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Uomini di Dio

 

Film – Uomini di Dio

Titolo Originale: Des hommes et des dieux

Anno: 2010

Nazione: Francia

Durata: 120 min

Genere: Drammatico

Cast: Lambert Wilson (Christian); Michael Lonsdale (Luc);  Olivier Rabourdin (Christophe)

In un momento in cui molti pensano all’Islam come al nemico, mentre i laicisti si servono dei fatti esecrabili di Parigi per gettare discredito su ogni religione, gioverebbe guardare il film Uomini di Dio (Des hommes et des dieux) – diretto da Xavier Beauvois e prodotto dalla laicissima Francia – che nel 2010 ottenne il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes e un clamoroso successo di pubblico fuori e dentro la Francia. Un film religioso e umanissimo, sul “divino”, come ben rende il titolo originale, tradotto Uomini e dèi, che si ispira ad una citazione biblica presentata all’inizio del film: «Io ho detto:“Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo. Eppure morirete come ogni uomo”» (Salmo 82, 6-7). Il film rievoca la storia realmente accaduta di sette monaci cistercensi, tutti di nazionalità francese, sequestrati dal loro monastero presso Tibhirine, in Algeria, nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996. Il sequestro (anche se la verità giudiziaria non è stata accertata ed i servizi segreti francesi non escludono la complicità dell’esercito algerino) fu rivendicato da un gruppo di terroristi del Fronte Islamico di Salvezza. Il 21 maggio dello stesso anno, dopo inutili trattative per ottenere dalla Francia la liberazione di prigionieri, i terroristi annunciarono l’uccisione dei monaci, le cui teste furono ritrovate il 30 maggio e sepolte nel cimitero del monastero; i corpi, invece, non furono mai ritrovati.

Secondo la nostra lettura, Uomini di Dio è un film sulla Carità, sulla Fede e sulla Speranza più che sull’esaltazione del martirio. È la storia di umanissimi cristiani che – nonostante le proprie fragilità e il tarlo insidioso dei dubbi, le minacce esterne e le paure interne – scelsero di restare in un Paese e tra un popolo che amavano lasciando una testimonianza di fraternità per tutti. È possibile la convivenza tra credenti in religioni diverse? Il sostegno della fede è sufficiente a far sopportare non tanto la morte, quanto l’angoscia nell’attesa di questa? L’amore è veramente più forte dell’odio, la vita trionfa sempre sulla morte?

La Carità paziente può costruire una convivenza pacifica tra fedi differenti. Nutrendosi di una quotidianità semplice scandita dal lavoro, dallo studio e dalla preghiera – Ora et Labora –, i monaci cistercensi vivono in armonia con la popolazione musulmana offrendo una testimonianza priva di ambizioni di proselitismo. Vicini agli abitanti del villaggio, partecipano alle loro attività lavorative e alle loro feste, vendono le confetture al vicino mercato, offrono sostegno medico grazie a frère Luc che arriva a visitare centocinquanta persone al giorno, distribuendo all’occorrenza medicine e vestiti dismessi con particolare riguardo per donne e bambini. «Noi siamo gli uccelli, ma voi siete il ramo su cui gli uccelli si posano», così una delle donne algerine dipinge la comunità dei monaci nel villaggio: non sono solo un sostegno materiale, ma il perno della vita intorno al monastero. La guerra, tuttavia, non ha occhi per distinguere i buoni dai cattivi e squarcia anche oasi di carità. La strage di un gruppo di operai croati cristiani da parte dei terroristi islamici sconvolge il villaggio. Quando nel monastero arriva Ali Fayattia, il leader degli uomini armati, frère Christian de Chergé, il Priore, conquista il rispetto del terrorista con la fermezza dei modi e lo allontana col solo dire che nel monastero si sta festeggiando la Natività di Cristo. Da questo momento, la piccola comunità dei monaci diventata un possibile, quanto mai probabile, bersaglio di un’azione terroristica. Dalla Francia e dallo stesso governo di Algeri arrivano sollecitazioni per spingere padre Christian e i suoi confratelli ad abbandonare il monastero e far ritorno in Patria. Cosa fare? Restare o lasciare tutto e partire? La fede chiede veramente di offrirsi alla grazia del martirio?

