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Il mito di Pilato – Quarta Parte

Ancora l’Abruzzo: dalla terra aquilana sbuca la sentenza che condannò a morte Gesù

Ripercorrendo le tappe del processo civile subito da Gesù, ci siamo accorti che i Vangeli sono molto più favorevoli a Ponzio Pilato e ai Romani di quanto possiamo immaginare. Da qui è nata la leggenda dell’amicizia tra Gesù e Ponzio Pilato, che i Vangeli e almeno una parte della tradizione tendono a presentare come innocente, vittima dei raggiri dei capi giudei e della paura. Ma nello stesso corpus di cui fa parte la lettera a Tiberio, troviamo un altro testo, anch’esso apocrifo, ma di tutt’altro indirizzo ideologico, che riporta la sentenza (scritta in ebraico) con cui Ponzio Pilato avrebbe mandato a morte Gesù.

La sentenza di Ponzio Pilato contro Gesù

Questa sentenza era scritta – a quanto si narra – su una pergamena che sarebbe stata rinvenuta, ermeticamente chiusa all’interno di tre cassette (una di pietra, una di ferro e una di marmo), durante degli scavi nei pressi di Amiternum, nel XVI secolo. Ora, secondo la tradizione, Pilato era originario del Sannio e qui, soprattutto nella zona dell’Aquila, si ritiene avesse la propria residenza: un grande castello nel quale egli avrebbe fatto ritorno dopo la prefettura in Giudea, dopo il 26. Chi sostiene l’autenticità del documento, ritiene che Pilato, tornando dalla Giudea, avrebbe portato con sé la sentenza emessa contro Gesù da presentare all’imperatore Tiberio. Ma poiché costui era già morto e il suo successore Caligola non era interessato alla questione, il documento sarebbe rimasto nella sua residenza, fino al fortunato ritrovamento. Della pergamena – andata perduta – sarebbero state fatte subito due copie, delle quali una, dopo varie vicissitudini, fu tradotta dall’ebraico in italiano da don Serafino Calderani nel 1853 (trovate il testo completo al link).

Questo documento pone però numerosi problemi.

1) Pilato ha davvero emesso una sentenza di morte contro Gesù?

A quanto si apprende dai Vangeli, Gesù fu mandato a morte a seguito di un processo religioso, al termine del quale fu emessa una sentenza di morte. Poiché i Giudei, dopo la conquista romana, avevano perduto il diritto di eseguire simili condanne, sarebbe toccato ai rappresentanti di Roma, unici detentori dello ius gladii, il compito di mandare a morte il condannato. Ciò che non è chiaro, alla luce del racconto evangelico, è se Pilato abbia o meno emesso una sentenza contro Gesù di Nazaret. Certamente lo interrogò – anche più volte – e lo trovò innocente. Certamente fece in modo di liberarlo ricorrendo a vari stratagemmi (l’usanza di liberare un prigioniero durante la festa, la pena esemplare della flagellazione), o quantomeno di togliersi dall’impaccio di decidere sulla sua sorte (inviandolo a Erode Antipa). Falliti tutti i tentativi, per evitare nuovi disordini e rischi per la sua stessa persona, lascia Gesù nelle mani dei soldati, perché sia crocifisso (abbiamo ripercorso le tappe di questo processo la settimana scorsa). Furono quindi materialmente i Romani a crocifiggere il condannato; ma Pilato, con il gesto del lavarsi le mani davanti alla folla, aveva pubblicamente negato il proprio coinvolgimento nella vicenda.

Per rispondere alla domanda, probabilmente bisognerebbe capire con esattezza come funzionava lo ius gladii a quei tempi, ma sull’argomento non abbiamo informazioni del tutto univoche. Secondo gli storici, in forza della lex Iulia de vi, quando il processo tendeva all’applicazione di una pena privativa della libertà, il governatore pronunciava la sentenza di condanna sotto forma di proposta all’imperatore. In particolare, se si trattava di un crimine capitale, il governatore si asteneva dal sentenziare e inviava l’accusato davanti al tribunale imperiale. Ma il diritto di appellarsi all’imperatore (provocatio) era riconosciuto solo ai cittadini romani (e fu in effetti applicato nel caso di Paolo, At 25,11); nel caso dei sudditi dell’Impero – specialmente nelle province lontane, maggiormente sottoposte all’arbitrio dei governatori – è possibile che le decisioni (anche se riguardanti sentenze capitali) fossero prese con maggior leggerezza.

