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“Uscite e portate la gioia dell’incontro con Cristo”

Questo il mandato affidato dall’arcivescovo Valentinetti ai giovani pescaresi, domenica scorsa, riunitisi per la Giornata vocazionale. Ospite l’assistente generale di Azione Cattolica, monsignor Mansueto Bianchi

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

«A voi giovani affido un mandato: uscite da questo luogo e portate la gioia di aver incontrato Cristo nella vostra vita. Comunicatelo a tutti, Cristo ci ama, Cristo ci vuole bene, Cristo è il Signore della nostra esistenza». Lo ha detto domenica l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, incontrando i 500 giovani intervenuti al Palacongressi di Montesilvano, provenienti da molte parrocchie dell’arcidiocesi, per prendere parte alla Giornata diocesana di preghiera per le vocazioni dal tema “Le vocazioni, testimonianza della verità”, organizzata dagli uffici diocesani di Pastorale giovanile e vocazionale guidati rispettivamente da don Domenico Di Pietropaolo e don Andrea Di Michele: «Vogliamo dirlo con forza – aggiunge il presule -, vogliamo proclamarlo con la voce, ma vogliamo anche viverlo con le opere. Lui ci guidi e lo spirito di verità, veramente, ci dia il coraggio per realizzare questa impresa».

La band diocesana sul palco

Una giornata, quella di domenica, partita di buon mattino sulle note di canti suonati ed interpretati dalla band diocesana, la quale ha cucito fra loro tutti i momenti della giornata. La mattinata ha avuto il suo culmine con l’intervento dell’assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana, monsignor Mansueto Bianchi, che ha approfondito il tema della giornata delle vocazioni provocando i giovani presenti ponendo loro la domanda “Ma tu di chi sei?”: «Io sono mio – esordisce Bianchi, immaginando una possibile risposta – e mi ritaglio un mio spazio di autonomia, uno spazio di libertà, di autodeterminazione. Ed io ritorno con la domanda: “Ma di chi sei tu?” Perché se tu non appartieni a nessuno, se tu non interessi a nessuno, tu sei nessuno, tu sei nulla».

Il palco della Giornata di preghiera per le vocazioni 2014

Al contrario, secondo monsignor Bianchi, per poter essere qualcuno bisogna poter dire a qualcun altro “Io sono tuo”: «Si tratta – spiega l’assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica – di un’appartenenza che non è servile, si tratta di un’appartenenza che è relazione, che è l’intrecciarsi di due mondi, il connettersi tra due vite. Allora “io sono mio” è una risposta della solitudine, è il grido del possesso, ma soprattutto è il gelo dell’egoismo. “Io sono tuo”, invece, è il noi. È il cuore dell’amore, è tanto poter dire “Io sono tuo”».

Mons. Mansueto Bianchi, assistente generale Azione Cattolica

Così, a questo punto, nella Giornata vocazionale viene da chiedersi “Ma Dio com’è?”: «Il Dio cristiano – sottolinea il presule – è uno che dice “Io sono tuo” e lo dice a cominciare da se stesso, dalla propria persona, per la propria vita, perché noi non crediamo in un Dio che è infinita solitudine. Noi non crediamo in un Dio che è unica persona in un mare di vuoto e di silenzio. Noi crediamo in un Dio Trinità che vuol dire l’incontro, vuol dire la comunione delle vite, l’intrecciarsi delle persone, il Dio che noi preghiamo». Dunque, l’espressione “Io sono tuo” Dio la rivolge a noi: «Nel noi – ricorda il relatore – faticoso, tormentato, della storia di un uomo».

Viene poi da chiedersi quale delle due strade i giovani partecipanti, ma in generale tutti, abbiano scelto, “Io sono mio o io sono tuo”: «Quest’ultima – avverte monsignor Mansueto Bianchi – è una strada faticosa, che spesso imbocca una direzione controcorrente, ed ha perciò bisogno di motivazioni robuste dentro di noi. Perché questa una strada che, tante volte, conosce anche l’esperienza della sofferenza. Quante volte, in tutto questo, ci sentiamo affiorare la domanda “Ma chi me lo fa fare?” Perché questa è la strada verso la prima beatitudine “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”, la beatitudine che Papa Francesco ci ha affidato in preparazione alla prossima Giornata mondiale della gioventù di Cracovia, nel 2016. Questo, comunque, è il più grande, il più difficile dono di se stessi e la vocazione sta tutta dentro questa frase, dentro questo modo di pensare, di vivere: “Io sono tuo”».

I giovani pescaresi presenti al Palacongressi

Un cammino, quello verso la costruzione della propria vocazione, che necessita più che mai di testimoni come i tre che, domenica pomeriggio, si sono succeduti sul palco del Palacongressi per condividere con i giovani la propria esperienza di vita. Il primo di essi è stato il frate minore conventuale Padre Attilio Terenzio: «Oggi – osserva il responsabile del Centro di spiritualità a Tagliacozzo, accompagnato da due giovani seminaristi – si ha l’impressione che la vita cristiana sia sotto le righe. L’idea che ci siamo fatti, è che andare dietro a Dio significhi rinunciare a qualcosa di importante».

