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“L’ingenuità dell’Europa ha creato la guerra e i profughi in Medio Oriente”

"Una persona - denuncia Silvio Tessari, - potrebbe pensare che, in fondo, nei campi profughi le persone vengono assistite, curate e quindi stanno bene. Invece, la vita in questi luoghi è la peggiore esperienza che una persona possa fare. Neanche il carcere è a questo livello, perché nei campi profughi si perde l’umanità. C’è da mangiare, si viene curati, ma pensate cosa vuol dire non avere nulla da fare dal mattino alla sera per mesi, non avere una prospettiva per il futuro. Una volta una signora mi disse che si sentiva curata come si fa con gli animali in gabbia"

Lo ha affermato giovedì Silvio Tessari, già responsabile Caritas per il Medio Oriente intervenendo a Pescara per la conferenza “Report from Siria”

Silvio Tessari, già responsabile per il Medio Oriente di Caritas italiana

Sono stati tanti gli errori, le concause, le “malattie”, che hanno fatto del Medio Oriente l’odierno reticolato di Stati perennemente in conflitto. Una polveriera che, al momento, si concentra in Siria attraverso una guerra che in quasi sei anni, dal marzo 2011, ha generato migliaia di morti oltre all’emigrazione di centinaia di migliaia di profughi verso l’Europa che, in passato, ha avuto le sue responsabilità nel causare l’instabilità nell’area.

Un contesto di difficile interpretazione e in continua evoluzione, quest’ultimo, che giovedì sera a Pescara ha cercato di analizzare Silvio Tessari, già responsabile per il Medio Oriente di Caritas italiana, come protagonista della conferenza “Report from Siria” svoltasi nella sala convegni della Fondazione Pescarabruzzo: «Il conflitto mediorientale – esordisce Tessari – è un fenomeno talmente complesso, da non riuscire a risalirne chiaramente alle sue origini ma la dabbenaggine dell’Europa che, non tenendo conto della reale situazione di questi Paesi, ha prodotto l’attuale marea di profughi. Perché quando un determinato gruppo vince una guerra, manda via gli altri i quali vanno da un’altra parte cambiando le forze di quel Paese, il quale diventa fragile».

Una marea di profughi che è solo la conseguenza del vero problema rappresentato dal diritto di esistere di una popolazione: «Le potenze internazionali, l’Onu, – accusa l’esperto – non sono capaci di garantire la possibilità di convivere fra persone diverse, la cui frattura è dipesa da noi europei».

Infatti un secolo fa, al termine della prima Guerra mondiale, è stata proprio l’Europa a compiere il “peccato originale” che ha innescato il perenne conflitto tra popoli: «Gli specialisti in materia – spiega l’ex responsabile di Caritas italiana per il Medio Oriente – dicono che il primo conflitto mondiale è stata una guerra per far chiudere definitivamente la pace in quell’area, fino a poco tempo prima dominata per 500 anni dall’Impero ottomano (i turchi). Appena finiti l’impero, infatti, Francia e Germania (come potenze vincitrici) hanno preso il righello e hanno tracciato i confini dell’Iraq, della Giordania e della Palestina, pensando che bastasse far questo per far nascere della nazioni nuove. Del resto, per la mentalità dell’epoca, era normale dividersi le spoglie tra i vincitori nella speranza che non ci fosse più lotta tra europei e russi».

Un’altra concausa del conflitto è stata la promessa, non mantenuta, di assegnare uno stato unitario alla popolazione curda, che aveva combattuto contro i turchi. Inoltre, in preda ad una nostalgia imperiale, gli stati europei hanno posto loro stessi dei governatori a capo di questi nuovi stati artificiali, come il re Fuad in Egitto, il re Feisal in Iraq e il re Abdallah in Transgiordania: «Prima ancora dell’arrivo del petrolio – ribadisce Silvio Tessari – c’è stata la divisione di un impero in nazioni alle quali non importava nulla di essere parte dell’Iraq o della Giordania, perché non si può passare da un momento all’altro dall’appartenere a un impero all’appartenere a una nazione».

