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La vera festa della donna è il Vangelo

Gesù per primo ha acceso la luce sulla parità tra i sessi. Ad altri il merito di averla spenta.

La giornata internazione della donna – celebrata per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909 e approdata in Europa già nel 1911 – vuole ricordare ogni anno sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze che esse ancora subiscono in molti luoghi e ambienti. Nata come espressione del desiderio di uguaglianza, soprattutto nell’ambito della lotta per il riconoscimento del diritto di voto e della parità con gli uomini dal punto di vista lavorativo e salariale, oggi si riduce spesso a una vuota retorica femminista – o, peggio, anti-maschilista – o a un lacrimevole calcolo di vittime, cui si accompagna la giusta condanna nei confronti di chi si rende colpevole di violenze, soprusi e discriminazioni a danno delle donne. Nel clima funereo che la festa ha ormai assunto, sarebbe opportuno accendere una luce di speranza. E questa luce viene dal Vangelo.

Nella cultura ebraica la donna aveva assunto un ruolo subordinato rispetto all’uomo. Non solo era tenuta in scarsissima considerazione (Giuseppe Flavio, uno dei massimi esponenti del mondo giudaico-ellenistico, affermava che «la donna contava meno dell’uomo sotto tutti i punti di vista»), ma non era considerata neppure un essere umano: rappresentava piuttosto uno stadio di sviluppo a metà strada tra l’animale e l’essere umano maschio, a cui era inferiore e doveva restare sottomessa. La legislazione mosaica incoraggiava simili discriminazioni: essa ad esempio riconosceva solo all’uomo il diritto al ripudio, che – almeno secondo alcune scuole di pensiero – poteva essere giustificato da futili motivi (una zuppa troppo fredda o poco salata preparata da una moglie disattenta); viceversa, in caso di adulterio, solo la donna era condannata, per di più alla lapidazione, pena terribile, ancora oggi scandalosamente applicata in alcuni paesi. Sappiamo che nel tempio di Gerusalemme le donne dovevano restare in un cortile riservato, situato tra quello degli uomini e quello dei gentili – ricordiamo che i pagani erano considerati una categoria inferiore di uomini: la collocazione del recinto femminile nel tempio suggerisce che le donne di religione ebraica erano quanto meno considerate superiori a costoro, ma pur sempre inferiori agli uomini ebrei. Nelle sinagoghe le donne non avevano diritto di parola e dovevano tenere un posto a parte, distinto da quello degli uomini.

L’atteggiamento tenuto da Gesù nei confronti delle donne dovette apparire rivoluzionario agli occhi dei contemporanei. Egli accoglieva le donne tra i suoi discepoli (Lc 8,2-3) e riconosceva loro il diritto di essere tali (vd. l’episodio di Marta e Maria, Lc 10,38-42); le avvicinava, le ascoltava, parlava con loro, anche quando si trattava di peccatrici, samaritane e cananee (vd. la peccatrice perdonata, Lc 7,36-50, la Samaritana, Gv 4,1-30, la cananea con la figlia malata, Mt 15,21-28); le guariva dai loro mali fisici (i Vangeli riportano moltissimi esempi di miracoli al femminile: vd. la suocera di Pietro, Mt 8,14-15, l’emorroissa e la fanciulla morta, Mt 9,18-26, la vedova di Nain, di cui Gesù «ebbe compassione», Lc 7,11-15, ecc.) e spirituali (vd. per es. l’adultera condannata alla lapidazione, Gv 8,1-11); svelava loro i misteri della fede (un passo emblematico da questo punto di vista è ancora quello della Samaritana, a cui Gesù si rivela come «l’acqua viva» che disseta per l’eternità, Gv 4,1-30). Non solo. Le propose ai discepoli come modelli di comportamento (vd. l’esempio della vedova, che mise nel tesoro del Tempio «tutto quanto aveva per vivere», Mc 12,41-44, e quello della peccatrice che in casa di Simone «amò» il Signore «più» del suo superbo ospite, Lc 7,36-50); le rese i primi apostoli della risurrezione, apparendo per prime a loro dopo la Pasqua e inviandole come messaggere del primo annuncio (Mt 28,1-10; Mc 16,1-11; Lc 24,1-11.22-23).

È pure interessante il modo in cui Gesù trasformò le quotidiane attività femminili in parabole per spiegare i misteri del Regno di Dio (mi riferisco in particolare alla parabola della dramma smarrita, Lc 15,8-10, e a quella del lievito, Mt 13,33-35). Dietro questa iniziativa non c’è solo il desiderio di rendere accessibili alle donne i suoi insegnamenti utilizzando un linguaggio a loro più familiare. Non è un caso se gli evangelisti ci trasmettono queste due parabole in coppia rispettivamente l’una con quella della pecora smarrita (Lc 15,1-7), l’altra con quella del granello di senapa (Mt 13,31-32). Nel primo caso, Gesù vuole mostrare la premurosa attenzione che Dio Padre rivolge alle anime perdute, andandole a cercare e facendo festa nel momento in cui le ritrova, come farebbe il pastore che ha perso una pecora o la donna che ha perso una dramma. Nel secondo caso, vuole insegnare che il Regno dei Cieli ha inizi piccoli, quasi insignificanti, ma poi inaspettatamente cresce a dismisura, come il granello di senapa piantato da un uomo nel suo campo o il lievito (lett. in greco «la fermenta») che una donna mette nella farina per fare il pane. In entrambi i casi, Gesù ricorre a due parabole, una tutta la maschile (uomo, seme, campo), l’altra tutta al femminile (donna, fermenta, farina). In questo modo Egli suggerisce – almeno così mi sembra – che Dio ha in sé una componente maschile e una femminile (pastore e donna di casa, uomo e massaia) e il suo Regno è per tutti, uomini e donne, senza differenze né discriminazioni.

