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“La Caritas dovrebbe sciogliersi… nella comunità cristiana”

"Solo se se saremo in grado di uscire - avverte don Francesco Soddu -, si riuscirà ad offrire dei luoghi di accoglienza che non siano cittadelle apparentemente aperte, che rischiano di accogliere qualcuno per respingerne altri. Solo se saremo in grado di vivere il disagio dell’apparente inutilità delle nostre opere, costruiremo locande in grado di profumare di accoglienza e di calore umano"

Lo ha affermato don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, intervenendo lo scorso sabato al Convegno delle Caritas parrocchiali pescaresi presso l’Oasi dello Spirito di Montesilvano

Don Marco Pagniello, direttore della Caritas diocesana

Don Marco Pagniello, direttore della Caritas diocesana

«La Caritas bisognerebbe scioglierla, come lo zucchero o il sale in un liquido, perché la Caritas deve sciogliersi nella comunità che deve davvero apparire». Lo ha affermato don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, intervenendo lo scorso sabato al Convegno delle Caritas parrocchiali intitolato “Verso l’uomo”, svoltosi presso l’Oasi dello Spirito di Montesilvano colle alla presenza di circa 300 volontari Caritas provenienti da tutte le parrocchie diocesane: «Il vero servizio a cui siamo chiamati tutti – introduce don Marco Pagniello, direttore della Caritas diocesana – è quello di far incontrare l’uomo che bussa alla nostra porta con il vero ed unico Salvatore. Nel documento preparatorio al prossimo Convegno ecclesiale di Firenze, si parla di una Chiesa che dev’essere esperta in umanità e qui penso che noi, come ufficio di Pastorale della Carità, possiamo e vogliamo dire la nostra perché più che mai noi possiamo definirci esperti di quella parte di umanità che in questo momento, più altri, soffre la fatica e la paura. Esperti anche per uscire dai nostri Centri di ascolto per andare ad incontrare l’uomo e allora, vogliamo interrogarci proprio su chi è l’uomo che incontriamo in quanto portatore di domande e bisogni, ma anche di talenti».

Padre Roberto Di Paolo, docente di Sacra Scrittura

Padre Roberto Di Paolo, docente di Sacra Scrittura

Un’azione, quella dell’andare verso l’uomo, perfettamente rappresentata dall’episodio biblico di Gesù che va ad incontrare la Samaritana, afflitta dai suoi problemi e le sue insicurezze, al pozzo di Sicar: «Questo testo – premette Padre Roberto Di Paolo, docente di Sacra Scrittura e direttore dell’Istituto superiore di Scienze religiose Giuseppe Toniolo di Pescara – ci aiuta ad entrare nel convegno, prima di tutto perché la relazione tra Gesù e questa donna è molto difficile da attuarsi. Non è la donna che cerca Gesù, ma è Gesù che va in contro alla donna la quale, andando a prendere l’acqua a mezzogiorno rispetto alle altre che la vanno a prendere la mattina presto, lascia intendere che qualcosa non va. Inoltre la relazione è difficili anche perché, all’epoca tra giudei e samaritani, c’era un’aperta ostilità e i due hanno dovuto superare anche questo. La donna parla a Gesù dell’acqua da attingere, mentre Gesù parla dell’acqua per far uscire allo scoperto la donna non per giudicarla, ma per darle l’acqua viva di cui ha bisogno».

La svolta, nel colloquio tra i due, avviene quando poi Gesù dice “Vai a chiamare tuo marito” e la Samaritana risponde “Non ce l’ho, ne ho avuti cinque”: «Prima di tutto – osserva Padre Di Paolo -, Gesù dimostra di conoscere la storia di quella donna, senza giudicarla, la quale infatti annuncia poi “Venite a vedere uno che mi ha detto tutto quello che ho fatto”. La domanda che si pone la donna, a questo punto è “Che sia lui il Messia? Che sia lui il Cristo? Non è più per la tua parola che crediamo, ma perché sei il Salvatore del mondo”. Così, quando l’incontro tra noi e la gente che si avvicina porta frutto, la gente arriva a scoprire il Salvatore del mondo e non soltanto noi».

Prof. Roberto Mancini, Ordinario di Filosofia teoretica all'Università di Macerata

Prof. Roberto Mancini, Ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Macerata

Questo, dunque, è il modello ideale che deve incarnare più che mai la relazione instaurata tra il bisognoso ed l’operatore Caritas sullo sfondo di una società asfissiata da una crisi esistenziale e motivazionale, ancora prima che economica e finanziaria: «L’aspetto fondamentale che caratterizza la crisi che stiamo vivendo – denuncia il professor Roberto Mancini, ordinaria di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata -, al di là della disoccupazione, della miserie e della disintegrazione sociale, sta nella nostra mancanza di saper guardare al futuro. Anche al termine della Seconda guerra mondiale, la popolazione aveva alle spalle la distruzione, la fame e le macerie, ma era stata capace di sperare, guardando ad una società diversa e si impegnavano a costruirla. Oggi, invece, singoli ed istituzioni hanno perso questa capacità e si adattano a gestire la disperazione, abitiamo dentro la nostra disperazione».

