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Martire o strega?

Il nuovo intrigante volto di Ipazia e alcune ipotesi per sbanalizzare la sua morte

Riprendiamo le fila del nostro ragionamento da dove ci eravamo interrotti sette giorni fa (chi avesse perso il nostro scorso appuntamento, può recuperare al link). Come abbiamo cercato di dimostrare, un esame critico delle fonti antiche su Ipazia mette in crisi molte delle convinzioni e delle maschere che il tempo e le deformazioni ideologicamente impostate le hanno fatto indossare. Ipazia non sembra essere stata tutto sommato una filosofa né una matematica tanto eccellente, ma è indubbio che avesse un fascino e un carisma fuori dal comune. Con queste doti Ipazia attirava a sé discepoli amanti del sapere e potenti aristocratici, che – a quanto pare – la trattavano con deferenza e la consideravano una sorta di guida e consigliere nelle questioni di prim’ordine. Tra costoro era Oreste, che ricopriva allora la massima carica politica ad Alessandria, e proprio in qualità di prefetto d’Egitto era venuto a scontrarsi con la massima autorità ecclesiastica, il vescovo Cirillo, per una spinosa questione.

 

La persecuzione anti-pagana

Per comprendere i termini della “spinosa questione”, sarà necessaria una pur breve premessa storica. Costantino avviò un processo di cristianizzazione dell’Impero che raggiunse il suo apice ai tempi dell’imperatore Teodosio. Costui, nello sforzo di far affermare il cristianesimo come religione di stato, emise decreti volti a proibire ogni genere di culti pagani; in base ad essi ogni sacrificio compiuto in un tempio pagano era equiparato al delitto di lesa maestà, ed era perciò punibile con la morte. Il vescovo di Alessandria Teofilo spinse energicamente per ottenere la fine dell’antica religione, convincendo l’imperatore a distruggere i templi pagani (tra cui il famoso Serapeo) o a trasformarli in chiese (come avvenne ai templi di Dioniso e di Augusto, detto anche Cesareo). Insomma, una vera e propria persecuzione anti-pagana.

Alla morte di Teofilo divenne vescovo Cirillo. Le fonti cristiane lo celebrano come un campione dell’ortodossia contro gli eretici e i pagani, e la Chiesa lo venera come santo e dottore. Ma esistono anche testimonianze poco onorevoli circa il suo comportamento. Secondo Socrate Scolastico egli si servì dell’episcopato per «dominare la cosa pubblica oltre il limite consentito all’ordine episcopale». In altri termini, le sue ingerenze in campo politico divennero insopportabili. Da ciò sarebbe sorto il conflitto con Oreste, conflitto di cui però Cirillo e i suoi sostenitori sarebbero riusciti ad occultare la vera natura, ponendo la questione nei termini di una «lotta religiosa» e riproponendo lo «spettro del conflitto tra paganesimo e cristianesimo» (su questi aspetti consiglio la lettura di G. Beretta, Ipazia di Alessandria, Roma 1993). Il conflitto toccò il suo apice nel momento in cui Oreste, su segnalazione degli ebrei alessandrini, fece arrestare e torturare un attivo sostenitore di Cirillo, il quale reagì espellendo dalla città l’intera comunità ebraica. Oreste, pur indignato, non potè prendere provvedimenti contro il vescovo (per via della costituzione del 384, il clero era ormai soggetto al solo foro ecclesiastico). La situazione si complicò ulteriormente quando alcuni monaci della Nitria, detti parabolani (monaci infermieri, che però nei fatti costituivano una sorta di corpo di guardia al servizio del vescovo) raggiunsero la città, sorpresero Oreste di passaggio sul suo carro e lo coprirono di insulti; uno di loro, di nome Ammonio, lo colpì con una pietra. Oreste, salvato dai cittadini di Alessandria accorsi in suo aiuto, processò Ammonio, che morì durante le torture. Cirillo fece in modo di presentarlo alla comunità cristiana come un martire morto nella testimonianza della fede.

