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L’incontro fra Gesù e il suo popolo

La festa della Presentazione del Signore al Tempio: storia e significato della “candelora”

di Giovanni Antonio Nigro

Il 2 febbraio ricorre per i cattolici la Festa della Presentazione del Signore; i cristiani ortodossi la celebrano sotto il nome di Hypapante, che significa Incontro. Per la maggior parte delle persone è nota semplicemente come Candelora ed è associata a un famoso proverbio meteorologico. È una festa assai antica, celebrata in Oriente sin dal IV secolo: la pellegrina galloromana Egeria nel suo Diario di viaggio dice di aver assistito a Gerusalemme, nel 384, alla divina liturgia (che allora si teneva 40 giorni dopo l’Epifania), e omelie furono composte per quest’occasione dal cappadoce Anfilochio (IV sec.), da Esichio e Sofronio di Gerusalemme (V-VII sec.), e da altri. Sotto l’imperatore Giustiniano I (527-565) divenne giorno festivo in tutto l’Impero d’Oriente: a Roma fu introdotta a Roma da papa Sergio I (687-701), da dove si diffuse in tutto l’Occidente latino. Cosa ricorda questa solennità liturgica? In questo giorno si fa memoria della Presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme. L’episodio è narrato nel Vangelo di Luca (Lc 2, 22-38). La Legge di Mosè prevedeva un periodo di purificazione di quaranta giorni per la puerpera che avesse dato alla luce un figlio maschio (Lv 12), trascorsi i quali la famiglia si doveva recare a Gerusalemme per offrire il bambino al Signore (Ex 13, 2. 12. 15) e compiere un sacrificio a seconda delle possibilità economiche: nel caso di Maria e di Giuseppe, che non erano benestanti, una coppia di tortore o di giovani colombe (Lv 12, 8; 5, 11). Anche Maria e Gesù, quindi, adempiono alle prescrizioni della Toràh (la Legge di Mosè), sebbene non ve ne fosse alcun bisogno, trattandosi di un concepimento e di un parto che ha trasceso ogni esperienza e avvenuti al di fuori del congiungimento carnale, delle doglie del parto e di ogni altra miseria umana. Perché dunque scelgono di sottomettersi alla Legge di Mosè? Gesù e Sua Madre, per umiltà e in piena libertà, nel corso della loro vita hanno sempre accettato la Legge data da Dio al suo popolo e ne hanno osservato ogni precetto, pur sapendo che essa era destinata di lì a poco a essere superata dall’avvento del Messia: hanno offerto dunque un esempio sia agli ebrei loro correligionari, non dando motivo di scandalo, sia a noi cristiani, che troppo spesso scegliamo quali comandamenti rispettare e ci foggiamo una religione a nostro uso e consumo.

La Presentazione di Gesù non fu un evento tale da poter passare inosservato: reca in sé il segno dell’azione dello Spirito, che manifesta a chi ne è degno la vera identità del neonato. Mentre i genitori portano il Bambino al Tempio, per adempiere la Legge (l’evangelista Luca insiste molto su questo punto), un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, cui lo Spirito Santo aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte prima di aver veduto il Messia del Signore, mosso dallo Spirito si recò al tempio, prese tra le braccia il bambino Gesù e lo benedisse (Lc 2, 25-32) con le parole del profeta Isaia: i miei occhi hanno visto la tua salvezza (Is 40, 5; 52, 10), preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti (Is 42, 6; 49, 6; 46, 13) e gloria del tuo popolo Israele. L’espressione greca resa con per illuminare le genti è eis apokálypsin (“per la rivelazione”): per la prima volta nella storia la salvezza esce dai confini del popolo eletto e si apre a tutte le nazioni che brancolavano nell’ignoranza e nell’idolatria. Anche noi spesso siamo accecati da falsi idoli: ricchezza, bellezza, fama… e non riconosciamo il Signore nella sua semplicità di Dio incarnato.

