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Donne e sacerdozio

Sono esistite donne-sacerdote nella Chiesa dei primi secoli. Ma erano ordinazioni lecite?

La scorsa settimana abbiamo conosciuto la posizione ufficiale della Chiesa cattolica (condivisa da quella ortodossa, ma non da molte Chiese protestanti e sette moderne) in merito al sacerdozio femminile. Nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis del 1994, Giovanni Paolo II, seguendo le orme di Paolo VI, asseriva che la Chiesa «non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale», e che in ciò essa si attiene all’insegnamento di Gesù e degli apostoli e al «piano di Dio», che non prevede l’estensione dell’ordine sacro alle donne, pur riconoscendo il loro ruolo fondamentale all’interno della comunità cristiana. Tuttavia, studi recenti sostengono che sono esistite nel passato donne-sacerdote. Vediamo in sintesi quali indizi portano ad una simile affermazione.

Il primo documento da prendere in considerazione è la lettera che Gelasio I inviò ai vescovi di alcune regioni dell’Italia meridionale (Basilicata, Calabria, Sicilia) alla fine del V secolo (492-496). In essa il vescovo di Roma dichiarava di avere appreso con dispiacere che alcune donne, in alcune località del Sud-Italia, erano ammesse a sacris altaribus ministrare e che ricoprivano funzioni riservate agli uomini, che non erano affatto di competenza del sesso femminile. Egli interpretava un simile comportamento come espressione di estremo «disprezzo verso la religione» e faceva appello alla Tradizione della Chiesa, fissata nei Vangeli e in alcuni canoni di antichi concili. Gelasio si riferiva certamente al canone XI del Concilio di Laodicea (363-364), in cui si affermava a chiare lettere: «non bisogna ordinare presbytides nella Chiesa», dove presbytides sembra essere il femminile di presbys (“sacerdote”). L’esistenza di questo canone sembrerebbe suggerire che già nel IV secolo esistesse il problema del sacerdozio femminile, e che la Chiesa ufficiale l’avesse risolto imponendo un chiaro e inappellabile divieto. Ma la questione potrebbe essere ancora più antica.

Sono tornati recentemente alla luce nelle Catacombe di Santa Priscilla degli affreschi risalenti alla metà del III secolo, che sembrano confermare la presenza di donne-sacerdote a Roma un secolo prima del Concilio di Laodicea. In essi è possibile vedere – almeno secondo alcuni – delle figure femminili in abiti sacerdotali nell’atto di stendere le mani come durante la celebrazione eucaristica, o in piedi intorno a una tavola mentre, con le mani levate, celebrano il banchetto (altre immagini al link). Il Vaticano, nella persona del prof. Fabrizio Bisconti, ha negato questa interpretazione, sostenendo si trattasse di riti funebri. Ma le testimonianze cui abbiamo accennato – alle quali bisogna aggiungere alcune epigrafi di IV-VI secolo che attestano l’esistenza di donne presbyterae (altra soluzione linguistica per formare il femminile di presbyter) anche fuori dalla penisola italica – paiono abbastanza chiare e dimostrano che in alcune zone dell’Impero il sacerdozio era stato esteso alle donne, e che fin da subito la Chiesa ufficiale condannava e cercava di combattere questa usanza «sconveniente».

Un’ulteriore testimonianza circa l’esistenza del sacerdozio femminile in epoca antica viene da Attone, vescovo di Vercelli, vissuto tra il IX ed il X secolo. Grande conoscitore delle antiche disposizioni conciliari, dell’organizzazione ecclesiastica e della vita sacramentale, interrogato un giorno da un sacerdote in merito al senso da dare ai termini presbytera e diacona presenti negli antichi canoni, rispose, senza la minima esitazione, che si trattava proprio di donne investite del sacerdozio o del diaconato all’interno delle loro comunità. Il vescovo afferma esplicitamente che nelle comunità cristiane antiche anche le donne venivano ordinate (ordinabantur), erano a capo di alcune comunità (praeerant ecclesiis), si chiamavano presbyterae ed avevano il compito di pregare, guidare, insegnare (praecandi, iubendi vel edocendi […] officium sumpserant; per ulteriori ragguagli su questo e altri testi da noi presi in considerazione, vd. gli articoli di Giorgio Otranto). Certo, non bisogna dimenticare che il termine presbyterae poteva designare nella Chiesa antica anche la donna del presbyter: ed è questo il senso prediletto dagli oppositori del sacerdozio femminile. Ma il vescovo dichiara di preferire di gran lunga l’altro significato. Ed è interessante che egli trovi anche una valida ragione per cui la Chiesa dei primi secoli avrebbe avuto bisogno di sacerdotesse e diaconesse: il motivo era – a suo dire – che nella Chiesa antica «la messe era abbondante, ma gli operai pochi» (cfr. Mt 9,37); perciò le donne avrebbero ricevuto i ministeri ad adiumentum virorum, cioè per dare una mano ai sacerdoti e ai diaconi. Certo, Attone visse in epoca piuttosto tarda e non fu un testimone diretto dei fatti di cui parla. Ma la sua testimonianza merita di essere tenuta in considerazione.

