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“No a slogan, il referendum richiede sguardo ampio e lungimirante”

"Si vota pro o contro la riforma costituzionale - sottolinea l’ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza di Roma -, non sul governo o sui partiti, per cui è importante informarsi bene sui contenuti e non dare un voto fideistico o di appartenenza"

Lo ha affermato Franco Miano, presidente di Retinopera, aprendo un seminario di studi sul prossimo referendum costituzionale venerdì scorso a Roma

Il Parlamento italiano

Anche il mondo cattolico, in questi giorni, fornisce il suo contributo di riflessione in merito all’imminente referendum costituzionale, che chiamerà gli italiani a esprimersi il prossimo 4 dicembre.

Franco Miano, presidente di Retinopera

Franco Miano, presidente di Retinopera

Lo scorso venerdì è stata Retinopera (il coordinamento che raggruppa le maggiori realtà aggregative del laicato ecclesiale italiano) a promuovere a Roma, unitamente alla Consulta nazionale delle aggregazioni laicali (Cnal), un seminario di studio e approfondimento sulla riforma costituzionale e sul referendum che la riguarda: «Come cattolici – esordisce Franco Miano, presidente di Retinopera – abbiamo a cuore la casa comune e vogliamo contribuire a cercare le strade migliori per far crescere il nostro Paese. Non prendiamo posizione per il sì o per il no, ma vogliamo proporre un momento di informazione e di riflessione, elementi di cui c’è un grande bisogno in vista di un appuntamento così importante, che richiede un esercizio di responsabilità personale. Il referendum sulla riforma costituzionale, infatti, non può essere affidato agli slogan o a valutazioni di tipo partitico, ma richiede a tutti uno sguardo ampio e lungimirante».

Uno sguardo più ampio fornito da due costituzionalisti esperti, a partire da Stefano Ceccanti per il fronte del “sì”: «Si vota pro o contro la riforma costituzionale – sottolinea l’ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza di Roma -, non sul governo o sui partiti, per cui è importante informarsi bene sui contenuti e non dare un voto fideistico o di appartenenza».

Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto comparato all'Università La Sapienza di Roma

Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza di Roma

Secondo Ceccanti, innanzi tutto la riforma risponde innanzitutto all’esigenza di superare il rischio costante (dal ‘94 in 4 consultazioni elettorali su 6) di avere nei due rami del Parlamento maggioranze diverse, esigenza che si è manifestata in modo “quasi drammatico” dopo le ultime elezioni politiche, quando non si riusciva né a fare il governo né a eleggere il presidente della Repubblica: «Il superamento del “bicameralismo perfetto” – osserva il professor Ceccanti – è quindi una scelta qualificante della riforma, che assegna alla sola Camera il potere di dare la fiducia al governo. Evitare che il Senato sia un “inutile doppione” – sostiene ancora Ceccanti, citando il costituzionalista Costantino Mortati -, conferisce all’esecutivo una stabilità sempre più necessaria anche a livello internazionale e interviene alla radice sul “livello di follia” che è stato raggiunto dal nostro iter formazione delle leggi».

Ma allora perché non abolire del tutto il Senato? La spiegazione di Ceccanti è che sia fondamentale avere un’assemblea in cui siano rappresentati i legislatori regionali (come diventerebbe il Senato con la riforma ) e che riduca drasticamente il contenzioso con lo Stato: «Sembra una questione molto tecnica – ammette il giurista -, ma bisogna tener conto che questo contenzioso impegna il 50% dell’attività della Corte costituzionale e crea una prolungata incertezza nell’applicazione delle leggi».

Si schiera, invece, per il “no” al referendum il presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli, argomentando come la riforma costituzionale non risolva i principali problemi per cui era stata pensata, problemi che, a suo dire, potrebbero essere affrontanti efficacemente con altri strumenti: «Il problema dei tempi del procedimento legislativo – replica Mirabelli – non è legato inevitabilmente al “bicameralismo paritario”, ma dipende soprattutto dalla volontà politica. E la “soluzione ibrida”, che la riforma adotta per il Senato, non supera del tutto l’attuale assetto e apre la porta al rischio di un’“opposizione istituzionale” da parte dei rappresentanti delle Regioni».

Cesare Mirabelli, presidente emerito Corte costituzionale

Cesare Mirabelli, presidente emerito Corte costituzionale

Quanto alla stabilità dei governi e al loro prestigio internazionale, il presidente emerito della Corte costituzionale afferma che dipendono dalla legge elettorale e dalle condizioni politiche reali, che non sono materia costituzionale. Così pure l’esigenza di tempi certi per l’approvazione delle leggi, può essere garantita attraverso i regolamenti parlamentari. Sul rapporto Stato-Regioni, Mirabelli si dice convinto che la riforma non risolverà il problema del contenzioso.

Il quinto tema è quello del rischio che forze politiche anti-sistema possano avere strumenti per la conquista del potere: «Questo rischio – rassicura Cesare Mirabelli – oggi non sussiste, né è direttamente agevolato dalla riforma, ma qualche indebolimento c’è e siccome le Costituzioni restano in vigore per tempi lunghi è necessario tenerne conto».

Il professor Mirabelli ha infine concluso, auspicando che il tempo che ci separa dal referendum possa essere utilizzato per un approfondimento serio e documentato che eviti le impostazioni emotive e sloganistiche.

About Davide De Amicis (2302 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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