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C’è vocazione e vocazione …

Se una donna sogna il sacerdozio commette peccato?

La festa della donna ci ha fornito l’occasione per riflettere sulla rivoluzione socio-culturale che Gesù portò nel modo di intendere e trattare le donne (link a “La vera festa della donna è il Vangelo). La sua totale apertura e disponibilità nei loro confronti si fondava sul rispetto della donna in quanto essere umano pari all’uomo. Egli andava così a ripristinare la corretta, originale, divina, visione del mondo, quale traspare dalle prime pagine della Genesi:

«Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina lo creò» (Gn 1,27).

L’umanità nella sua interezza, al di là di ogni differenza di sesso, è stata creata a immagine di Dio: perciò tanto l’uomo quanto la donna portano in sé l’essenza divina, la stessa, senza restringimenti né limitazioni nell’uno o nell’altra. Ciò significa – seguendo il ragionamento inverso – che l’essenza divina nella sua totalità racchiude entrambe le componenti, quella maschile e quella femminile. Mi perdonino i teologi se mi avventuro in strade che non sono di mia competenza, ma questo punto mi pare essenziale per il ragionamento avviato alcune settimane fa. Ma cosa ha a che fare questo con l’ipotesi del sacerdozio femminile?

Il problema si può riassumere in questi termini: tutti noi sappiamo che Dio è l’essere eterno, perfetto, a-sessuato. Eppure siamo portati a immaginarLo (e raffigurarLo) con tratti tipicamente maschili – certo, in questo non poco influisce la sua qualità di Padre, che porta spesso a rappresentarlo come un uomo adulto con la barba bianca. Ciò induce a pensare che solo un uomo possa fungere in qualche modo da «rappresentante» o «inviato» di Dio, mentre una donna in queste vesti sarebbe sconveniente e fuori luogo. In questa visione unidirezionale, dimentichiamo che la Scrittura presenta Dio anche tramite immagini tipicamente femminili: pur senza ricorrere mai al termine «madre», il suo comportamento è paragonato a quello di una mamma che non si dimentica dei suoi figli (Is 49,14-15), che li consola (Is 66,13), che instaura con loro un rapporto di intimità stringendoseli al seno come bimbi svezzati (Ps 131,2). La settimana scorsa abbiamo trovato questa verità nascosta anche nelle parabole in cui Gesù spiega il comportamento adottato da Dio Padre nei confronti dei peccatori in termini di pastori e casalinghe, e chiarisce che il suo Regno funziona tanto in una prospettiva maschile (uomo, campo, seme di senape) quanto in una femminile (donna, farina, fermenta). Ma, poiché mi rendo conto di non essere in grado di addentrarmi nel problema, lascio che sia Joseph Ratzinger a chiarire una volta per tutte su questo aspetto (il passo che segue è tratto dal suo libro Dio e il mondo):

«Dio è Dio. Non è né uomo né donna, ma è al di là dei generi. È il totalmente Altro. Credo che sia importante ricordare che per la fede biblica è sempre stato chiaro che Dio non è né uomo né donna ma appunto Dio, e che uomo e donna sono la sua immagine. Entrambi provengono da lui ed entrambi sono racchiusi potenzialmente in lui. Tanto per incominciare dobbiamo dire che, se è vero che effettivamente la Bibbia ricorre nell’invocazione delle preghiere all’immagine paterna, non a quella materna, è altrettanto vero che nelle belle metafore di Dio gli attribuisce anche caratteristiche femminili. Quando ad esempio si parla della pietà di Dio, non si ricorre al termine astratto di pietà, appunto, ma a un termine gravido di corporeità, rachamim, il grembo materno di Dio, che simboleggia appunto la pietà. Grazie a questa parola viene visualizzata la maternità di Dio anche nel suo significato spirituale. Tutti i termini simbolici riferiti a Dio concorrono a ricomporre un mosaico grazie al quale la Bibbia mette in chiaro la provenienza da Dio di uomo e donna. Ha creato entrambi. Entrambi sono conseguentemente racchiusi in lui – e tuttavia lui è al di là di entrambi» (grassetti miei).

Tornando a noi, una volta appurato che maschio e femmina sono ugualmente portatori dell’immagine di Dio, forse non sembrerebbe più tanto sconveniente e fuori luogo se anche una donna aspirasse al sacerdozio. Eppure spesso, per giustificare l’esclusione delle donne dall’ordine sacerdotale, si ricorre alla ratio della diversità (di natura e inclinazioni) tra i sessi.

