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“Uscire dal chiuso delle sacrestie per incontrare l’umanità al di fuori”

"Nella comunità cristiana - spiega Valentinetti - dobbiamo riuscire a portare una sacramentalizzazione preceduta da un’evangelizzazione in quanto, senza di essa, è perfettamente impossibile vivere il sacramento e, una volta celebrato, esperirne la grazia che ci è data attraverso di esso"

E’ stata questa l’esortazione rivolta lunedì dall’arcivescovo Valentinetti alle aggregazioni laicali, riunite nella chiesa dello Spirito Santo, presentando il tema del Convegno ecclesiale di Firenze

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

«Uscire dal chiuso delle sacrestie e dei saloni parrocchiali per incontrare realmente l’umanità che, purtroppo, gira fuori dal nostro mondo, gira fuori dalle nostre idee e dal nostro modo di vedere e di pensare». Con queste parole forti, lunedì sera presso la chiesa pescarese dello Spirito Santo, l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Valentinetti ha esortato i componenti delle associazioni e dei movimenti laicali presenti in diocesi a tradurre in pratica l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, attraverso la quale Papa Francesco ha invitato i fedeli ad uscire dalle proprie parrocchie per farsi annunciatori della Parola di Dio nelle periferie urbane ed esistenziali.

Il logo del prossimo Convegno ecclesiale di Firenze

Il logo del prossimo Convegno ecclesiale di Firenze

Un tema, quest’ultimo, che sarà al centro del quinto Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, in programma dal 9 al 13 dicembre prossimi, dal tema “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”: «Finora – rileva il presule – la vita della nostra comunità è stata caratterizzata da una sacramentalizzazione totalizzante, mentre dobbiamo riuscire a portarvi una sacramentalizzazione preceduta da un’evangelizzazione in quanto, senza di essa, è perfettamente impossibile vivere il sacramento e, una volta celebrato, quello che i primi padri della Chiesa facevano con la mistagogia, ovvero entrare nella vita di un sacramento ed esperire la grazia che ci è data attraverso di esso».

Un tema, quello al centro del Convegno di Firenze, che implica una riscoperta della vitalità e della bellezza dell’umanità oltre alla bellezza di essere uomini e donne di questo tempo, come richiesto anche dalla traccia in preparazione all’evento elaborata dalla Conferenza episcopale italiana: «Le notizie – osserva monsignor Valentinetti – che ci arrivano dai mass media, a disposizione di tutti, ci mostrano un’immagine dell’uomo molto degradata. Non a caso la traccia, reperibile anche nelle librerie specializzate, è il frutto delle riflessione compiuta da tutte le diocesi italiane, alle quali è stato richiesto di far pervenire una o più esperienze che potessero sottolineare il volto bello dell’uomo».

La copertina della traccia preparatoria al Convegno di Firenze

La copertina della traccia preparatoria al Convegno di Firenze

E il risultato ottenuto, da questo punto di vista, è stato molto confortante: «Gli elaborati – sottolinea l’arcivescovo di Pescara-Penne – dimostrano che nelle Chiese italiane c’è una vitalità interessantissima, capace di ridire ancora la Parola di Gesù al mondo contemporaneo. Pertanto, noi vogliamo riscoprire questo umanesimo. Vogliamo riscoprire la bellezza dell’uomo e delle sue potenzialità: dell’uomo corroborato dalla grazia di Dio, che è corroborata dalla fede la quale, a sua volta, è corroborata dalla potenza dello Spirito Santo».

Ma per fare tutto questo, bisogna essere necessariamente ottimisti: «Nel mondo – osserva Valentinetti – non esistono solo le madri che uccidono i loro figli, così come non esistono solo i terroristi che, purtroppo, ammazzano le persone innocenti a Parigi, ma soprattutto fra i poveri della Nigeria di cui nessuno parla. Del resto solo quando l’uomo imparerà a non distinguere tra Nord e Sud del mondo e a non distinguere tra i colori della pelle, forse potremo dire che questo umanesimo sarà davvero rispettato».