Anche i suoi discepoli, Paolo in primis, mostrarono un’apertura eccezionale nei confronti del sesso femminile. Nelle epistole paoline troviamo citate molte donne che dovettero rivestire ruoli importanti nella prima evangelizzazione: tra costoro Febe, diaconessa della chiesa di Cencre (Rom 16,1) e protettrice dello stesso Paolo; Giunia, considerata, in coppia con Andronico, «un apostolo insigne» prima ancora della conversione di Paolo (Rom 16,7); Prisca, compagna di Aquila; Maria, Perside, la madre di Rufo, Giulia e la sorella di Nereo (Rom 16,12-15). Per non parlare di Tecla, che la tradizione ricorda come una convertita seguace di Paolo e figura di straordinaria importanza per molti secoli. Si ritiene che tutte queste donne abbiano avuto un ruolo importante nella prima evangelizzazione. Paolo riconosceva loro un carisma profetico, da esercitare comunque con un atteggiamento composto e adeguato (vd. 1Cor 11,5); accettava che rivestissero il diaconato, purché fossero «dignitose, non pettegole, sobrie, fedeli in tutto» (1Tim 3,11) e negava, nella nuova prospettiva portata dal Vangelo di Cristo – ben diversa, come abbiamo visto, da quella dei suoi tempi –, che vi fossero differenze tra i sessi («non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù», Gal 3,28).

Eppure, proprio nelle lettere paoline troviamo testimonianze in netto contrasto con questo atteggiamento di apertura. In un passo si accetta che la donna impari, ma le si proibisce di insegnare all’uomo («la donna impari in silenzio, con tutta sottomissione; non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo», 1Tim 2,12); in un altro si ordina alle donne di tacere nelle assemblee, perché non è conveniente a una donna parlare in pubblico («come in tutte le comunità di fedeli, le donne nelle assemblee tacciano, perchè non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse come dice anche la legge, e se vogliono imparare qualcosa interroghino a casa i loro mariti, perchè è sconveniente per una donna parlare in assemblea», 1Cor 14,34-35). Simili limitazioni – che riprendono i divieti imposti nelle sinagoghe, di cui abbiamo detto sopra – sembrano rispondere a criteri di convenienza e abitudini socio-culturali che Gesù aveva scavalcato e respinto.

Come si giustificano simili contraddizioni nelle epistole di Paolo? Molti studiosi sospettano che il passo di 1Cor e l’intera 1Tim siano spurii e non rappresentino la reale posizione di Paolo nei confronti delle donne – posizione espressa piuttosto nei molti altri passi che abbiamo citato – ma siano frutto di interpolazioni e falsificazioni. La loro presenza attesta – a mio avviso – che, nel passaggio dalla prima generazione apostolica alle successive, vi fu un cambiamento radicale nell’atteggiamento da tenere nei confronti delle donne; cambiamento che le riportò in una posizione subordinata, «più adeguata al loro sesso», e le estromise dai compiti più importanti di evangelizzazione e guida delle comunità. In ciò molto peso ebbero i pregiudizi di un’antica cultura maschilista, dai quali – come abbiamo visto in altra sede (vd. il nostro articolo “Donne contro donne) – neppure le donne erano esenti.

Nel nostro prossimo appuntamento, cercheremo di capire in che modo queste nostre riflessioni possono avere a che fare con il tema del sacerdozio femminile sul quale ci stiamo interrogando da qualche tempo.

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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3 Comments on La vera festa della donna è il Vangelo

  1. Maria Laura Fagnano // 9 marzo 2014 a 20:13 //

    Probabilmente molte donne sono state dimenticate dalla Chiesa e non sono stati fatti circolare bellissimi testi scritti dalle donne credenti,però sono convinta che la vera festa della donna sia il Vangelo se penso al coraggio che la parola di gesù Cristo ha saputo dare e sa dare ancora oggi alle ragazze che abbracciano la vita religiosa contro il volere dei familiari, come fece Chiara d’Assisi.

  2. Mauro Valente // 9 marzo 2014 a 16:55 //

    Distinguere tra insegnamento di Cristo e prassi quale risulta dalla vita vissuta all’interno delle prime comunità cristiane. Che Gesù consideri massimamente le donne mi sembra indubbio. Quante erano però, percentualmente, quelle che erano presenti nelle prime comunità cristiane con un ruolo paritetico rispetto agli uomini, ammesso che ce ne fossero?

    • La sua osservazione è molto pertinente. Paolo ricorda varie donne nelle sue lettere, e da come ne parla sembrerebbe che almeno alcune di esse rivestissero un ruolo importante nelle comunità: Febe e Giunia, a cui riconosce il titolo di “apostolo” – e non è poco” -, mi sembrano i casi più interessanti. Ma certamente i testi a nostra disposizione non ci permettono di calcolare percentuali, né di affermare con assoluta certezza che il loro ruolo fosse “paritetico” rispetto agli uomini. Io sarei abbastanza scettica su questo punto. Mi verrebbe da pensare che, ammesso che ai tempi di Paolo (forse a causa di una sorta di “euforia” da primo annuncio) almeno qualche donna meritò una considerazione pari a quella degli uomini e con essi collaborò alla prima evangelizzazione, in tempi molto brevi (vd. 1Tim) le cose siano cambiate radicalmente e siano – per così dire – tornate alla “normalità”.

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