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Il mito di Pilato – Terza Parte

Sorprese della storia: la tradizione cristiana favorevole al Romano che mandò a morte il Salvatore

Come abbiamo visto, esiste nel caso di Pilato un’altra faccia della medaglia, una tradizione a lui favorevole, che lo presenta addirittura come protettore e custode di Gesù e della prima comunità cristiana contro i sommi sacerdoti e i loro oppositori. Da dove ha origine questo filone agiografico? Ovviamente dal Nuovo Testamento. I Vangeli, infatti, tramandano un’immagine di Pilato molto meno malvagia di quanto siamo abituati a immaginare.

Il ruolo di Pilato nel processo contro Gesù

Il Vangelo di Giovanni contiene il resoconto più preciso sul processo civile subito da Gesù da parte del rappresentante di Roma, Ponzio Pilato. Narra l’evangelista che, dopo la sentenza di morte, all’alba del giorno di festa, i Giudei portano Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio (Gv 18,28ss.), la residenza ufficiale del governatore. Lì si trova Pilato, che forse vi soggiorna abitualmente durante le grandi ricorrenze giudaiche, per motivi di ordine pubblico. Poiché i Giudei si rifiutano di entrare in ambiente pagano, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua, è Pilato stesso – che, a quanto pare, ha imparato dalle precedenti esperienze a rispettare le usanze locali – a uscire per discutere con loro.

«Che accusa portate contro quest’uomo?».

«Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato».

«Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!».

Dal Vangelo non è chiaro se Pilato avesse conosciuto Gesù prima di quella occasione (come si afferma nella lettera apocrifa di cui abbiamo parlato la settimana scorsa). Ma a quanto pare ha già compreso che la persona che gli viene presentata è un «malfattore» solo agli occhi dei suoi interlocutori, mentre non nasconde alcun pericolo per l’Impero di Roma. Non deve stupirci che egli, fin da subito, voglia disinteressarsi della cosa, lasciando il giudizio ai Giudei. Gallione, proconsole dell’Acaia, farà lo stesso quando i Giudei gli porteranno Paolo con l’accusa di «persuadere la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla Legge» (At 18,9ss.). La risposta di Gallione in quell’occasione è chiara: «Se si tratta di un delitto o di un misfatto, io vi ascolterei, o Giudei, come è giusto. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra Legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste faccende». E li fa cacciare dal tribunale. Sembra proprio che i Romani non vogliano essere coinvolti in alcun modo in questioni di religione. Essi né sono interessati a questo genere di problemi (a meno che non nascondano pericoli per il potere di Roma), né vogliono rischiare con le loro decisioni di creare malcontento e disordini. Ma nel caso di Gesù la questione non si risolve tanto facilmente. La sentenza è già stata emessa e i Giudei esigono che sia proprio Roma ad eseguire materialmente la condanna:

«A noi non è consentito mettere a morte nessuno».

A questo punto Pilato è costretto a prendere le redini della situazione. Per prima cosa, cerca di comprendere meglio chi sia Colui che gli sta dinanzi e cosa mai abbia fatto per attirarsi l’odio omicida dei capi ebrei. Rientra nel pretorio, fa chiamare Gesù e inizia a interrogarlo, lontano da sguardi indiscreti. Secondo Luca (Lc 23,1ss.), il sinedrio ha presentato Gesù al governatore avanzando precise accuse politiche:

«Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re».

Il procuratore non può ignorare i rischi provenienti da un sobillatore che impedisce di pagare i tributi all’imperatore e si proclama re: i Giudei hanno trovato il modo per attirare la sua attenzione. Perciò la prima domanda che Pilato rivolge all’imputato è:

«Tu sei il re dei Giudei?» (Gv 18,34).

«Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?».

«Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?».

«Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

Il prigioniero parla effettivamente di un regno. E per un attimo attira l’attenzione di Pilato. Di quale regno si tratta? È forse un regno ostile e pericoloso per Roma? O potrebbe essere un regno alleato, o piuttosto una nuova terra da annettere all’Impero più grande che sia mai stato creato fino ad ora?

«Dunque tu sei re?».

«Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Più lo ascolta, più Pilato si rende conto che Gesù non parla di regni terreni e non costituisce un pericolo per Roma, ma solo un fastidio per i suoi nemici, che di lui affermano tutt’altro:

«Che cos’è la verità?».

Gesù pare un visionario più che un ribelle; e comunque è palesemente innocente. Pilato vorrebbe rilasciarlo. Tuttavia è costretto a fare i conti con l’audacia sfrontata dei Giudei. Poiché prendere iniziative senza il loro beneplacito sarebbe rischioso (già ha fatto esperienza dell’influenza che essi sono in grado di esercitare persino sull’imperatore), cerca in tutti i modi di liberare il prigioniero.

Prima invia Gesù da Erode Antipa (Lc 23,6ss.), probabilmente sperando anche di approfittare dell’occasione per ottenerne l’amicizia (e in effetti accade che «in quel giorno Erode e Pilato diventarono amici», Lc 23,12). Costui ascolta le accuse sollevate da sommi sacerdoti e scribi e cerca di interrogare Gesù, il quale però non gli risponde; poi rimanda il profeta a Pilato, dopo averlo vestito con una veste rossa e dopo averlo insultato e schernito. Il tetrarca si astiene prudentemente dal prendere una decisione riguardo al prigioniero, ma, a giudicare dal modo in cui lo tratta, non lo considera più pericoloso di un giullare: un sovrano da burla.

Di fatto, la questione è rimessa nelle mani di Pilato, il quale tenta ancora di scarcerare Gesù. Prima si offre, in rispetto di un’usanza ebraica, di rimandarlo libero per la Pasqua; ma a lui è preferito Barabba. Poi, ostentando una falsa sicurezza e determinazione, tenta la carta della punizione esemplare:

«Dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò» (Lc 23,16).

Flagellato, insultato, coronato di spine, lo espone ai Giudei, come aspettandosi di suscitare la loro pietà o di aver almeno saziato la loro sete di sangue:

«Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa».

Ma la risposta è una sola:

«Crocifiggilo, crocifiggilo!».

Ancora Pilato vorrebbe sottrarsi a questo compito. Anche sua moglie gli ha consigliato di non macchiarsi di quel sangue innocente (Mt 27,19ss.).

«Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa».

«Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

Dice Giovanni che a queste parole «Pilato ebbe ancor più paura» (Gv 19,8) e rientrò nel pretorio per interrogare ancora Gesù circa le sue origini. Che sia davvero un dio? La sua religione non si scandalizzerebbe di un fatto del genere, anzi! Ma, se fosse così, allora egli si macchierebbe di deicidio. Ma ancor di più ciò che trasforma la paura di Pilato in terrore è l’esplicita minaccia alla sua persona:

«Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare».

Un militare sannita, un valoroso soldato, un fedele governatore al servizio dell’Imperatore e della grandezza di Roma. Già altre volte, e per delle “futilità”, i Giudei lo avevano messo in cattiva luce davanti a Tiberio. Un’accusa del genere gli procurerebbe la destituzione e forse persino la condanna a morte (che spesso a quei tempi consisteva in un suicidio imposto dall’imperatore, il quale inviava al malcapitato un preciso ordine: seca venas, “tagliati le vene”). Pilato si arrende, ma non vuole essere considerato il responsabile di tale delitto: con gesto plateale, si lava le mani e consegna il prigioniero ai soldati perché lo crocifiggano, come vuole il popolo.

[continua …]

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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1 Comment on Il mito di Pilato – Terza Parte

  1. Mauro Valente // 8 giugno 2014 a 16:39 //

    “Solo chi è ricattabile può fare politica” disse Giuliano Ferrara e sembra che la sua provocatoria e caustica affermazione faccia al caso di Pilato, troppo impaurito di perdere il suo potere per poter seguire la propria coscienza. D’altra un Giusto, il Cristo, afferma che il suo regno non è di questo mondo e si lascia crocifiggere. La conclusione è l’impossibilità di un politica nello stesso tempo giusta e mondana: ne consegue la morale “scandalosa” delle Beatitudini: è felice non chi ha successo su questa terra, ma il sofferente per fede

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