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La Pasqua è «passaggio attraverso la passione»

Il mistero pasquale nella Bibbia e nei Padri.

Diamo inizio ad una serie di meditazioni sul mistero Pasquale, partendo dalla ricerca del significato che la Bibbia e i Padri della Chiesa attribuiscono alla Pasqua giudaica e alla Pasqua cristiana.

In riferimento alla Pasqua giudaica, alla domanda: «Che cosa significa questo rito? (Es 12, 26)», nell’Antico Testamento vengono date due riposte distinte ma complementari. La prima spiegazione si può definire teologica o teocentrica perchè il contenuto, o l’evento, che la Pasqua commemora è «il passaggio di Dio» narrato nel Libro dell’Esodo; Dio che «passa sopra», «risparmia», «protegge» le case degli ebrei mentre colpisce quelle dei loro nemici. «Allora i vostri figli vi chiederanno: “Che cosa significa questo rito?”; voi direte loro: “È il sacrificio della Pasqua (pesach) per il Signore, il quale è passato oltre (pâsâchti) le case degli israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case”» (Es 12, 26-27). La seconda interpretazione si può definire antropologica o antroprocentica perché il soggetto della Pasqua non è più Dio che passa, ma è l’uomo che passa ed è salvato. Nel Deteuronomio, e in altre parti dell’Esodo, l’attenzione si sposta dal momento dell’immolazione dell’agnello a quello dell’uscita dall’Egitto che è vista come il passaggio dalla schiavitù alla libertà (cf Dt 16 e Es 13-15). Pur cambiando il “protagonista” delle due risposte, esse sono complementari perché anche il passaggio dell’uomo è visto in funzione di Dio: «Lascia libero il mio popolo perché mi serva» (cf Es 4, 23; 5, 1). Tale duplice interpretazione – quella teologica e quella antropologica – si mantiene lungo tutto l’Antico Testamento; tuttavia nel giudaismo ufficiale palestinese predomina l’interpretazione teologica, nel giudaismo ellenistico l’antropocentrica.

Passando dalla Pasqua giudaica alla Pasqua cristiana, la prima domanda da porsi è: quando comincia a esistere una festa cristiana di Pasqua? Dopo la morte e risurrezione di Gesù, la primitiva comunità cristiana per un certo periodo continuò a celebrare la Pasqua con i giudei, ma, ad un certo punto, i discepoli sentirono intimamente di vivere quella festa annuale non più come ricordo dei fatti dell’esodo quanto della morte e resurrezione di Cristo di cui erano stati testimoni alcuni anni prima. Cristo – il dato cronologico non poteva passare inosservato – era morto e risorto in Gerusalemme in occasione di una Pasqua ebraica; così, quell’evento – l’immolazione di Cristo – cominciò a essere visto anche come realizzazione di tutte le attese contenute nell’antica Pasqua. Gli autori del Nuovo Testamento reinterpretarono tutta la vicenda di Gesù come la realizzazione definitiva della Pasqua antica. La Chiesa ha dunque ereditato da Israele la sua festa di Pasqua, ma, nel passaggio da Israele alla Chiesa, essa è divenuta memoriale di qualcos’altro. Si pone allora, anche in riferimento alla Pasqua cristiana, l’antica domanda: Che significa questo rito?