Ma fu un’altra promessa ad innescare la miccia di uno dei conflitti più cruenti e complessi del Medio Oriente: «Venne fatta – ricorda l’esperto Caritas – dal ministro britannico Balfour nel 1917, redigendo la dichiarazione omonima con la quale il sovrano inglese avrebbe visto con piacere la possibilità di dare un “focolare”, una patria, agli ebrei in Palestina, senza pregiudicare i diritti del popolo palestinese. Insomma, il mondo arabo venne suddiviso secondo le preferenze di Francia e Inghilterra interessate al canale di Suez».

Decisioni, dunque, prese dall’Europa che tracciavano gli stati, nominavano i governatori e disegnavano i confini dimenticando le promesse, compresa quella di Balfour: «C’è stato un inganno a monte – sottolinea Tessari – che ha generato una crisi, poi aggravata dall’assenza di una vera potenza nell’area che ha reso ancor più fragili gli altri Paesi della regione».

Per ciò che concerne la Siria, va poi ricordato che il mondo arabo è ulteriormente diviso dalle fazioni musulmani sciite e sunnite a cui si aggiungono gli interessi strategici delle potenze estere: «La Russia – ricostruisce l’ex referente per il Medio Oriente di Caritas italiana – ha sempre sostenuto la Siria, e il suo governatore Assad, per avere una base nel Mediterraneo da cui controllare tutto. Di contro, gli Stati Uniti erano interessati a far cadere Assad, alleandosi poi con l’Arabia Saudita mentre la Gran Bretagna si schierava con l’Iran. C’è un condominio dove i suoi costruttori sono stati i primi a far nascere le beghe tra i suoi abitanti in modo così complesso, da permettere ad ognuno di essi di poter dire “Non sono stato io a cominciare per primo”».

Queste le cause storiche del conflitto in Siria, successivamente innescato da un evento secondario caratterizzato da una rivolta di agricoltori e studenti nel sud del Paese: «Infatti – rivela Silvio Tessari – il governo Siriano, per rientrare nei parametri stabiliti dal Fondo monetario internazionale, decise di togliere i sussidi agricoli e i contadini, di conseguenza, non riuscivano più a vendere producendo in perdita. Tutto questo ha fatto mettere in discussione Assad, con gli Stati Uniti interessati a schiacciarlo con l’ausilio delle forze democratiche (a cui al tempo apparteneva l’Isis, facendo tirare indietro Obama), mentre la Russia era determinata a sostenerlo per mantenere il suo avamposto nel Mediterraneo. Nel frattempo la Turchia, con un occhio al problema curdo, si è alleata con la Russia. Intanto, nel nord della Siria, l’Isis ha iniziato a perseguitare tutti coloro che non erano musulmani come loro, facendo spostare una parte di popolazione in Iraq che, a sua volta, ha visto cambiare la composizione delle fazioni musulmane inducendo gli Stati Uniti ad intervenire. Dunque, la questione mediorientale è una reazione a catena di cui si è persa l’origine, è come un castello di carte da cui se ne togli una crolla tutto».

Il Medio Oriente è dunque una “regione artificiale”: «Talmente artificiale e falsa – precisa l’esperto Caritas – che basta anche solo un piccolo sgambetto a scatenare una guerra. E dopo quanto accaduto, secondo alcuni, il peggio non è ancora capitato».

Silvio Tessari con Corrado De Dominicis

Silvio Tessari con Corrado De Dominicis

Tutto questo in Siria, ha scatenato l’esodo di 5.900.000 profughi fuggiti dalla guerra e, considerando gli sfollati presenti nel Paese, i bisognosi arrivano a 13 milioni su di una popolazione complessiva di 23 milioni di abitanti: «Il 50% di questi profughi – ricorda Corrado De Dominicis, addetto stampa Caritas Pescara-Penne – sono ragazzi a cui viene negato il diritto all’istruzione».

Tra l’altro, in sei anni di conflitto in Siria, l’aspettativa di vita degli abitanti è scesa dai 75 ai 50 anni. Tematiche, queste ultime, che inducono una riflessione sulla dimensione sociale del fenomeno profughi, che si caratterizza nella vita nei campi profughi: «Una persona – denuncia Silvio Tessari, reduce da una grande esperienza all’interno dei campi profughi mediorientali – potrebbe pensare che, in fondo, nei campi profughi le persone vengono assistite, curate e quindi stanno bene. Invece, la vita in questi luoghi è la peggiore esperienza che una persona possa fare. Neanche il carcere è a questo livello, perché nei campi profughi si perde l’umanità. C’è da mangiare, si viene curati, ma pensate cosa vuol dire non avere nulla da fare dal mattino alla sera per mesi, non avere una prospettiva per il futuro. Una volta una signora mi disse che si sentiva curata come si fa con gli animali in gabbia».

