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“Una moratoria sull’aborto per salvare la vita di 100 mila bambini”

"Il pronunciamento dell’organo consultivo del Consiglio d’Europa - accusa il ginecologo Filippo Maria Boscia - mira a scardinare il diritto all’obiezione di coscienza. Si è obiettori per ragioni morali o deontologiche, ma molti lo diventano, magari dopo avere praticato con convinzione aborti per anni, perché esplodono, per ribellione di fronte ai volti sofferenti di tante donne che poi vengono lasciate sole, per una sorta di burn out e di sindrome della distruzione della vita che si manifesta in chi invece, come il medico, la vita dovrebbe proteggerla"

L’ha proposta per l’Anno Santo Giovanni Ramonda, presidente della Comunità Giovanni XXIII, replicando alla sentenza europea sulla difficoltà ad abortire in Italia

«Che l’Italia, Paese sempre più vecchio e senza figli, venga ripresa dall’Europa perché non agevola abbastanza l’aborto mi sembra quanto meno anacronistico».

È il commento di Giovanni Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII, all’accusa rivolta all’Italia dal Comitato europeo dei diritti sociali di aver violato l’applicazione della legge 194, non garantendo sufficientemente il ricorso all’aborto e discriminando i medici obiettori: «Colpisce il fatto – sottolinea il responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII – che a sollevare la questione sia stata la Cgil: ma sono coscienti al sindacato che se non si riprende a mettere al mondo figli, tra un po’ crollerà tutto il sistema previdenziale e di tutela dei lavoratori che i nostri padri hanno messo in piedi con grandi sacrifici? A parte il fatto che il diritto all’obiezione di coscienza va sempre garantito quando ci sono in ballo questioni di importanza vitale, e il sindacato dovrebbe essere in prima linea nel tutelare questo diritto, qui la questione vera non è aumentare gli aborti, ma al contrario rimuovere le cause che ancora oggi inducono a sopprimere 100 mila bambini mentre sono ancora nel ventre materno».

Giovanni Ramonda, responsabile generale Comunità Papa Giovanni XXIII

Giovanni Ramonda, responsabile generale Comunità Papa Giovanni XXIII

In quella che è l’esperienza della Comunità Papa Giovanni XXIII di aiuto alle mamme in difficoltà, è emerso con chiarezza che spesso il ricorso all’aborto è legato a storie di emarginazione, di povertà, di pressioni nei confronti delle donne da parte di familiari e a volte anche del datore di lavoro: «È su questo – sottolinea Ramonda – che dovremmo concentrarci, per trovare strumenti davvero efficaci che garantiscano a tutti il primo diritto umano, che è quello di nascere». Di qui la proposta: «In questo Anno della misericordia, sarebbe bello scegliere tutti insieme una moratoria sull’aborto: salveremmo in un anno 100 mila bambini».

Ma qual è il contesto italiano, da cui è scaturita la sentenza europea di censura?: «La vera domanda da porsi è: perché siamo arrivati ad una percentuale di ginecologi obiettori di coscienza del 70%? Non vi sono solo ragioni legate alla fede o alla morale. Si tratta anche di burn out o, meglio, di “sindrome della distruzione della vita”».

Non usa giri di parole Filippo Maria Boscia, professore di ginecologia e ostetricia dell’Università di Bari e presidente dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci), commentando la decisione del Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa che ieri ha “bacchettato” l’Italia, dando ragione ad un esposto avanzato dalla Cgil secondo il quale nel nostro Paese le donne avrebbero molte difficoltà ad abortire per l’elevato numero di sanitari obiettori di coscienza.

Filippo Maria Boscia, presidente associazione medici cattolici

Filippo Maria Boscia, presidente associazione medici cattolici

Per il ministero della Salute, questi sono il 70% del totale, dato in crescita progressiva negli ultimi anni, mentre la media italiana di aborti effettuati a testa da non obiettori è di 1,6 a settimana: «Il pronunciamento dell’organo consultivo del Consiglio d’Europa – accusa il dottor Boscia – mira a scardinare il diritto all’obiezione di coscienza. Si è obiettori per ragioni morali o deontologiche, ma molti lo diventano, magari dopo avere praticato con convinzione aborti per anni, perché esplodono, per ribellione di fronte ai volti sofferenti di tante donne che poi vengono lasciate sole, per una sorta di burn out e di sindrome della distruzione della vita che si manifesta in chi invece, come il medico, la vita dovrebbe proteggerla».