 

La morte di Ipazia

La frattura tra Oreste e Cirillo pareva ormai insanabile. Proprio allora, secondo Socrate Scolastico, tra i cristiani si diffuse la voce che Ipazia «impedisse che Oreste si riconciliasse con il vescovo». Durante la quaresima del 415, un gruppo di cristiani «dall’animo surriscaldato, guidati da un predicatore di nome Pietro, si misero d’accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesareo; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, ne cancellarono ogni traccia bruciandoli».

Ma torniamo alla ragione della morte. Ipazia sarebbe morta perché impediva a Oreste di riconciliarsi con Cirillo. Abbiamo visto che le fonti antiche attribuiscono a Ipazia una grande influenza sugli uomini politici del tempo, i quali si recavano da lei per chiedere consigli su come comportarsi. Una volta Sinesio le scrisse in una lettera: «Tu hai sempre avuto potere. Possa tu averlo a lungo, e possa di questo potere fare buon uso». È possibile che Ipazia abbia consigliato a Oreste di non fare pace con Cirillo? In base a quel poco che abbiamo potuto ricostruire sopra, lo scontro tra Oreste e Cirillo è la parte visibile di un antagonismo ormai acceso tra due poteri, quello imperiale e quello ecclesiastico, dei quali il secondo inizia a premere con forza per ottenere una sempre maggiore autonomia rispetto al primo, o, anzi, una riconosciuta superiorità su di esso. Ipazia avrebbe potuto a buon diritto consigliare alla più alta carica politica alessandrina di non cedere alle ingerenze e alle pretese del vescovo. Non siamo sicuri che l’abbia fatto, ma l’ipotesi non è da scartare.

Ma le fonti parlano anche di una certa «invidia» che gli ambienti cristiani, e Cirillo in primis, avrebbero nutrito nei confronti della donna. Il filosofo pagano Damascio, nella sua biografia di Ipazia, scrisse che Cirillo, vedendo la gran quantità di persone che frequentava la casa di Ipazia, «si rose a tal punto nell’anima che tramò la sua uccisione», che avvenne in maniera «empia e brutale». A questa testimonianza fanno eco la Suda, Esichio e ancora Socrate Scolastico, secondo il quale l’omicidio avvenne «per invidia contro la sua straordinaria sapienza, specie astronomica». Dobbiamo forse pensare che il vescovo di Alessandria fosse geloso di Ipazia, per via della sua cultura, soprattutto astronomica, e della gran folla di seguaci che quella aveva in città? A me personalmente pare un po’ strano. Ma studiosi insigni come Peter Brown e Silvia Ronchey sembrano accettare questa teoria.

Il primo afferma che la morte di Ipazia fu il risultato di una fase di trapasso dal paganesimo al cristianesimo, in cui il ruolo del filosofo e del vescovo vengono a sovrapporsi, così che appare quasi naturale che alla fine il vescovo abbia deciso di eliminare il filosofo. Similmente la Ronchey attribuisce la morte di Ipazia alla «rivalità del vescovo per il filosofo», che nasconderebbe anche, in fondo, una «gelosa diffidenza del chierico per la donna di mondo». Ma non sarebbe più verisimile che, in una fase di trapasso dal paganesimo al cristianesimo, sia il filosofo a voler eliminare il vescovo che tenta di privarlo del suo ruolo guida, piuttosto che il contrario? E basta la «diffidenza del chierico» a decretare la morte della «donna di mondo»? E, inoltre, per quale motivo un vescovo dovrebbe invidiare il sapere di un’astronoma?

C’è, infatti, un aspetto che attira la mia attenzione ogni volta che leggo le fonti antiche su Ipazia, ed è questo continuo riferimento al suo essere astronoma. Forse questo dettaglio nasconde qualcosa che potrebbe giustificare meglio la diffidenza nutrita dai cristiani nei suoi confronti.

