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Il mito di Pilato – Sesta (e ultima) Parte

Pilato all’inferno? Ecco a voi l’altra versione della storia

La Paradosis di Pilato ci ha proposto un finale di storia sorprendente: il boia più famoso della storia sarebbe in realtà una figura positiva che ha contribuito alla realizzazione del progetto divino di salvezza e per questo comparirà accanto al Cristo nel giorno della sua gloria. L’immagine di un Pilato santo e martire, venerato come tale ancora oggi nella Chiesa copta, lascia interdetti noi occidentali abituati piuttosto a pensarlo come un demonio condannato all’eterna dannazione per il suo gesto scellerato di mandare a morte il Figlio di Dio, o quanto meno, di non prendere posizione, per pura e colpevole viltà, contro l’ingiusta condanna. Questa tradizione trae le sue origini da un’altra interpretazione antica circa il personaggio di Pilato, di cui offrono testimonianza alcuni testi, soprattutto occidentali, ma non solo.

Oltre alla Paradosis di Pilato, esiste un testo apocrifo appartenente allo stesso corpus, anche se probabilmente più tardo e composto in latino, intitolato Mors Pilati, la Morte di Pilato. Qui si narra che il governatore, venuto a sapere che l’imperatore e il senato lo avevano condannato a una morte ignominiosa, «si uccise con il proprio coltellino». L’informazione trova conferma in Eusebio di Cesarea, il primo storico del cristianesimo (III secolo), il quale afferma che Pilato morì suicida durante il regno di Caligola; afferma lo storico che egli «fu colto da tali mali da suicidarsi, divenendo così punitore di se stesso» (Storia Ecclesiastica II,7).

Ma torniamo alla Morte. Dopo il suicidio, Tiberio ordinò di legare il corpo di Pilato a un peso e di immergerlo nel fiume Tevere. Ma ecco cosa accadde:

«Spiriti maligni e immondi, godendo del suo corpo maligno e immondo, si muovevano tutti nelle acque e suscitavano nell’atmosfera fulmini e tempeste, tuoni e grandine terribile, sicché tutti erano presi da un’orribile paura. I Romani perciò l’estrassero dal fiume Tevere e, in segno di spregio, lo trasportarono a Vienne e lo immersero nel fiume Rodano. Vienne, infatti, è detta così quasi come via della gehenna, perché allora era un luogo maledetto. Ma anche lì affluirono spiriti cattivi, facendo le stesse cose. E quegli uomini, non potendo sopportare una tale infestazione di demoni, allontanarono da loro quello strumento di maledizione e gli diedero sepoltura nel territorio di Losanna. Ma anche gli abitanti di questa regione, sentendosi oppressi dalle stesse infestazioni, l’allontanarono da loro calandolo in un pozzo sito in mezzo a montagne, ove, a quanto riferiscono alcune persone, esalano tuttora delle macchinazioni diaboliche» (testo completo al link).

Questo testo sembra raccogliere tradizioni provenienti da varie località occidentali (Roma, Vienna, Losanna), nelle quali la presenza di fenomeni – diciamo così – sovrannaturali era interpretata come frutto di infestazione demoniaca; nello specifico, in questi luoghi spaventosi, si riteneva che aleggiasse lo spirito di Pilato, in grado, per la sua malvagità, di attirare altri demoni che si manifestavano attraverso le terribili forze della natura.

Sorte ancora peggiore ebbe Pilato in altre leggende, soprattutto di area occidentale, franco-tedesca: alcuni lo vogliono morto scorticato, o lasciato morire al sole dopo essere stato cucito in una pelle di bue, insieme a un gallo, una vipera e una scimmia, o chiuso in una torre o risucchiato dalla terra che si aprì sotto i suoi piedi in una voragine. La sua anima dannata avrebbe poi preso a vagare per la terra, infestando varie località dell’Europa centrale: Vienna e Losanna (citate già nel testo precedente), certi laghi del centro Italia, paludi, foreste e montagne inaccessibili … I luoghi più brutti, oscuri e paurosi sono stati ricollegati in qualche modo al nome di Pilato. Insomma, siamo ben lontani dall’alone di santità che gli era stato cucito addosso dalle più antiche tradizioni cristiane.

Sembra proprio che nel corso del Medioevo il nostro Pilato abbia subìto una sorta di damnatio memoriae, che lo ha pian piano trasformato in una sorta di demone che infesta i luoghi più brutti e spaventosi della terra, e al cui cadavere scellerato e maledetto non è possibile trovar pace.

E, a proposito di Medioevo e anime dannate, non è strano che nella celeberrima Commedia dantesca Ponzio Pilato non sia neppure nominato? Ce lo aspetteremmo tra le fauci di Lucifero, assieme al traditore Giuda, eppure non c’è. Secondo alcuni, Dante l’avrebbe posto tra gli ignavi, coloro che, per non essersi schierati né a favore del bene né a favore del male, sono giudicati indegni di meritare sia le gioie del Paradiso sia le pene dell’Inferno. In particolare, secondo alcuni commentatori, Pilato sarebbe quel tale che «fece per viltade il gran rifiuto» (Canto III): rifiutò cioè di giudicare il Cristo e per viltà rimise la decisione al popolo. Sarà … ma certo il suo nome non compare nella Commedia. O Dante, confuso da tradizioni tanto discordanti, non sapeva proprio dove collocarlo, o Pilato era diventato ormai «l’innominabile», anima infelice, che non riesce a trovare neppure una precisa collocazione nell’aldilà. E forse mai riposerà davvero in pace. Ciascuno è libero di immaginarlo dove vuole. Cosa sia stato realmente di lui, solo il Signore lo sa.

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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1 Comment on Il mito di Pilato – Sesta (e ultima) Parte

  1. Mauro Valente // 29 giugno 2014 a 16:02 //

    Un grazie sentito a Sabrina per aver così chiaramente esposto la complessità del personaggio di Pilato, che ha prodotto una complessità altrettanto intricata di tradizioni e interpretazioni. Attraverso esse l’umanità fa i conti con se stessa: guarda e analizza non solo il governatore romano, ma anche ogni uomo, nella sua multiforme mutevolezza e fragilità.

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