Non è così ed il frate lo fa capire, raccontando la sua vocazione religiosa: «A 25 anni – racconta Padre Attilio – ero capo scout nella parrocchia di San Cetteo, credevo di avere tutto, ma una mattina entrando in un negozio mi crollò tutto il senso della vita, come se quello che stessi facendo non avesse alcun senso. Del resto, per arrivare alla verità bisogna avere il coraggio di denunciare la falsità ed io non ero felice in nessun modo». Da qui l’inizio di un cammino di ricerca, culminata in una frase di don Primo Mazzolari “La vita di ognuno è un’attesa. All’inizio sembra che ti manchi qualcosa, poi ti accorgi che ti manca Qualcuno. Ti siedi e lo aspetti”: «La notte del 16 gennaio 1985 – ripensa il religioso -, dormendo, ebbi la sensazione che Gesù fosse seduto sul mio letto ed io fui preso da un pianto dolcissimo. Lui mi disse di farmi frate, io gli presentai le mie paure, e Lui mi disse “O adesso o mai più”. E allora comunicai questa decisione alla mia famiglia ed entrai in convento. Ma la vera vocazione non è decidere di diventare frate, ma decidere di restarlo, non è quella di sposarsi ma di quella di restare nel matrimonio. La vocazione è una scelta definitiva globale: è l’eccomi davanti a Dio».

Padre Attilio Terenzio, frate minore conventuale

Una scelta, in grado di cambiare il corso dell’esistenza: «L’idea che mi sono fatto – riconosce Padre Attilio Terenzio – è che la vocazione ti porta sul lucernaio, ti mette al centro della vita e di quella altrui. La vocazione è una scelta ed una spinta al proprio immobilismo. Oggi dovete abbandonare questo spirito rinunciatario, che pensate rappresenti la vita cristiana. A me si sono aperti scenari inimmaginabili». Ma fortunatamente, sono molti i giovani che una propria vocazione l’hanno cercata, o continuano a cercarla, nella vita di ogni giorno. È la storia di Enrico Goussot, giovane della parrocchia di San Luigi a Pescara, da due anni animatore di comunità del percorso di orientamento lavorativo della Conferenza episcopale italiana, Progetto Policoro: «La tematica del lavoro – premette Goussot – ci riguarda ed il Progetto Policoro è nato proprio per dare una nuova speranza, una nuova chiave di lettura che si realizza affiancando i giovani, il Vangelo ed il lavoro».

Enrico Goussot, animatore Progetto Policoro

Ma la ricerca del lavoro non può non partire dalla ricerca di un talento: «Ognuno di noi – conferma l’animatore del Progetto Policoro – ce l’ha, un qualcosa che lo rende unico e irripetibile. Questo talento, bisogna che lo scopriamo: ci deve aiutare la società, la scuola, la parrocchia, il nostro gruppo. Ci deve aiutare la Chiesa a scoprire questo talento e dobbiamo impegnarci anche noi, per scoprire come renderci utili e diventare imprenditori di noi stessi, dato che il Progetto Policoro si basa proprio sull’autoimprenditorialità».

Infine, la vocazione trova più che mai lo sbocco nella vita familiare, nella vita di un uomo e di una donna che decidono di sposarsi e di superare insieme le difficoltà della vita di coppia. È il caso di Roberto Febo e Stefania Di Menno, componenti del Gruppo famiglie della Parrocchia di Sant’Antonio di Padova a Montesilvano, padre e madre di due figli piccoli: «Siamo sposati da undici anni – narra Roberto, commosso -, felicemente da otto. Nel momento in cui mi sono sposato, ho capito che nella mia vita di cristiano non avevo capito nulla. I primi tre anni di matrimonio sono stati bruttissimi ed io non sopportavo la presenza di mia moglie. Del resto, io venivo da una famiglia in cui ero il quarto di quattro fratelli ed ero servito e riverito. Poi, da sposato, ho capito che accanto avevo mia moglie e non mia madre. In seguito, la partecipazione agli incontri del gruppo famiglie ha cambiato la mia vita ed ora accolgo mia moglie: è fantastica. Oggi ho capito che lei è stata sempre la stessa, ma ero io ad avere difficoltà a relazionarmi con lei, con la mia famiglia, con gli altri».

Gli sposi Roberto Febo e Stefania Di Menno

Una difficoltà superabile insieme: «Il matrimonio – aggiunge la moglie Stefania – è stato per noi una sfida, perché ci siamo trovati di fronte a vissuti diversi che hanno reso i nostri problemi ancora più grandi di quello che già erano. Invece, il Gruppo famiglie ci ha dato una grande mano aiutandoci a metterci in discussione, facendoci guardare dentro, imparando ad accoglierci e ad ascoltarci».

Infine, nell’euforia generale, a margine della Santa Messa conclusiva l’arcivescovo Valentinetti ha ufficialmente convocato i giovani pescaresi a prendere parte all’incontro che Papa Francesco avrà c presso l’abbazia molisana di Castelpetroso.

About Davide De Amicis (2421 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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