«La Fede è fondamento delle cose che si sperano, prova delle cose che non si vedono» (Eb 11,1). Davanti alla scelta di partire o restare, la piccola comunità di monaci si ritrova come in bilico tra l’umanissima paura della morte e l’amore incrollabile per Cristo e per il prossimo. Frère Christian preme per restare, alcuni confratelli dissentono e durante un capitolo un frate si rivolge al priore con queste parole: «Non ti abbiamo eletto nostro superiore perché tu decida da solo!». La fede passa attraverso il dubbio, la comunità attraverso le resistenze della soggettività, come insegnano tutti i grandi martiri e testimoni della fede cristiana. Immagine della vulnerabilità e del candore dei monaci è la scena dolce e solenne dell’“ultima cena” sulle note del Lago dei cigni di Tchaikovsky, quando la macchina da presa indugia sui volti commossi e gli occhi bagnati dei monaci, ad esprimere la sensazione struggente che si deve provare quando si dice addio alla bellezza della vita e si accetta la possibilità di morire per Cristo. La fede, Dio non desiderano la morte dell’uomo e l’uomo, anche il monaco che ha donato la vita al Signore e all’assistenza del più debole, non deve cercare la morte perché sarebbe una bestemmia nei confronti della bellezza della vita. Nessuno dei monaci di Tibhirine ha ansie di martirio; tutti invece cercano di capire come meglio agire. Il tempo scorre, come scorre in un monastero, scandito dal succedersi delle celebrazioni, delle preghiere e dei canti gregoriani – tutti protagonisti assoluti del film. Attraverso la contemplazione e la “stabilitas loci” benedettina – ovvero rafforzando quotidianamente la fede in Dio e la carità verso i musulmani del villaggio – i monaci decideranno all’unanimità di restare comunque in un Paese e tra un popolo che amano. La scelta di restare, va sottolineato, non è per i monaci un “surplus” ma è sentita come la conseguenza della propria vocazione: hanno già lasciato la “propria” vita, il proprio Paese; hanno già scelto Cristo e il prossimo; hanno già lasciato tutto: «Sono un uomo libero, non temo la morte», dirà frère Luc.

«Siamo stati salvati nella Speranza» (Rm 8, 24). La conclusione presagita arriva inesorabile. Nella sequenza finale i monaci avanzano in fila indiana, in un silenzio che rimbomba di affanni, e scortati dai loro carcerieri vanno verso la morte. Salgono il loro Calvario di timore e tremore, e scompaiono avvolti nella nebbia. Non c’è spettacolarizzazione della morte, tantomeno voluta esacerbazione della violenza dei terroristi; l’una e l’altra sono assorbite dalla luce di un paesaggio innevato che trasfigura in sé la vita e la morte, l’amore e l’odio, la mitezza e la violenza, il senso e l’insensato, come a comporre tutto in una Speranza che trascende e invera ogni cosa.

Il testamento di frère Christian de Chergé. «Potrò immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo». Queste parole pronunciate nel film da una voce fuori campo, sulle immagini del monastero ormai vuoto, sono contenute nel testamento spirituale di frère Christian de Chergé, scritto dal priore prima del rapimento nella consapevolezza che la morte sarebbe presto arrivata. Da esse traspare un amore sincero per la terra e il popolo algerini, per l’islam e la sua nobile tradizione, e una disponibilità al perdono di quel «fratello dell’ultima ora» le cui mani, spinte dall’ideologia del terrore, vorranno coprirsi di sangue. Se il mondo, come spesso ripetiamo, ha più bisogno di testimoni che di maestri, mentre tutti si affannano ad indicare possibili vie per realizzare la convivenza tra religioni diverse e sconfiggere il terrorismo, lasciamo qui di seguito il testamento di padre Christian de Chergé che augurava per sé e per tutti una cosa sola: vedere gli uomini – ogni uomo, anche il nemico – e le cose – tutte le cose, anche la morte violenta – con gli occhi di Dio. Siamo uomini di Dio.

 

Il testamento di frère Christian de Chergé

 

«Quando si profila un ad-Dio» Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.

Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.

La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.

Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.

Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.

Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio“, il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.

So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.

L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.

Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: “Dica adesso quel che ne pensa!”. Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.

Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.

Di questa vita perduta, totalmente mia, et totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.

In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!

E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due.

Amen!

Insc’Allah

Trailer-Uomini di Dio

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*Essere tra la gente musulmana, in nome di Gesù. Essere una chiesa cristiana in relazione profonda con il mondo islamico. La diocesi di Algeri, da pochi anni, ha iniziato a restaurare il monastero e ha anche realizzato un sito web (www.monastere-tibhirine.org) per tenere vivo questo luogo della memoria e farlo tornare ad essere un punto di riferimento per il vicino villaggio, la comunità islamica e tutti gli uomini di Dio.