Nel cristianesimo – analogamente a quanto accade per la Pasqua ebraica – troviamo due risposte complementari che costituiscono le due principali tradizioni pasquali della Chiesa antica. Alla domanda: Che significa questo rito?, la prima tradizione risponde: La passione di Cristo!; la seconda risponde: Il passaggio dell’uomo! Come per la Pasqua ebraica, da una parte abbiamo un’interpretazione teocentrica (ormai cristocentrica), dall’altra un’antropocentrica. La tradizione pasquale cristocentrica ha al centro Cristo ed è basata sull’idea della sua passione (morte e risurrezione). Unica tradizione fino al II secolo, incontrò una diversificazione liturgica, che, al tempo di papa Vittore, stava portando la Chiesa sull’orlo del primo grande scisma. Le Chiese dell’Asia Minore, infatti, celebravano la Pasqua il 14 Nisan, in qualsiasi giorno della settimana cadesse, per commemorare il giorno dell’anniversario della morte di Cristo; il resto della cristianità, con al centro Roma, invece, celebrava la domenica successiva il 14 Nisan, in un giorno fisso della settimana, per commemorare il giorno dell’anniversario della resurrezione. La tradizione pasquale antropologica, invece, nata in Alessandria nel III secolo con Origene e Clemente, ha l’uomo come protagonista della Pasqua ed è basata sull’idea di passaggio. Tutta la vita del cristiano è vista come un esodo, come un cammino continuo, che comincia con la venuta della fede e termina con l’uscita da questo mondo. La Pasqua vera è in avanti, è la Pasqua celeste che si celebrerà, nella patria beata (Origene, in Iob., X, 111). Per la prima tradizione la Pasqua è soprattutto un dono di Dio; per la seconda, è anzitutto (non esclusivamente!) una conquista dell’uomo.

Si deve ad Agostino una mirabile sintesi teologica capace di ricondurre le due tradizioni pasquali della Chiesa antica ad una unità di fondo, integrando i due protagonisti e poli della salvezza: l’iniziativa di Dio e la risposta dell’uomo; la grazia e la libertà; la passione e il passaggio. Alla domanda: Che significa il rito?, la sintesi agostiniana risponde: La Pasqua è passaggio attraverso la passione. La Pasqua è un transitus per passionem: un passaggio attraverso la passione. Girolamo, traducendo la Bibbia dai testi originali, aveva mostrato che Pasqua – che in ebraico suona phase – in latino significa “passaggio”; gli autori latini, da allora, si trovavano davanti ad un ulteriore dilemma: Perché chiamare la passione di Cristo “Pasqua”, se Pasqua significa passaggio? Agostino risolse il contrasto attraverso un’attenta lettura del testo di Giovanni, là dove si dice che «Il giorno avanti Pasqua, Gesù sapendo che era venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre […]» (Gv, 13, 1-20). Ecco il significato di “passaggio”! Ecco la conciliazione tra “passione” e “passaggio”! È Cristo che passa da questo mondo al Padre tramite la passione; «Tramite la passione – scrive Agostino – il Signore passò dalla morte alla vita» [1]. A questo punto resta l’ultimo dubbio da dissipare: Allora è solo Gesù che fa la Pasqua? È solo lui che passa da questo mondo al Padre? Scrive Agostino: «Dal momento, che, come dice l’Apostolo, egli è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione, nella passione e resurrezione del Signore è consacrato il nostro passaggio dalla morte alla vita» [2]. Quello di Gesù non è un passaggio solitario, ma un passaggio collettivo, di tutta l’umanità, al Padre. Ecco, l’altra mirabile sintesi di Agostino tra la Pasqua di Dio e la Pasqua dell’uomo! Tutti siamo dunque già passati, con Cristo, al Padre, ma tutti dobbiamo ancora passare. La fede ci ottiene il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna se, però, amiamo Dio e il prossimo. Anche noi dobbiamo passare: se non passiamo a Dio che permane, passeremo con il mondo che passa; se non passeremo al Padre, passeremo al nemico. Passeremo dal mondo alla vita eterna, o passeremo «insieme con il mondo».

Pasqua è passare a ciò che non passa, a Dio, per i meriti della passione di nostro Gesù.

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[1] Agostino, Enarr. In Ps. 120, 6 (CCL 40, p.1791)

[2] ID, Ep. 55, 1, 2 (CSEL 34, 2, p.170)

BIBLIOGRAFIA:

R. CANTALAMESSA, Il mistero della Pasqua, Àncora, Milano 2009, pp. 5-23.

1 Comment on La Pasqua è «passaggio attraverso la passione»

  1. Piero // 1 aprile 2016 a 09:43 //

    Scusami Claudia….mi sembra un pò forzata la conciliazione fra “passaggio” e “passione”……
    E forse….non era questo abbinamento di soggetti che Gesù aveva in mente durante l’ultima cena…..

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