Un umanesimo che, alla sequela di Gesù, sia innanzi tutto in ascolto della Parola di Dio: «La Parola del Signore – ribadisce l’arcivescovo Valentinetti – deve essere il nostro punto di riferimento, ma non solo la Parola. Dobbiamo metterci in ascolto dei gemiti, dei desideri, delle difficoltà e delle fatiche dell’uomo d’oggi: dobbiamo avere il coraggio di guardarle in faccia». E ancora, la comunità cristiana dovrà essere capace di declinare un umanesimo concreto: «Non un umanesimo – precisa il presule – fatto di chiacchiere, ma di gesti concreti. Laddove ci sia un uomo o una donna, i quali necessitino di essere presi per mano per uscire dalle loro fatiche e dalle loro situazioni difficili, lì ci deve essere un cristiano pronto nella concretezza a vivere questa disponibilità».

I rappresentanti delle aggregazioni laicali diocesane, presenti nella chiesa dello Spirito Santo

I rappresentanti delle aggregazioni laicali diocesane, presenti nella chiesa dello Spirito Santo

E poi l’umanesimo dovrà anche essere plurale ed integrale: «Plurale – spiega il presule – perché non deve limitarsi ad un solo settore, altrimenti sarebbe ben poca cosa. C’è bisogno di un’attenzione intellettuale, culturale, verso le dimensioni più grandi come quella della pace e della politica. Noi, purtroppo, siamo molto distratti e disillusi da questo mondo, ma se c’è una ambito che oggi ha bisogno di riscoprire un umanesimo che si fonda su Gesù Cristo, e quindi che sia realmente di servizio per gli uomini, è proprio un umanesimo della politica e per la politica. Fratelli, dobbiamo riprendere in mano la situazione e non lasciarcela sfuggire. Nessuno può espropriarci delle nostre responsabilità, perché è profonda, e non basta dire che è tutto sporco e tutto marcio».

E tutto questo, va fatto secondo la logica del Vangelo: «Ecco – puntualizza l’arcivescovo – cosa significa un umanesimo integrale. Tutto l’uomo, solo l’uomo, l’amore dell’uomo, perché noi è lì che troviamo l’amore di Dio».

E in questo umanesimo non possono mancare le componenti dell’interiorità e della trascendenza: «Noi – ricorda monsignor Valentinetti – non siamo sociologi, psicologi o avvocati. Noi siamo credenti, siamo persone che credono in Dio il quale ha mandato suo figlio Gesù Cristo e, che con Cristo, ci dona la grazia dello Spirito Santo. Questo spirito che ci fa andare a vivere dentro un’interiorità e dentro una trascendenza. Abbiamo ricevuto il grande dono della possibilità di interiorizzare il nostro servizio nella preghiera, nella meditazione, nella celebrazione dei sacramenti, nella continua attesa e visione di quel Regno che deve ancora venire».

Per questo la comunità cristiana non può accontentarsi di un nuovo umanesimo, orientato su Gesù Cristo, per una realtà penultima: «Noi – rilancia l’arcivescovo di Pescara-Penne – dobbiamo puntare ad una realtà ultima, cercando la pace non perché essa divenga solo uno strumento di non belligeranza tra noi, ma perché la pace è quella che ci verrà data nel giorno in cui il Regno di Dio si instaurerà definitivamente in mezzo a noi. Ecco il nuovo umanesimo che noi vogliamo annunciare».

About Davide De Amicis (2488 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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3 Comments on “Uscire dal chiuso delle sacrestie per incontrare l’umanità al di fuori”

  1. …è un errore di trascrizione …o cmq qualcosa è successo mentre le dita vi muovevano sulla tastiera del pc….(errata corrige) “sacrestie”….così il ragionamento torna meglio…
    grazie

  2. ….quindi bisogna “uscire dal chiuso delle carestie”…”secondo la logica del Vangelo”…
    In effetti è da circa 2000 anni che il vangelo esorta “andate e fate discepoli….”(Matteo 28) e Gesù “li mandò due a due” (Luca 10)….”di casa in casa” (Atti 20) In questo modo si percepisce la realtà delle persone e si può dare loro una speranza…l’unica: Il regno di Dio

    • Giovanni Antonio Nigro // 15 gennaio 2015 a 14:26 //

      “Uscire dal chiuso delle sacrestie”, Piero, non “delle carestie”! A meno che tu non alluda ad Amos 8, 11: “Ecco, verranno giorni, – dice il Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore”.

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