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Don Alessio: “Diacono in Albania per essere un sacerdote migliore”

"Auguro ai sacerdoti che andranno in Albania - afferma don Alessio - di fare un’esperienza forte, ma di non andare lì con lo spirito di colui che va ad insegnare e dare, bensì di realizzare uno scambio reciproco di esperienze con le rispettive diversità e ricchezze"

Il diacono pescarese Alessio De Fabritiis ha raccontato a La Porzione.it la sua esperienza da diacono-missionario in Albania

Il giovane diacono pescarese Alessio De Fabritiis

Alessio De Fabritiis, originario di Penne, compirà 26 anni a febbraio e dopo aver frequentato il Seminario regionale “Pio X” di Chieti per sei anni, nei mesi scorsi è stato ordinato diacono in attesa di essere ordinato sacerdote nel giugno prossimo. Un’esperienza, quella del diaconato, che il giovane Alessio ha voluto vivere in modo audace e impegnativo decidendo di trascorrere quest’ultimo anno di formazione presso il Seminario albanese di Scutari, collaborando alle opere pastorali di due parrocchie locali nel tempo libero. Un anno che sta trascorrendo da missionario, incrociando anche il servizio svolto dai tre missionari pescaresi (Goffredo e Tiziana Leonardis, oltre a Maria Palma Di Battista) che già da quattro anni sono missionari nella diocesi albanese di Sapë, nell’ambito del progetto Vllaznia dell’arcidiocesi di Pescara-Penne. Alessio, rientrato a casa in occasione delle festività natalizie, ha voluto raccontare la sua esperienza ai lettori de La Porzione.it.

Alessio, com’è nata la scelta di vivere il diaconato fuori dalla diocesi?

Avevo già avuto l’intuizione di fare una scelta missionaria, ma non credevo potesse concretizzarsi subito, pensando che questa avrebbe potuto rappresentare una ricchezza per il mio servizio in diocesi, allargando gli orizzonti della mia mente e del mio cuore. Poi, l’anno scorso, venne a trovarci un diacono kosovaro che aveva studiato in Albania cominciandomi a parlare di questo Paese, facendomene appassionare senza pensare di andare. Ma poi, provvidenzialmente, venne a trovarmi il rettore del Seminario di Scutari il quale mi disse che da loro sarebbe stato possibile frequentare l’ultimo anno di formazione. Così parlai di questa idea con il mio padre spirituale, con l’arcivescovo che ne fu entusiasta, e da lì crebbe il desiderio di andare confermato anche dal mio successivo discernimento.

Che cosa vuol dire essere missionari in Albania?

«La missione, attraverso gli attuali flussi migratori, è ormai anche qui da noi ma questo non deve chiuderci. Essere missionari vuol dire avere elasticità, allargare il cuore verso altri orizzonti e popoli diversi, il che può accadere qui o in terra d’Albania. Quella che sto vivendo è un’esperienza arricchente, data dal fatto che in quel Paese c’è una grande povertà, ma non mi aspettavo una diversità culturale. Inizialmente, mi sono trovato a leggere alcune situazioni con una forma mentis italiana e tendevo a giudicare tutto in chiave negativa, oppure a non capire. Dopo qualche tempo, ho invece capito che per un missionario è necessario leggere quella realtà con gli occhi del suo popolo. Parliamo di una Chiesa nuova, in costruzione, rilanciata dal fulgido esempio dei martiri albanesi, ma che negli anni della terribile dittatura comunista non ha più potuto celebrare messa e organizzare e far frequentare il catechismo alla propria comunità. Ciononostante la Chiesa albanese ha conservato la fede, ma è da ricostruire: basti pensare che i primi sacerdoti diocesani albanesi sono stati ordinati nel 2000  e sono tutti molto giovani. Per certi aspetti, questo è un contesto ecclesiale più semplice di quello italiano, presentando meno sovrastrutture. Insomma, in Albania la Chiesa rappresenta ancora un’istituzione a differenza dal nostro Paese, dove questo modo di pensare si è un po’ perso. Così anche se ci sono quattro confessioni religiose (rappresentate dalla Chiesa Cattolica, dalla Chiesa Ortodossa, dall’Islam e dalla setta islamica Bektashi), in Albania quella Cattolica ha ancora il suo peso. Ma in questo Paese l’impegno ecclesiale, deve procedere di pari passo con quello sociale e culturale. Se pensiamo che in questi luoghi, a causa della dittatura, i contenuti del Concilio Vaticano II sono arrivati solo negli anni ’90, possiamo comprendere come la Chiesa albanese sia in ricostruzione».