In questo contesto, a detta del filosofo, il servizio in Caritas non è assimilabile a semplice attivismo, ma si traduce nell’essere disposti ad abbracciare uno stile di vita diverso, solidale. Una scelta, quest’ultima, fondamentale per combattere la povertà scaturita da una crisi tutt’altro che momentanea: «Non credete ai media che parlano di crisi – ammonisce il professor Mancini – in quanto questa parola, come rappresentato nel linguaggio medico, indica un fenomeno che si evolve rapidamente nella guarigione o nella morte del paziente e non dura nel tempo. Fin quando ci dicono la parola crisi, noi siamo abituati a pensare che basti stringere i denti per un po’ finché non torni tutto alla normalità. In particolare, ci avrebbero detto che sarebbe finita nel 2010 mentre siamo arrivati quasi al 2015 e la crisi non passa. Perché in realtà quello che viviamo è un declino, dovuto allo spostamento dei rapporti di forza mondiali dai Paesi occidentali, gli Stati Uniti e l’Europa, verso i Paesi dell’Est come l’India e la Cina».

I tanti operatori Caritas presenti al Convegno

I tanti operatori parrocchiali della Caritas presenti al Convegno

Una crisi che, secondo l’accademico, sarebbe collegata alla scelta di dar vita ad una società di mercato dove tutto si può comprare e non c’è spazio per le persone, di fatto, classificate come risorse o esuberi: «Così – rileva il docente accademico – coloro che arrivano alla Caritas hanno subito una deformazione della loro condizione umana. Sono persone dalla vita interiore disintegrata, prive di una comunità di riferimento e di una continuità della loro vita personale. È così che si sviluppa un fenomeno di nuovo individualismo, all’interno del quale ognuno di noi diventa una persona diversa al seconda del contesto in cui si trova, a casa o sul lavoro ad esempio». In questo caso, uno dei primi interventi da compiere è quello di restituire piena dignità alla storia della persona: «In tutto questo – aggiunge l’ordinario di Filosofia teoretica – l’azione della Caritas ha una valenza profetica ricordando, cioè, che di fronte a tante ingiustizie c’è la giustizia di Dio che non va in base al merito, ma in base all’amore che fa di ciascuno un figlio prezioso, amato».

La Caritas è quindi al servizio di questa giustizia più grande, che pone al centro la cura dell’individuo riconoscendo il suo valore a prescindere di come, esteriormente, si presenti. Ma al di là di tutto, questo servizio deve riguardare l’intera comunità ecclesiale, non solo singoli individui: «Quante volte – lamenta il professore – dentro la nostra comunità ecclesiale c’è il meccanismo della delega: ci pensa la Caritas. E chi la fa la Caritas? Chi è abbastanza anziano da essere in pensione, ma alla fine ci si trova davanti ad una sproporzione tra i cristiani praticanti e quelli realmente disponibili. Da questo punto vista, in un certo senso, la Caritas bisognerebbe scioglierla in quanto dev’essere la comunità cristiana a praticare questo servizio alla giustizia e non una task force di specializzati».

don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana

don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana

Una provocazione, quest’ultima, condivisa dal direttore di Caritas Italiana don Francesco Soddu che ha approfondito il tema relativo alla Chiesa e, quindi, alla Caritas chiamate ad abbracciare le periferie dell’uomo, materiali ed esistenziali, con occhi nuovi: «Qualche anno fa – ricorda don Soddu – Caritas Italiana ed Università Cattolica si interrogavano sul tema delle periferie, per capire come erano cambiate rispetto alla loro descrizione risalente agli anni ‘80-’90 ed aggiornare le mappe concettuali esistenti su quei contesti. Tutto questo in un periodo in cui la locuzione periferie esistenziali non andava di moda e, per alcuni, aveva un sapore stantio, appariva come un approccio datato e forse ideologico. Poi, invece, è arrivato Papa Francesco e tutto è tornato di moda, ma attenti che quando si usano troppo le parole, rischiano di fare la fine delle monete: perdono valore».