Ci sarebbe, però, una questione che proprio le parole di Attone sollevano: quali erano in effetti i compiti di queste presbyterae? Dice Attone che queste donne avevano il compito di pregare, di insegnare e di guidare le comunità che presiedevano (praecandi, iubendi vel edocendi […] officium). Questo potrebbe non includere la celebrazione della Messa. In altre parole, forse sono esistite donne, chiamate presbyterae per la vicinanza di ruolo con i presbytes, ordinate (ordinabantur in Attone) e investite di compiti simili a quelli degli uomini (pregare, guidare, insegnare), ma non esattamente uguali. Attenzione, però: è solo un’ipotesi ricavata da quanto afferma Attone! Ciò che invece è certo – ce lo dicono i testi antichi – è che nessuna di queste donne avrebbe potuto mettersi a celebrare l’eucaristia (sacris altaribus ministrare nella lettera di Gelasio) senza incorrere nella condanna ecclesiastica. Teniamo a mente questo aspetto, perché potrà tornarci utile nel prosieguo del nostro ragionamento.

Ora, se pure le testimonianze del passato attestano l’esistenza di presbyterae nei primi secoli dell’era cristiana, per prima cosa, non sappiamo esattamente quali funzioni ricoprissero; secondo, la loro esistenza non si colloca – a quanto pare – in ambienti di comprovata ortodossia. Anzi, il sacerdozio femminile pare riguardare piuttosto alcuni movimenti ereticali (vd. per esempio gnosticismo e montanismo). Ciò giustificherebbe la condanna espressa nei confronti delle donne-sacerdote da Gelasio, dal Concilio di Laodicea e dalla Chiesa ufficiale fino a oggi. Ma si potrebbe ammettere anche la teoria opposta: cioè che l’esclusione delle donne dal sacerdozio sia conseguenza della condanna di alcuni gruppi eretici che accettavano l’ordinazione femminile? Non mi pare da sottovalutare, inoltre, il confronto con il mondo pagano, che aveva pure le sue Pizie (sacerdotesse nel tempio di Apollo a Delfi che, invasate dal dio, davano oracoli) e le sue Vestali (che davano responsi e curavano i templi nel mondo romano): la vera religione doveva necessariamente depurarsi da certi contagi e pratiche sconvenienti (a questo proposito potete leggere il mio articolo su Ipazia).

Ma veniamo a noi. L’esistenza di donne-sacerdote nei primi secoli del cristianesimo – pur con i difetti affatto marginali (possibile appartenenza a sette eretiche) che potrebbero invalidarle – giustificherebbe in alcuni ambienti l’ipotesi di ordinazioni femminili nella Chiesa cattolica (mi riferisco in modo particolare alle associazioni para-cattoliche che promuovono il sacerdozio femminile, come la Women’s Ordination Conference e la Association of Roman Catholic Woman Priests). Ovviamente i teologi cattolici danno a queste proposte risposta negativa. E, se l’archeologia e la filologia smentiscono il principio del «non s’è mai fatto», altre e ben più pesanti sono le ragioni di tale diniego. Ma su questo torneremo, se vorrete, la prossima settimana.

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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3 Comments on Donne e sacerdozio

  1. Mauro Valente // 4 marzo 2014 a 17:58 //

    Non possiamo pensare solo alla mentalità di noi occidentali, per i quali, ovviamente, non ci sarebbe nulla di male nell’ordinazione di donne sacerdotesse. Il Cristianesimo è sempre di più anche nei fatti, oltre che nella dottrina, una religione di respiro planetario. Per questo vanno rispettate la cultura di quei popoli (africani e dell’Europa dell’est) per i quali il sacerdozio femminile potrebbe essere un problema.

    • Giovanni Antonio Nigro // 5 marzo 2014 a 10:54 //

      Al di là dei problemi di mentalità posti da una donna ordinata sacerdote, non solo per gli africani, c’è da considerare che sovente le suore in terra di missione subiscono violenza e restano incinte in conseguenza di stupri, cosa che potrebbe accadere anche a una presbitera, ponendola di fronte a scelte drastiche.

  2. Giovanni Antonio Nigro // 3 marzo 2014 a 10:42 //

    Sull’argomento segnalo al lettore interessato il volume di A. Piola, Donna e sacerdozio. Indagine storico-teologica degli aspetti antropologici dell’ordinazione delle donne, Cantalupa (TO) 2006.

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