D’altra parte, secondo lo specialista, In Italia la legge 194 viene applicata in modo parziale e viene completamente disattesa la prima parte relativa alla tutela della maternità: «I consultori – ammette il ginecologo presidente dell’Amci – su questo hanno fallito ma, ammette, anche noi obiettori forse non abbiamo fatto abbastanza. Poiché non possiamo rilasciare il certificato, non partecipiamo alla procedura che può portare all’Igv (interruzione di gravidanza volontaria), quindi neppure al colloquio preliminare con la donna. Forse nella fase di accertamento, dovremmo invece proporci come medici capaci di svolgere un’azione propositiva verso la vita anziché verso la sua soppressione».

Quanto ai presunti svantaggi e discriminazioni subiti dai medici non obiettori, Boscia afferma: «A me non risultano». Ma in Italia è davvero difficile abortire?: «Al contrario – ribatte -, mi pare sia fin troppo facile, sia nelle strutture territoriali ospedaliere sia in quelle private convenzionate che sulle interruzioni di gravidanza hanno fatto grandi affari».

Assuntina Morresi, consulente del Ministero della Salute

Assuntina Morresi, consulente del Ministero della Salute

Infatti è lo stesso Ministero della Salute a confermare che in Italia non c’è un problema di numeri: «Se esiste un problema – osserva Assuntina Morresi, consulente del ministro della Salute Beatrice Lorenzin – è semmai di accesso ed è dovuto alla mancanza di organizzazione locale».

Questo il suo commento relativo alla sentenza europea di ieri: «Come ha giustamente rilevato il ministro Lorenzin – spiega la consulente del Ministero della Salute -, il comitato ha preso la sua decisione sulla base di numeri non aggiornati, risalenti al 7 settembre 2015, che avevano solo i dati delle medie regionali. Alla fine di ottobre 2015 è invece stata depositata in Parlamento la Relazione annuale di attuazione della legge 194 che contiene i dati dettagliati di carico di lavoro Asl per Asl. Sì è così potuto individuare con precisione che, nei due casi peggiori in cui ci si discosta dalla media nazionale (che è di 1,6 interruzioni volontarie di gravidanza a settimana), ovvero in una Asl nel Lazio e una in Sicilia, gli interventi sono rispettivamente 9,4 e 9,6 a settimana: mezza giornata di lavoro. Pertanto, se c’è una criticità è di organizzazione a livello locale e spetta alle Regioni ovviare attraverso l’uso della mobilità».

Insomma, a detta del Ministero, se non è possibile abortire dappertutto è solo per problemi organizzativi: «Ma nemmeno – aggiunge la Morresi – ci si può aspettare che in tutte le strutture italiane ci sia un servizio di Ivg, così come non in tutte le strutture è presente un punto nascita o ortopedia. La mala organizzazione di singoli centri, non significa che in Italia l’aborto sia negato alle donne».

Ma quali saranno gli effetti della sentenza del Comitato europeo dei diritti sociali presso il Consiglio d’Europa, in Italia?: «Questa decisione – dichiara Alberto Gambino, Prorettore dell’università Europea di Roma e professore ordinario di diritto privato – riapre il dibattito sul tema dell’obiezione di coscienza, spazio di libertà che deve essere disciplinato da una legge, mentre sullo sfondo si affacciano altri temi come le unioni civili, le adozioni da parte di coppie dello steso sesso, l’eutanasia».

Alberto Gambino

Alberto Gambino, Prorettore dell’Università Europea di Roma

Insomma, a detta dell’esperto giuridico, la reale posta in gioco sembra essere proprio l’obiezione di coscienza: «È stata – conferma il professor Gambino – una sentenza funzionale ad attaccarla. Si vuole ridiscutere dell’obiezione per impedire che ci possano essere applicazioni anche in altri settori, per esempio da parte di ufficiali dello stato civile».

Dunque, per Gambino si è appiattito tutto sulla contrapposizione medici obiettori e non obiettori: «Dando il via – continua – a un dibattito sbagliato, quando in realtà a monte c’è un discorso molto più ampio, che è quello di un’obiezione massiccia. In tanti Paesi occidentali, l’obiezione di coscienza all’interruzione volontaria di gravidanza ha numeri significativi e questo dovrebbe aprire una riflessione sul perché ciò accade».

Il Prorettore rileva come il dibattito sulla legge 194 ha trascurato la drammaticità dell’evento abortivo e le sue ripercussioni sia sulla donna, che sugli operatori sanitari: «Per questo – conclude il professor Alberto Gambino – va recuperata tutta la prima parte della legge, dove si parla di prevenzione e della possibilità di partorire anonimamente, dando al bambino la possibilità di vivere e a una famiglia adottiva la gioia di un figlio».

About Davide De Amicis (2488 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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