 

Il nuovo volto di Ipazia: sacerdotessa pagana

In molte fonti, dunque, Ipazia è presentata come un’astronoma. Il suo allievo Sinesio parla di lei in termini molto affettuosi: «adorata maestra, benefattrice, madre, sorella, patrona, supremo giudice, signora beata, anima divinissima ecc.»; a volte la chiama «veneratissima filosofa, prediletta da Dio», mentre i suoi seguaci formano una «beata schiera che ascolta la sua voce mirabile»; altre volte si vanta di aver visto e udito «colei che è vera iniziatrice ai misteri e alle orge della filosofia». Silvia Ronchey (in un bell’articolo di cui consiglio la lettura, disponibile al link) riconosce tra le righe di queste affermazioni il «carattere iniziatico ed esoterico dell’insegnamento» di Ipazia, ed afferma che «la devozione ed esaltata venerazione che Sinesio le esprime nell’epistolario – tanto più singolare […] se rivolta a una coetanea – si spiega solo supponendo un legame ‘sacro’, come appunto lo definisce Sinesio, ma in senso proprio, e cioè un legame sacerdotale». In altre parole, Ipazia sarebbe stata non un filosofo, non un matematico, ma una sacerdotessa. Gli appellativi attribuitele da Sinesio sono infatti tipici, “tecnici”, di quelle protrettrici di sodalizi mistico-religiosi che alla fine dell’Impero Romano intrecciarono funzioni sacre e secolari. Le fonti antiche ricordano molte donne dotate di “sapienza” e “filosofia”, ma con questi termini il più delle volte non si intendeva altro che la loro conoscenza del divino, a volte unita a facoltà sensitive, spirituali e sovra-razionali, legate spesso al mondo platonico e pitagorico e alle sette più vicine all’irrazionale. Non a caso il nome di Ipazia nelle fonti antiche è legato al mondo platonico e all’astronomia. Anche l’Antologia Palatina ne offre un’immagine compatibile con un suo ruolo sacro, divino, sacerdotale:

 

«Quando ti vedo, mi prostro davanti a te e alle tue parole,

vedendo la casa astrale della Vergine:

infatti, verso il cielo è rivolto ogni tuo atto,

Ipazia sacra, bellezza delle parole,

astro incontaminato della sapiente cultura» (IX,400).

Non sembra anche a voi che in questa veste Ipazia potesse risultare molto più sospetta a Cirillo e alla comunità cristiana alessandrina? Una sacerdotessa pagana, influente patrona di un sodalizio mistico-religioso, iniziatrice ai misteri del divino, astronoma, maestra neoplatonica (non dimentichiamo che il platonismo nella sua versione ellenistica si era molto intriso di esoterismo e magia) … Forse siamo vicini a una soluzione.

 

Il pericolo è donna

Un aiuto importante ci viene fornito da un testo pressoché sconosciuto in Occidente perché conservato solo nella versione etiopica, ma molto interessante: la Cronaca di Giovanni di Nikiu. Qui è riportata la versione della comunità cristiana schierata con Cirillo circa la morte di Ipazia (potete trovare il brano in versione italiana al link). Basta leggere l’incipit per comprendere di cosa fosse accusata la donna: «In quei giorni apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici». Scrive, inoltre, l’autore che «il governatore della città [cioè Oreste] la onorò esageratamente, perché lei lo aveva sedotto con le sue arti magiche»; egli, che era cristiano, «cessò di frequentare la chiesa come era stato suo costume» e ospitò in casa sua i convegni dei seguaci di Ipazia, sedotti dalle sue arti sataniche, tra i quali molti credenti sottratti alla vera fede. In questa luce, l’omicidio di Ipazia diventa un’esecuzione legittima, un modo per strappare le anime degli alessandrini dal rischio di ricadere nel paganesimo e nel potere dei demoni. Non è un caso che nella versione di Giovanni l’assassinio sia avvenuto alla luce del sole; che Ipazia sia stata sorpresa mentre era seduta su «un’alta sedia» e da lì sia stata trascinata via, come per sottrarle con la forza il carisma e il ruolo che con l’inganno e la magia si era procurata; e, infine, che sia stata condotta fino al Cesareo – che, come ricorderete, era il tempio di Augusto trasformato in chiesa –, luogo simbolo, dunque, della lotta contro il paganesimo e le sue perversioni.