Attualmente, la locuzione periferie si utilizza per indicare quei quartieri sensibili, non solo decentrati e lontani, dove il degrado urbano e la concentrazione di condizioni di fragilità rappresentano vere bombe ad orologeria a volte esplose, come nel caso recente di Tor Sapienza a Roma: «Sono certamente luoghi – riflette il direttore di Caritas Italiana – che non hanno appeal, in cui il decoro urbano e la piacevolezza dei luoghi e dei volti non sono la caratteristica prevalente. D’altro canto, Papa Francesco ha eletto la periferia a metafora dei luoghi dov’è più impellente una chiamata ad una presenza comunitaria. Perciò, a proposito di periferie esistenziali, abbiamo presente la mappa delle periferie del nostro territorio? Sentiamo la domanda aperta su quali destini sociali e personali, quali traiettorie esistenziali, quali solitudini, quali percezioni del mondo si generano dentro i contesti di maggiore degrado nella nostra diocesi? Sentiamo come dolorosa la distanza tra questi luoghi e le nostre comunità cristiane, tra questi luoghi ed ognuno di noi? Abbiamo la percezione di quale sia il gradi di disumanizzazione di questi luoghi, caratterizzati da un’edilizia non certo a servizio dell’uomo? Siamo in grado di leggere le nostre paure, le nostre distanze, non per un moralistico esame di coscienza, ma per comprendere e sconfiggere cosa ci allontana da una vera testimonianza evangelica?».

Solo riuscendo a rispondere a queste domande, potremo porre in essere il primo tassello inerente la costruzione della carità, quello della conoscenza e dell’apprendimento: «Solo se se saremo in grado di uscire – avverte don Francesco Soddu -, si riuscirà ad offrire dei luoghi di accoglienza che non siano cittadelle apparentemente aperte, che rischiano di accogliere qualcuno per respingerne altri. Solo se saremo in grado di vivere il disagio dell’apparente inutilità delle nostre opere, rispetto all’onda dei bisogni e all’angoscia e alla rabbia di quanti chiedono con quella disperazione che invoca una risposta, solo così riusciremo a costruire locande in grado di profumare di accoglienza e di calore umano».

Mons. Tommaso Valentinetti

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

Un impegno, quest’ultimo, che richiede una profondo cambiamento di mentalità nonché un processo di riforma della Chiesa, già in atto, ma che deve arrivare anche in Chiese locali come l’arcidiocesi di Pescara-Penne, dove i laici si sentono rivestiti di responsabilità notevole lamentando, a volte, di non essere sempre seguiti al meglio dai rispettivi parroci: «In questo – ammette monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne -, diciamoci la franca verità, facciamo fatica. Fanno fatica i sacerdoti, fanno fatica i vescovi, fa fatica il popolo santo, facciamo fatica tutti perché quello che ci viene chiesto è veramente uno sforzo titanico di trasformarci da Chiesa quiescente a Chiesa movente, trasformarci da Chiesa che attende a Chiesa che va. Oggi Papa Francesco ci dice che non è più il tempo dell’attesa, ma è il tempo dell’andare, della missionarietà, dell’annuncio della Parola come indicato dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Mi raccomando, se non l’avete ancora letta leggetela: noi, come Chiesa diocesana, l’abbiamo fatto e lo stiamo facendo con tutti i sacerdoti. È un cammino che richiederà molto tempo e che richiederà anche molto sforzo oltre che una presa di coscienza, anche da parte di noi vescovi e sacerdoti, sul fatto che i laici nella Chiesa non sono meri esecutori materiali di ciò che il vescovo o ciò che il parroco dice, ma sono i protagonisti di un’azione pastorale forte e convinta all’interno delle realtà associative e delle realtà parrocchiali».

In quest’ultimo ambito, attraverso la presenza nei Consigli pastorali parrocchiali, la Caritas deve interpretare un ruolo da protagonista: «La Caritas parrocchiale – conclude il presule -, senza entrare in competizione con altre realtà similari, diventa l’anima caritativa delle vita parrocchiale, diventa quel sale della terra, quella luce, quel lievito che messo dentro la vita di una parrocchia genera tutta una serie di azioni ed attenzioni a quella che è la situazione in cui ci troviamo e quella che è la realtà in cui i poveri e gli ultimi vengono a bussare alla nostra porta». Ma la Caritas, non può fare tutto da sola: «C’è una mentalità – rileva il direttore di Caritas Italiana – che si sta facendo spazio nell’opinione pubblica, ovvero che in fondo le azioni di carità e giustizia sono relegate alla Chiesa, ma in realtà sono lo Stato, le Regioni, i Comuni ad avere il dovere di pensare attentamente a quelle che sono le necessità della vita della gente, che vive e transita sul proprio territorio».

About Davide De Amicis (2855 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero ed è direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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