Sta di fatto che i soldati romani resero esecutiva la condanna e non avrebbero certamente potuto farlo senza l’autorizzazione del governatore (la disciplina militare all’interno dell’esercito romano era molto rigida!). Ammettiamo quindi che il gesto di lavarsi compiuto da Pilato le mani fosse solo uno stratagemma, molto plateale, per significare la propria disapprovazione rispetto a una decisione presa contro il suo volere.

Emerge il secondo problema.

2) È possibile che Pilato abbia stilato un rapporto ufficiale di quanto era accaduto a Tiberio?

La possibilità non pare da escludere del tutto. Se anzi si considera che Pilato, nel 26, fu destituito dalla sua carica e inviato a Roma per render conto all’imperatore del suo operato in provincia, è possibile anche che egli abbia portato con sé tutta la documentazione lì prodotta durante il suo mandato, tra cui, forse, la stessa (ipotetica) sentenza da lui emessa per giustificare la crocifissione di Gesù.

Ma, se così fosse, per quale motivo Pilato avrebbe dovuto redigere tale documento in lingua ebraica? Forse i documenti ufficiali erano scritti nella lingua dei sudditi piuttosto che in quella dell’Impero? Proprio no.

Un falso ben congegnato

Se possedessimo la pergamena originale del documento, probabilmente con i moderni mezzi tecnici potremmo datarla senza troppi problemi, e verrebbe fuori una datazione ben più tarda del I secolo. Pare assai probabile che il documento sia un falso, prodotto in area aquilana, forse proprio nel XVI secolo, forse per quelle rappresentazioni drammatiche della Passione di cui le tradizioni locali recano ancora tracce molto evidenti e radicate. Si ritiene che nel XVI secolo gli Aquilani fossero istruiti tanto nelle lingue latina e greca quanto in quella ebraica, per cui avrebbero potuto produrre una falsa sentenza di Pilato in lingua ebraica da mettere in scena nelle loro rievocazioni.

La sentenza di Pilato pare dunque palesemente un falso. Ma non è da escludere che un qualche documento che registrasse e motivasse la morte di Gesù sia stato effettivamente prodotto a Gerusalemme. Un documento di cui, comunque, i Vangeli non recano alcuna traccia.

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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5 Comments on Il mito di Pilato – Quarta Parte

  1. Giovanni Antonio Nigro // 17 giugno 2014 a 09:47 //

    Nella Chiesa etiope Pilato è venerato come santo e martire; in alcuni scritti apocrifi latini, invece, il governatore, deposto, viene esiliato e condannato a morte da Tiberio, e il suo corpo gettato in un lago, che diviene dimora di demoni e sede di tempeste infernali.

  2. Giovanni Antonio Nigro // 16 giugno 2014 a 12:35 //

    Non è affatto strano: una sentenza in lingua ebraica è concepita apposta per gettare discredito sulle autorità civili e religiose giudaiche. L’incongruenza pare tale solo a noi moderni e si basa sul titulus crucis menzionato in Gv 19, 19.

    • Mauro Valente // 22 giugno 2014 a 16:00 //

      Se l’autore della condanna di Gesù è un romano, anzi, un governatore romano, il discredito non ricade sugli Ebrei.

      • Giovanni Antonio Nigro // 22 giugno 2014 a 19:41 //

        Per i primi cristiani Pilato è solo l’esecutore materiale di una condanna voluta e predeterminata dai Giudei (Mt 26, 47-27, 26; Gv 18, 1-19, 16), cioè dall’aristocrazia sacerdotale gerosolimitana e dai gruppi sociali a essa legati.

  3. Mauro Valente // 15 giugno 2014 a 17:44 //

    Che si tratti di un falso sembra evidente, è però strano che il falsario sia stato così ingenuo da scrivere l’atto di condanna in ebraico e non in latino.

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