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Il mito di Pilato – Seconda Parte

L’altra faccia della medaglia: Pilato “angelo custode” di Gesù e dei suoi seguaci

Le fonti antiche giudaiche presentano Pilato come un uomo «duro, inflessibile, ostinato e spietato» (Filone Alessandrino), apertamente ostile ai Giudei. Perché allora non fu altrettanto repressivo nei confronti del movimento di Giovanni Battista e di Gesù di Nazaret? La risposta è semplice: perché costoro, a differenza di Barabba – il «prigioniero famoso» (Mt 27,16), il «brigante» (Gv 18,40), il ribelle incarcerato per aver aver partecipato a una sommossa scoppiata i città e aver commesso un omicidio (Mc 15,7; Lc 23,19) – non erano affatto pericolosi per il potere di Roma; anzi, piuttosto insegnavano il rispetto dell’autorità di Cesare, al quale spettava ciò che era suo di diritto (le tasse, Lc 20,25), predicavano un Regno che «non è di quaggiù» (Gv 18,36), denunciavano e combattevano i Giudei corrotti, ipocriti e sobillatori. Giovanni e Gesù predicavano indisturbati e facevano proseliti, perché non costituivano un pericolo per Roma; anzi, per il loro modo di trattare i potenti Giudei, farisei e sommi sacerdoti, potevano risultare persino simpatici al nostro conterraneo (delle origini abruzzesi di Pilato abbiamo parlato la scorsa settimana).

La leggendaria amicizia tra Gesù e Pilato

Nel corso dei primi secoli dell’era cristiana, è nato un corpus di scritti relativi alla figura di Ponzio Pilato e al suo rapporto con Gesù di Nazaret. Si tratta ovviamente di testi apocrifi, ma alcuni di essi sono particolarmente interessanti, perché illuminano su come alcuni ambienti cristiani, soprattutto orientali, interpretarono questa curiosa e misteriosa figura. Tra questi scritti v’è la lettera che Pilato avrebbe scritto all’imperatore Tiberio per parlargli di Gesù e spiegargli cosa fosse successo in occasione della Pasqua. In questa lettera, il governatore esprime una grande ammirazione verso il profeta di Nazaret, autore di miracoli e superiore per sapienza ai filosofi pagani. In particolare, Pilato mette in evidenza l’atteggiamento disponibile e rispettoso con cui Gesù si relaziona con l’Impero Romano: egli non è un sedizioso né un ribelle, anzi spesso «parla più amichevolmente ai Romani, che ai Giudei», e rispetta l’autorità imperiale (e qui porta come esempio la disputa sul tributo a Cesare). Perciò Pilato gli avrebbe accordato una piena libertà di parola e azione e lo avrebbe addirittura posto, anche se «a sua insaputa», sotto la sua protezione. Per contro, il procuratore si scaglia contro i capi ebrei, insolenti, ipocriti e sobillatori, verso i quali egli nutre un misto di paura e odio. Costoro sono presentati come i veri responsabili della condanna del Giusto. Venuto a conoscenza dei loro progetti di morte contro Gesù, Pilato lo avrebbe convocato in casa sua per esprimergli i suoi timori (anche per se stesso, dato che i malvagi Giudei minacciano di denunciarlo all’imperatore come complice del “ribelle”) e per esortarlo – anche se invano – alla prudenza. La lettera ricostruisce infine i fatti della Pasqua: il tumulto dei Giudei; il tentativo di liberare Gesù; l’angoscia con cui Pilato segue gli eventi della Passione e Morte a debita distanza; l’incontro con Giuseppe di Arimatea; e, infine, il racconto dei soldati (addirittura cento) posti di guardia al sepolcro e divenuti per questo testimoni della risurrezione, e le pressioni dei Giudei affinché si dicesse che i discepoli avevano trafugato il corpo mentre le guardie dormivano (trovate il testo integrale della lettera al link).