Maria e Giuseppe reagiscono con stupore (thaumázontes) all’annuncio del profeta Simeone: quello che odono travalica le loro possibilità di comprensione e oltrepassa le pur legittime aspettative di ogni genitore per il proprio figlio. Ma le rivelazioni dell’anziano non sono finite; egli li benedice entrambi e si rivolge a Maria: Ecco, egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima (Lc 2, 33-35). Quale significato recondito racchiudono queste oscure e inquietanti parole? Esse hanno iniziato a trovare adempimento già alla nascita di Gesù, quando l’angelo apparve dapprima ai pastori – ritenuti i più immondi fra gli Ebrei in base alle regole di purità rituale e alla mentalità di allora – per annunciare loro la venuta del Redentore (Lc 2, 8-20). La predicazione di Gesù si rivolge agli ultimi, ai lebbrosi, ai poveri, ai peccatori, alle prostitute, guarisce i malati nel corpo e nello spirito (cfr. Is 61, 1; Lc 4, 10-21. 7, 18-23); denuncia l’ipocrisia dei farisei e dei dottori della Legge (Lc 11, 37-54), attenti più alle minuzie della lettera che allo spirito della Toràh; e ne svela ripetutamente e pubblicamente i pensieri (Lc 5, 21-24; 6, 8; 11, 17). Quanto all’espressione segno di contraddizione, in una lettera all’amico Anfilochio, vescovo di Iconio, Basilio di Cesarea (IV sec.) la spiegava in riferimento alle differenti concezioni che circolavano su Gesù in seno al cristianesimo antico: c’era chi lo riteneva un semplice uomo (gli ebioniti), chi pensava che avesse un’umanità solo apparente (i doceti), chi vedeva in Lui un modo di essere del Padre e non una Persona distinta (i monarchiani), per altri infine era solo una creatura eccelsa per rango ma dissimile dal Padre (gli ariani anomei)…  Ma segno (in greco sēmeîon) ha anche una valenza più profonda e allusiva: è lo stesso termine usato a proposito del serpente di bronzo eretto da Mosè, per sanare gli Ebrei morsi nel deserto da rettili velenosi in punizione della loro incredulità (Num 21, 4-8). Si tratta, insomma, di una prefigurazione della Croce, intesa come tale già dai primi cristiani (p. es. l’apologeta Giustino, che la menziona nel Dialogo con l’ebreo Trifone). In questa luce si comprende meglio anche la profezia che segue, indirizzata a Maria: anche a te una spada trafiggerà l’anima (Lc 2, 35), che si compie ai piedi del Calvario (Gv 19, 25-27) nell’offerta al Padre delle sofferenze proprie e del Figlio per la redenzione dell’umanità.

A Maria si avvicina dopo Simeone una profetessa, Anna, figlia di Fanuel, rimasta vedova dopo sette anni di matrimonio e che al momento della Presentazione di Gesù aveva ottantaquattro anni; non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere (Lc 2, 37). Anche lei inizia a lodare Dio e a parlare del bambino a quanti aspettavano la redenzione (lytrōsin, letteralmente il “riscatto”) di Gerusalemme. Cosa possiamo apprendere dalla fede commovente di questi due anziani? Sono simbolo di un’umanità stanca, decaduta, anziana perché invecchiata nel peccato, ma benedetta perché ha potuto vedere l’alba della Redenzione. Possiamo scorgere in loro l’Antica Legge che vede compiersi le profezie messianiche, o un richiamo al Protovangelo, contenuto in Genesi, dell’annuncio fatto da Dio ad Adamo ed Eva per consolarli dopo la Caduta. Infine, rappresentano un monito anche per noi, che viviamo oggi, a non lasciarci vincere dalla debolezza, dalle delusioni, dai fallimenti, dall’età, e a correre gioiosamente incontro al Cristo, per abbracciarLo e renderGli grazie, ogni giorno.

 

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