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Il segreto per la santità? “Aprire il cuore perché il Signore lavori”

"La vocazione - spiega monsignor Valentinetti - è un fatto universale. Non è un fatto di preti, non è un fatto di suore, non è un fatto di vescovi e di papi, è una vocazione di tutti. Anzi, è una vocazione che viene instillata nel nostro cuore nel momento in cui riceviamo il battesimo

Lo ha affermato martedì sera l’arcivescovo Valentinetti, presiedendo la Santa messa di Ognissanti nella Cattedrale di San Cetteo a Pescara

Monsignor Tommaso Valentinetti, presiede la Santa messa di Ognissanti

«È possibile ascendere le vette della santità oppure è qualcosa che è riservato solo ad alcuni, o questo desiderio di santità viene contraddetto dalla realtà in cui viviamo e quindi facciamo fatica ad  accettare questa parola?».

È stato questo l’interrogativo posto dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, ai fedeli che martedì sera hanno gremito la Cattedrale pescarese di San Cetteo in occasione della festa di Ognissanti e della Giornata per la santificazione universale: «La vocazione – spiega il presule – è un fatto universale. Non è un fatto di preti, non è un fatto di suore, non è un fatto di vescovi e di papi, è una vocazione di tutti. Anzi, è una vocazione che viene instillata nel nostro cuore nel momento in cui riceviamo il battesimo».

Ciò premesso, l’arcivescovo si è interrogato sul fatto se sia possibile o meno, nel contesto sociale attuale, essere santi data la vita che conduciamo: «Certamente – la risposta -, se pensiamo a coloro che sono stati dichiarati santi negli ultimi tempi o a coloro che potrebbero aspirare alla vetta della santità, potremmo dire che, forse, è un po’ difficile. C’è qualcuno che può ripercorrere le vette misteriose della santità di San Giovanni XXIII, di San Giovanni Paolo II o di Santa Madre Teresa di Calcutta? Tutti santi recentemente proclamati da Papa Francesco».

Da qui il nuovo interrogativo per comprendere dove attingevano loro e dove possiamo attingere noi la forza per diventare santi, per percorrere le vie della santità. E l’esempio è arrivato da 38 figure di santità contemporanea albanesi, che sabato e domenica verranno proclamati beati nella città di Scutari: «Si tratta – annuncia monsignor Valentinetti – di vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, laici che hanno dato la loro vita versando il sangue per la testimonianza a Cristo Signore, per l’adesione al Vangelo, l’avvento del Regno di Dio e l’edificazione della Chiesa. Sono veramente “Coloro – afferma, citando le letture della solennità di Ognissanti – che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’agnello”. A noi, oggi, nemmeno questo martirio viene richiesto anche se, in alcune parti del mondo, ci sono cristiani che vengono uccisi perché cristiani, perché credenti in Cristo. E attenzione, quando dico cristiani non dico solo cattolici, dico cattolici, anglicani, luterani, protestanti e facenti parte anche di altre confessioni cristiane non cattoliche. Il che vuol dire che c’è un’unità della Chiesa, in vista del Regno, che passa proprio attraverso la logica del martirio e quindi la logica della santità».

Molti i fedeli che hanno gremito la Cattedrale di San Cetteo

Molti i fedeli che hanno gremito la Cattedrale di San Cetteo

E per comprendere da dove sia arrivata a queste persone la forza e il coraggio di vivere la santità, l’arcivescovo di Pescara-Penne si è lasciato ispirare dall’esempio di don Ernest Simoni, un sacerdote albanese ordinato nel suo Paese poco dopo l’instaurazione di una terribile dittatura da parte di Enver Halil Hoxha: «Riuscì a fare il parroco bene per 7 anni – racconta il presule – poi, una notte di Natale, lo arrestarono perché faceva bene il sacerdote e la persecuzione era spietata contro i sacerdoti, la Chiesa e la fede. Ha trascorso 26 anni inizialmente da condannato a morte, per passare ai lavori forzati pulendo le fogne di Scutari. Ha vissuto questo martirio senza fiatare, anzi benedicendo coloro che gli facevano del male. E nel libro che racconta la sua storia, il giornalista che lo intervistava gli chiese dove avesse trovato la forza per sopportare tutto questo, e don Ernest gli rispose “È stato solamente il Signore, la sua grazia, la sua potenza, la sua forza”. E allora credo che il segreto di questa santità stia proprio qui, nel lasciare che il Signore lavori. Aprire, spalancare il cuore perché il Signore lavori in quanto se lasciamo lavorare lui, la sua grazia, ma soprattutto la sua misericordia, considerando che siamo anche al termine dell’Anna santo straordinario della misericordia, io credo che i cammini di santità non siano cammini impossibili. Sono cammini aperti, sono cammini aperti a tutti, purché rimaniamo fedeli al nostro quotidiano».

