dichiara compiuta la sua speciale missione: «Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo … io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,6.26).

In quella stessa circostanza, Gesù prega anche il Padre perché custodisca nel suo nome quanti Egli stesso gli aveva affidato:

«Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Quando ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi» (Gv 17,11-12).

Cosa significa custodire qualcuno «nel nome di» Dio? Inutile dire che anche in questo contesto il senso letterale dell’espressione è inaccettabile. Né si può intendere, come pure accade nella Bibbia, nel senso di «fare qualcosa da parte di qualcuno» (vd. la nota acclamazione «benedetto Colui che viene nel nome del Signore»): perché il Figlio potrebbe custodire quanti gli sono stati affidati «da parte del Padre», ma sarebbe impensabile chiedere al Padre di custodirli «da parte di se stesso». Per comprendere il senso di questa richiesta, bisogna porre l’attenzione sulla frase «perché essi siano una cosa sola, come noi», in cui Gesù esprime le sue intenzioni. Prima di partire da questo mondo, Gesù raccomanda ai suoi di restare uniti a Lui come i tralci alla vite: restando uniti a Dio, essi potranno essere una cosa sola, come il Figlio è una cosa sola con il Padre; ma perché ciò avvenga, è necessario che il Padre li custodisca nel suo nome, cioè in se stesso, nella sua persona. Perciò, ancora una volta, l’espressione «nome di Dio» (che in questo caso specifico è chiamato Padre) equivale a dire «Dio» (in special modo qui nella sua identità di Padre).

La prima richiesta del Padre nostro, «sia santificato il tuo nome», non fa eccezione. Per prima cosa, infatti, bisogna considerare che il verbo «santificare» non può certamente essere inteso nel senso causativo (= “rendere santo”), perché come potrebbe un uomo rendere santo ciò che è già per sua natura santo in quanto divino? Piuttosto esso esprimerà il desiderio di trattare il nome di Dio con il rispetto che si deve alla sua persona. Cirillo di Alessandria scriveva a questo proposito:

«Se una persona dice Padre nostro, sia santificato il tuo nome, non sta chiedendo che sia aggiunto qualcosa alla santità di Dio; egli chiede piuttosto di poter possedere una mente e una fede tali da sentire che il suo nome è onorevole e santo» (omelia 72).

Ma può forse il nome essere distinto dalla persona? Il rispetto che si riserva al nome di Dio esprime esattamente ciò che si prova nei confronti della sua persona. Quindi Dio e nome di Dio sono esattamente la stessa cosa.

Credo che il nostro lungo viaggio sul nome di Dio sia giunto al capolinea. Lascio a chiunque lo desideri la possibilità di approfondire ulteriormente questo argomento affascinante e misterioso con mezzi migliori dei miei, o di esprimere i dubbi e le perplessità che le nostre riflessioni potrebbero aver suscitato e dalle quali possa nascere un fruttuoso dialogo. Perché questo è l’intento e il desiderio profondo da cui è alimentata fin dal suo nascere la nostra rubrica (link articolo: “La Teologia della Porzione”), e perché le conclusioni alle quali giungiamo attraverso la lettura dei testi non hanno affatto la pretesa di essere definitive e convincenti.

 

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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4 Comments on Il nome e/è Dio

  1. E credo che nel significato del nome (no fly zone per gli ebrei) sia implicito il Suo proposito

  2. Mauro Valente // 27 novembre 2013 a 08:32 //

    Anche Gesù, vero Dio e vero uomo, esorta gli apostoli a perserverare nel Suo Nome, sopportando le persecuzioni. Anche in questo caso mi sembra che il soffrire in nome di Cristo indichi un’adesione al Suo messaggio ovvero un protendersi verso l’essenza della Persona di Cristo stesso.

  3. Satana ha biasimato il nome di Dio in Eden e ha sollevato la contesa della sovranità universale.
    “Sia santificato il tuo nome” ha a che fare con l’episodio di Genesi 3

    • Grazie a entrambi per gli spunti, che mi pare vadano proprio nella direzione di una identificazione tra “nome” e “persona”. Anche in Gen 3, infatti, la bestemmia di Satana investe Dio nella sua intera essenza.

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