 

Conclusioni

A quale delle versioni sulla morte di Ipazia dobbiamo credere? A quella riportata nelle fonti occidentali, che proviene dagli ambienti pagani ed eretici contrari a Cirillo, o a quella cristiana riportata nella Cronaca di Giovanni di Nikiu? Entrambe sono fonti inevitabilmente parziali, schierate e soggette a deformazioni.

Una cosa è certa: che l’uccisione di Ipazia, che fosse legittima o meno, fu un crimine compiuto con efferatezza e rimase impunito. L’inchiesta aperta dopo la sua uccisione non approdò ad alcuna condanna, ma tutto fu insabbiato, forse per l’intervento di Elia Pulcheria, sorella dell’imperatore Teodosio II, che era vicina alle posizioni del vescovo Cirillo. Oreste ottenne però alcuni provvedimenti tesi ad arginare l’ingerenza dei vescovi nel governo civile e a ridurre la capacità offensiva dei parabolani, che furono limitati di numero, nominati e controllati dall’autorità romana, ed ebbero proibito l’accesso in alcune località. Queste misure suggeriscono ancora una volta l’opportunità di ricondurre l’omicidio di Ipazia all’interno del conflitto di potere tra vescovo e autorità civile. In questo conflitto, però, non rivestì un ruolo secondario la lotta contro il paganesimo che, attraverso il carisma di Ipazia, rischiava di allontanare dalla Chiesa non solo semplici fedeli, ma anche chi, come Oreste, deteneva il potere politico. Rischio pesante, considerato che c’erano voluti secoli di crudeli persecuzioni anti-cristiane per ottenere finalmente la libertà di culto, e ora anche protezione e vantaggi da parte dell’Impero.

Dietro la morte di Ipazia c’è un’intricata trama di preoccupazioni pastorali e giochi di potere dal fascino intramontabile. Sono curiosa di sapere cosa pensano di lei e della sua morte i pochi pazienti lettori che sono riusciti a giungere al termine di questo lungo e pesante articolo …

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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3 Comments on Martire o strega?

  1. Giovanni Antonio Nigro // 18 febbraio 2014 a 13:33 //

    Non fu solo uno scontro fra potere civile e potere ecclesiastico, ma tra due opposte visioni del mondo e due differenti modi di concepire la città tardoantica. Oreste assumeva la visione di una leale collaborazione fra esponenti dell’élite, anche di diverse religioni; Cirillo era portatore di un’istanza di cristianizzazione in cui voci dissonanti e minoranze etnico-religiose non potevano trovare spazio.

  2. Mauro Valente // 17 febbraio 2014 a 16:28 //

    La storia è un pendolo: si mitizza un personaggio (Garibaldi o Mazzini ad es.) per poi stroncarlo. Ora è la volta di Ipazia: martire o strega? grande intellettuale o abile divulgatrice? Se le informazioni storiche devono diventare un sapere che fornisca senso a chi studia senza pregiudizi, direi che è poco importante ricostruire chi fosse Ipazia (ammesso che sia possibile). L’unica certezza è che fu uccisa e dunque la sua vicenda è comunque un esempio di fanatismo religioso da deprecare.

  3. Giovanni Antonio Nigro // 17 febbraio 2014 a 12:58 //

    L’ipotesi di un’Ipazia sacerdotessa e teurga, oltre che filosofa, matematica, influente consigliera politica, rende comprensibile la sua uccisione da parte dei parabolani del vescovo Cirillo. Non dobbiamo dimenticare che per la legislazione romana tardoantica magia, divinazione, sacrifici agli dei erano punibili con la pena capitale, e che sotto il regno di Valente (364-378) fu repressa una congiura di maghi ad Antiochia. Perciò le connivenze fra il prefetto Oreste e Ipazia sarebbero potute risultare altamente sospette non solo a Cirillo, ma anche alla corte imperiale di Bisanzio. Non fu solo uno scontro di fra potere…

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