Quali sono le difficoltà maggiori nell’operare in Albania?

Alessio con i suoi colleghi del Seminario di Scutari

Alessio con i suoi colleghi del Seminario di Scutari

«A volte si ha l’impressione che le cose che si fanno debbano apparire belle. Noi, con una certa mentalità ecclesiale italiana, saremmo tentati di dire che si cerca solo l’apparenza, ma questo sarebbe un giudizio superficiale dato che, al contrario, questo per loro è un modo di vivere. Uno stile di vita che impegna il cittadino albanese nel nascondere la povertà facendo sfoggio di oggetti costosi, quando spesso mancano i beni di prima necessità. Noi potremmo giudicarlo sciocco o falso, ma lì bisogna entrare in questa mentalità mostrandosi a proprio agio. Mi ha colpito molto il racconto di una signora albanese, secondo la quale la dittatura comunista non aveva insegnato a vivere ma a sopravvivere, in quanto all’epoca era tutto di tutti ma in realtà non era di nessuno e questo non ha contribuito a creare un senso di responsabilità. Ed è questo uno degli impegni che la Chiesa, oggi, deve assumere in Albania: insegnare al popolo il senso di responsabilità».

In base alla tua esperienza e formazione, cosa pensi di lasciare al popolo albanese?

«Cerco di lasciare quello che sto trovano in Albania: il fatto di non giudicare nessuno dall’apparenza, ma di aspettare lasciandosi interrogare dalla realtà per cui, oltre alle varie religioni, in Albania ci sono alcuni popoli accomunati da una lingua pur avendo storie molto diverse fra loro. Infatti, nonostante in Albania ci sia una lingua ufficiale, le popolazioni locali utilizzano ancora entrambi i ceppi linguistici da sempre presenti per coltivare e vivere la propria identità. Ma questo non significa denigrare l’altro ed è un messaggio molto importante in questi tempi, caratterizzati dalla chiusura della politica in riferimento al fenomeno migratorio in atto. Tra l’altro, in Albania non ci sono rapporti tesi tra Chiesa Cattolica e Islam. Qualcuno dice che senza le religioni vivremmo in un mondo di pace, ma la recente storia albanese insegna l’opposto. La dittatura che aveva soppresso le religioni, creò infatti una violenza indicibile introducendo strumenti di tortura simili a quelli cinesi».

Qual è l’insegnamento più importante che stai imparando?

«Una cosa che avevo letto, ma che non avevo compreso appieno. Mi riferisco al libro “Cinque pani e due pesci” scritto dal cardinale Van Thuàn, secondo il quale bisogna scegliere Dio piuttosto che le opere di Dio. Io sarò in Albania solo per quest’anno, ma su consiglio del mio padre spirituale sto cercando di viverci come se ci restassi per sempre, per non sentirmi solo di passaggio. È bello fare servizio a Pescara, nella mia diocesi, ma è anche bello vivere questa “missio ad gentes” (missione alla gente). E allora il punto è scegliere sempre Dio, lasciandosi sorprendere da lui, anche se il rischio di attaccarsi solo alle sue opere è sottile».

Durante la tua esperienza albanese, hai modo di incontrare i nostri missionari attivi nella diocesi di Sapë: come procede la missione pescarese in Albania?

«Loro stanno facendo molto, anche con la lingua albanese se la cavano bene dopo quattro anni di permanenza. Inoltre, conoscono molto bene gli abitanti del posto e da essi sono molto amati. Risentono solo dell’assenza di un sacerdote fisso, dovendosi appoggiare a due altri sacerdoti sul posto per le celebrazioni, che li affianchi nella pastorale».

Infine, qual è il tuo auspicio sul proseguo di questa missione?

«Se qualche sacerdote volesse decidere di restare in Albania, ben venga, ma anche se non dovesse avvenire questo, l’importante è mantenere un canale aperto con l’Albania, guardando a quest’esperienza per capire come poter essere preti migliori nella nostra diocesi. E comprendere come poter aiutare non solo economicamente il popolo albanese, ma anche come crescere insieme a loro. Per questo, auguro ai sacerdoti che andranno in Albania di fare un’esperienza forte, ma di non andare lì con lo spirito di colui che va ad insegnare e dare, bensì di realizzare uno scambio reciproco di esperienze con le rispettive diversità e ricchezze».

About Davide De Amicis (2466 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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