E in questo ambito, ci si può far santi nella famiglia, ma anche nell’ambiente di lavoro: «E ci si può far santi – ricorda l’arcivescovo Valentinetti –  anche in un campo dove sembra particolarmente difficile, come quello della politica con esempi come quello di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze morto in concetto di santità per il quale è in corso l’indagine per la causa di beatificazione. E allora la santità non è una vetta impossibile anche perché, sostanzialmente, è rispondere ad una vocazione ancora più bella, profondamente e umanamente intesa per la nostra vita, che è la vocazione alla gioia, all’allegria, ad una vita bella e felice. Se leggiamo le beatitudini, che stasera abbiamo ascoltato, come un codice di leggi morali possono essere significative, ma alla fine non producono l’effetto sperato, così come anche se le leggiamo come fossero un bellissimo poema questo ci consola poco. Mentre, invece, se le leggiamo come un invito alla felicità,  alla serenità, alla bellezza e alla gioia, noi troviamo realmente anche il gusto della santità».

Concetti, questi ultimi, vissuti anche da chi ha vissuto la santità nella sofferenza come Madre Teresa di Calcutta alla quale, a causa della dittatura che imperversava in Albania, fu impedito di rientrare nel suo Paese, essendo una suora cattolica, per andare a visitare una parente malata: «Ma quando poi la dittatura cadette – racconta ancora Valentinetti -, Madre Teresa rientrò in Albania e con un mazzo di fiori fu vista, inaspettatamente, recarsi sulla tomba del dittatore annunciano “Sono venuta a pregare e a perdonare anche lui, perché anche lui ha bisogno di essere amato”. Ecco la bellezza della santità, di una santità che è capace di vivere nella povertà, di essere significativa nel pianto e nel dolore, nella mitezza, nella fame e nella sete di giustizia, nella misericordia, nella purezza di cuore, nell’essere operatori di pace e forse anche nell’essere perseguitati per causa della giustizia e del Regno dei cieli».

Questo, a detta del presule, è l’amore che Dio Padre ci ha dato per essere chiamati figli di Dio: «E lo siamo realmente – assicura monsignor Valentinetti -. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio e quello che saremo non è stato ancora manifestato. Io vorrei augurare a tutti noi di camminare sulla via della santità, anche perché una nuova evangelizzazione non passa attraverso le tecniche pastorali, ci vogliono anche quelle, ma passa attraverso una santità personale».

Da qui il riferimento all’esortazione apostolica Evagelii Gaudium, in cui Papa Francesco afferma che la santità o l’evangelizzazione si comunicano per attrazione: «Non passando, dunque, – precisa l’arcivescovo – attraverso le grandi architetture, ma attraverso questo cuore a cuore».

In conclusione, l’arcivescovo Valentinetti ha invitato i fedeli a guardare all’esempio del giovane santo diocesano pescarese, di Pescosansonesco, il Beato Nunzio Sulprizio: «Questo ragazzo – rammenta il presule -, orfano di papà, di mamma, di nonna, di tutti, viene affidato ad uno zio becero e cattivo che faceva il fabbro ferraio, il quale lo tiene con sé a lavorare in maniera quasi inumana nella sua officina. Il ragazzo si fa male, siamo nel 1800, non ci sono le cure per la piaga che porta sulla sua gamba e alla fine è costretto ad andare a Napoli all’Ospedale degli incurabili. Lì Nunzio manifesta tutta la sua santità, non solo perché vive con amore, semplicità e bellezza l’esperienza della malattia, ma anche perché si mette a servizio degli altri malati dell’ospedale. Qualcuno si accorge di questo ragazzo, se lo porta a casa dove Nunzio muore e subito si diffonde il profumo di santità di questo ragazzo. Vorrei affidare la nostra diocesi alla sua intercessione, perché ci comunichi un po’ di santità della sua vita e della sua esistenza. E preghiamo anche perché, forse, a breve dovrebbe essere riconosciuto un miracolo che gli è attribuito e che lo porterebbe alla canonizzazione, ad essere riconosciuto definitivamente santo».

Inoltre, il presule ha anche chiesto una preghiera per i molti diaconi concelebranti, i quali proprio martedì sera hanno celebrato il loro ventiquattresimo anniversario di ordinazione: «Preghiamo per loro perché si facciano santi – conclude monsignor Valentinetti – e perché soprattutto possano continuare a diventare servi, facendosi coscientemente anche servi inutili nella vita della nostra Chiesa».

About Davide De Amicis (2232 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale "La Porzione.it", collabora con la redazione pescarese del quotidiano "Il Messaggero". In passato ha già collaborato con "Radio Speranza", la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale "Abruzzo Oggi".
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