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In equilibrio … con stile

Il nuovo disco di Daniele Silvestri, a cavallo fra denuncia e poesia.

Il nuovo lavoro di Daniele Silvestri è uno di quei dischi che vale la pena ascoltare … e guardare.

Nel mondo contemporaneo la fruibilità della musica è aumentata in maniera esponenziale rispetto a un decennio fa: oggi smartphone tablet, e via discorrendo ci permettono di avere sempre con noi la colonna sonora giusta per i vari momenti della giornata. D’altro canto, però, tutto ciò ha comportato una perdita della dimensione più spiccatamente materiale della musica; mi riferisco al CD e a quella sorta di liturgia laica che precedeva l’ascolto attraverso il compianto (?) stereo (negozio, scelta, acquisto, apertura, lettura del booklet, ecc.). È sempre più raro che la musica oltre ad essere ascoltata in versione pret-à-porter, implichi qualcosa in più, sia cioè apprezzata nella  sua dimensione di oggetto concreto, composto di «parole che fanno bene» ma anche di immagini (mentali o anche fisiche come il già citato booklet). Solo attraverso l’accettazione di entrambe le dimensioni (visiva e sonora), la musica diventa veicolo di emozioni e anche di valori, non bisogna infatti dimenticare la sua azione altamente formativa, in particolare oggi.

Il nuovo album di Daniele Silvestri «Acrobati» (Sony, 2016) è sicuramente uno di quelli da tenere in casa e mettere sù quando si ha un po’ di tempo a disposizione, così da gustarlo al meglio. È un lavoro che lo stesso cantautore romano ha definito uno dei migliori della sua carriera, a causa di diversi fattori: la maturità artistica e umana raggiunta in questo periodo, la collaborazione con nuovi musicisti e il clima particolare creatosi durante le registrazioni (avvenute in gran parte a Lecce, nello studio di Roy Paci).

La copertina di "Acrobati".

La copertina di “Acrobati”.

Il lavoro risulta molto curato in tutte le sue componenti, a partire dalla copertina e dal libretto, frutto della collaborazione con un giovane artista, Paolo De Francesco; i testi e le musiche sono anch’esse il risultato di una ricerca stilistica compiuta da Silvestri, il quale riesce a spaziare da un genere all’altro compiendo delle vere acrobazie sonore e di linguaggio, senza mai perdere il senso di quello che sta facendo. Le  canzoni (ben diciotto) sono state registrate tutte in presa diretta con pochissime sovraincisioni.

Nella scaletta la parola d’ordine è varietà, troviamo brani con un impianto altamente folklorico e che raccontano di tempi passati come A dispetto dei pronostici; pezzi ad alta concentrazione rock come La guerra del sale (che vede la partecipazione di Caparezza) e Monolocale; e ancora canzoni che nello stile e nel testo risultano più meditativi come L’orologio (con Diego Mancino), Così vicina e Pensieri; oppure una sorta di boogie hip-hop con Bio-boogie. Le vette più alte e più rappresentative del Silvestri-pensiero sono sicuramente da un lato Quali alibi e dall’altro la terza traccia, che dà il titolo al disco, Acrobati. Nella prima, il cantautore romano ritrova quella vena di denuncia sociale che da sempre accompagna i suoi lavori (a tal proposito, si vedano anche la già citata Monolocale ma anche Un altro bicchiere a quattro mani con Roberto Dellera), nel pezzo specifico attraverso uno sviluppo metrico e linguistico eccezionale ricorda alla classe politica (e non solo) i mali che la affliggono. Acrobati invece potrebbe essere considerata l’innovazione più evidente rispetto alla precedente discografia: una canzone la cui parte strumentale crea la giusta atmosfera meditativa e rarefatta perfetta per accompagnare il testo. A tratti pare ricordare alcuni brani del grande amico Niccolò Fabi (ad esempio Attesa e inaspettata), se non altro per la presenza di un cantato quasi sussurrato; la grande valenza del brano è data anche dalla profonda portata della riflessione: siamo tutti acrobati in questa vita che ci costringe su un filo sottilissimo, ad alta quota e con il rischio, sempre presente, di cadere giù.

Silvestri con questo album è riuscito a legare insieme la libertà esecutiva alla profondità dei testi, non rinunciando comunque alle venature ironiche, le quali accrescono il livello di un lavoro che oltre da ascoltare è appunto anche da guardare per essere compreso appieno, perché come diceva Roland Barthes ne L’ovvio e l’ottuso (Einaudi, 2001) «l’ immagine […] è un messaggio senza codice», e in Daniele finalmente l’immagine trova nella musica il giusto codice per una completa e chiara comprensione.

About Luca Mazzocchetti (17 Articles)
Nato il 2 luglio del 1985. Studia Lettere moderne all'Università "G. D'Annunzio"di Chieti e poi Didattica dell'italiano come L2 e LS presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere nella sede di Pescara della stessa Università. Ora alla Scuola vaticana di biblioteconomia. Docente e bibliotecario presso l' ISSR "G. Toniolo" di Pescara.