Leggevo tempo fa un’intervista rilasciata dal domenicano Wojciech Giertych, teologo della Casa Pontificia, in merito al problema del sacerdozio femminile. A un certo punto il teologo affermava che gli uomini sarebbero più adatti al sacerdozio per varie ragioni: per esempio per la maggiore propensione a pensare a Dio in termini di definizioni filosofiche e sillogismi logici, qualità preziosa per trasmettere l’insegnamento della Chiesa; secondo, per la capacità di amare la Chiesa in modo «maschio», quando per esempio si preoccupano per le strutture, per gli edifici della chiesa, per il tetto della chiesa che perde, per la conferenza episcopale, per il concordato tra la Chiesa e lo Stato. Dopo aver difeso le sue teorie pro-sacerdozio-maschile, si profondeva in un elogio delle donne e del loro ruolo nella Chiesa: pure questo, però, era visto per lo più in riferimento al loro sesso, che le renderebbe più adatte a percepire la vicinanza di Dio e a entrare in relazione speciale con Cristo proprio a causa della Sua «mascolinità». Come se l’amore per Cristo non prescindesse dall’aspetto fisico. Mi torna alla mente la schietta quanto immatura osservazione di un bambino (ma lui sì che poteva permettersela) che, al sacerdote che affermava di essere «innamorato di Gesù», faceva notare che un’espressione del genere poco si addiceva alla sua natura maschile …

Ora, queste argomentazioni mi paiono sinceramente un po’ deboli e facilmente contestabili: ci saranno – penso – donne capaci di pensare Dio in termini filosofici e sillogistici e di occuparsi della manutenzione delle chiese tanto quanto gli uomini; e ci saranno uomini capaci di percepire la vicinanza di Dio e di entrare in relazione speciale con Cristo, malgrado la loro mascolinità. Insomma, l’esclusione delle donne dal sacerdozio non può certo reggersi su queste ragioni (e in effetti ve ne sono altre ben più complesse, che lo stesso Giertych mette bene in chiaro, sulle quali però torneremo in un’altra occasione). Come guida, predicatrice, catechista, amministratrice e organizzatrice, credo che una donna possa essere tanto adatta (o inadatta) quanto può essere adatto (o inadatto) un uomo.

Ma torniamo all’intervista. Giertych concludeva sulla questione affermando che la donna non ha alcun bisogno del sacerdozio perché il suo ruolo nella Chiesa «è già tanto bello così», e che una donna cattolica può sinceramente credere di essere chiamata al sacerdozio, ma una tale credenza “soggettiva” non indica l’esistenza “oggettiva” di una vocazione. Ora mi chiedo se il dubbio sull’oggettività della vocazione non valga anche per gli uomini; e continuo a pensare che il cardine dell’intero ragionamento sia proprio la differenza tra i sessi, differenza – per carità – ovvia e inevitabile, ma forse non proprio insuperabile. Anche considerando quanto abbiamo osservato in merito a Gen 1 e alle parabole di Gesù sul Padre e sul Regno …

Ponendo la questione in questi termini, si direbbe che una donna che anche solo vagheggi e sogni il sacerdozio si collochi in una posizione quanto meno sospetta. E allora come la mettiamo con quelle donne che la Chiesa venera come sante e che nella loro vita desiderarono ardentemente di essere sacerdoti? Perché ve ne state di donne sante con la vocazione sacerdotale! Io ne conosco almeno due, e non di poca rilevanza: la grande santa Teresa d’Avila e addirittura un dottore della Chiesa, santa Teresa di Lisieux. Ebbene, in esse la credenza “soggettiva” di una vocazione non contrasterebbe almeno un po’ con la santità che è stata loro riconosciuta? Ci lasciamo con questa domanda per il momento, in attesa di scoprire qualcosa in più almeno su una delle due sante, se vorrete, la prossima settimana.

 

 

 

* La foto è tratta dal sito http://www.cerchiamo.net/blog/amiamoci/

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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1 Comment on C’è vocazione e vocazione …

  1. Mauro Valente // 21 marzo 2014 a 16:53 //

    La diversità di opinioni sul sacerdozio femminile dimostra come sia veramente difficile il proposito di papa Francesco di rinnovare la Chiesa in un’accresciuta unità.

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