La lettera intreccia riferimenti ai vangeli canonici a spunti più o meno fantasiosi ed è evidentemente espressione di una cospicua parte dell’opinione pubblica cristiana dei primi secoli che condannava i Giudei come responsabili della morte del Cristo, cercando per contro di rivalutare il ruolo dei Romani e di Pilato. Queste posizioni non sono tanto lontane dal racconto riportato dai quattro evangelisti. Anche nei testi canonici, infatti, l’iniziativa di arrestare e uccidere Gesù viene esclusivamente dal mondo giudaico. Ciò si deduce per esempio dal fatto che al momento dell’arresto non erano presenti soldati romani, bensì «una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo» (Mt 26,47; lo stesso si ricava da Mc 14,43, Lc 22,52 e Gv 18,3). Per lo stesso motivo Gesù fu condotto per prima cosa non nel pretorio, ma «nella casa del sommo sacerdote» (Lc 22,54), dove fu sottoposto a un processo religioso; e Pietro, che lo seguì fin dentro al cortile, non fu dileggiato da soldati romani, ma dai servi del sommo sacerdote (Mc 15,66ss., Gv 18,15ss.). I Romani furono coinvolti nella questione solo al fine di rendere esecutiva la condanna a morte, che il sinedrio poteva decretare ma non effettuare, poiché i conquistatori avevano avocato a sé lo ius gladii.

Pilato e la prima comunità cristiana

Dopo la morte di Gesù, Pilato permise a Giuseppe di Arimatea di prenderne il corpo per seppellirlo (Mt 27,58); secondo Marco, egli si stupì del fatto che il condannato fosse già morto e si informò con il centurione circa l’orario della sua dipartita (Mc 15,44). Dopo questi fatti, la figura di Pilato scompare dal Nuovo Testamento. Eppure egli resta in carica come prefetto della Giudea ancora per qualche anno, fino al 36. Egli vede la nascita della prima comunità cristiana, assiste alla prima diffusione del vangelo, alla predicazione degli apostoli, alle molte conversioni, miracoli, discorsi pubblici di Pietro e compagni ecc.: e non muove un dito per impedire alla nuova religione di diffondersi, a differenza di quanto tentano di fare ancora Caifa e i suoi alleati, che cercano in tutti i modi di azzittire i predicatori, facendoli arrestare, interrogare, flagellare, imponendo loro il silenzio, ma sempre invano, e addirittura mettendoli a morte. A quanto raccontano gli Atti degli Apostoli (cap. 7), la lapidazione di Stefano avvenne senza il consenso dell’autorità romana, che – a differenza di quanto era successo con Gesù – stavolta non fu minimamente interprellata.

L’uccisione del primo martire di Cristo fu una vera e propria violazione della legge romana. E non rimase impunita. Una validissima studiosa di storia antica, Marta Sordi, ha ricostruito gli eventi che seguirono questo episodio. Secondo la sua ricostruzione, dopo la morte di Stefano, Pilato, temendo di perdere il controllo della situazione, scrisse una relazione a Tiberio. Questo rapporto – di cui parlano Giustino martire e Tertulliano – fu inviato nel 35. Un anno dopo, giunse in Medio Oriente, precisamente ad Antiochia, il legato di Tiberio, Vitellio, il quale – la fonte è Giuseppe Flavio, storico di origine ebraica – destituisce il sommo sacerdote Caifa, proprio colui che aveva condannato a morte prima Gesù e poi Stefano. Alla luce di questi episodi, la lettera di Pilato a Tiberio sembra contenere un fondo di verità.

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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1 Comment on Il mito di Pilato – Seconda Parte

  1. Mauro Valente // 4 giugno 2014 a 15:11 //

    A parte la simpatica “boutade” di Ponzio abruzzese, l’articolo di Sabrina contiene illuminanti accenni non solo alla personalità del funzionario romano, ma anche alla natura del rapporto tra potere romano e potere religioso ebraico ai tempi di Cristo.

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