Qui scattano meccanismi psicologici che se da un lato fanno maturare i bambini, dall’altro fanno diventare gli uomini e le donne insopportabili: «Ecco perché – spiega Tessari -, dopo un po’ che uno cerca di aiutare una persona rifugiata viene trattato in maniera ingrata o sgarbata. Gli organismi internazionali non ve lo diranno mai, ma ve lo dico io, i rifugiati in queste condizioni non sono più essere umani, li abbiamo ridotti ad uno stato neanche animale».

E a questo punto, che deve partire la missione dei cristiani: «Noi – esorta l’ex funzionario Caritas – dobbiamo preoccuparci di far rinascere in loro un senso di umanità, facendogli trovare una ragione di vita laddove non si può vivere. È una questione di dignità, ricordiamoci che questi nostri fratelli non sono animali a cui dar da mangiare, ma persone che devono rinascere e noi dovremmo essere esperti di risurrezione».

Da qualche mese a questa parte, uno spiraglio di luce si è aperto con i corridoi umanitari (l’ultimo è stato sottoscritto due giorni fa da Viminale, Cei e Comunità di Sant’Egidio per 500 profughi) che consentono ai profughi di salvarsi trasferendosi legalmente in altri Paesi come l’Italia: «Ma i corridoi umanitari – lamenta Tessari – sono un lusso per pochi, una goccia nel mare, mentre i profughi sono milioni. Intanto, però, non si è ancora trovato il modo di far funzionare la politica in questi Paesi, con la politica internazionale che è impotente».

Un altro problema irrisolto, che mette benzina sul fuoco, è il commercio di armi: «Che è gestito – denuncia l’esperto Caritas – al 99,9% dai nostri governi democratici, che finiscono per vendere le armi a Paesi fragili come quelli mediorientali. È come mettere un coltello nelle mani di un bambino di cinque anni. Così facendo, diamo armi a milioni di persone e anche l’Isis le troverà così considerando che, a parte la Turchia, in Medio Oriente non si fabbricano armi».

L‘intervento dell‘arcivescovo Valentinetti

L‘intervento dell‘arcivescovo Valentinetti

Argomento, quest’ultimo, su cui è intervenuto anche l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, dopo aver citato fra le cause più recenti del conflitto mediorientale anche le due guerre in Iraq («Senza le quali – afferma – la situazione sarebbe potuta essere meno nefasta): «Le guerre – rilancia il presule – si scatenano perché gli arsenali si svuotino e vengano riempiti. Questo fattore gioca sul commercio legale e illegale di armi».

Ma la soluzione del problema, a detta dell’arcivescovo, può trovarsi solo nella politica più alta: «Dobbiamo – invita – dare peso e valore a quella che è l’unica possibilità che abbiamo a livello internazionale, ovvero l’Organizzazione delle Nazioni Unite che va riformata all’interno del Consiglio di sicurezza, togliendo il diritto di veto a quei Paesi che ce l’hanno per poter discutere alla pari. Finché i governi non avranno questa volontà, la pace sarà qualcosa di realmente complicato e di Siria ne avremo sempre tante. I conflitti nel mondo sono 40 e se si riuscirà a placare la situazione in Siria, si accenderanno altri focolai perché questo è quello che alcune regie politiche, non troppo oscure, portano avanti a livello internazionale».

Ma infine, al di là di tutto l’impegno sociale e politico, c’è una cosa che tutti possiamo fare per la risoluzione di questi conflitti: «Possiamo pregare – esorta ancora monsignor Valentinetti -. È vero che la pace è costruita dagli uomini, ma la pace è sempre un dono di Dio, perché lui stesso è il principe della pace. E allora quella pace che Dio può concedere facendo cadere le armi dalle mani dei violenti, possa essere invocata questa notte nella Marcia diocesana per la pace, a Loreto Aprutino, e domani mattina quando nel Santuario della Divina Misericordia incontreremo migranti e rifugiati, in occasione della giornata mondiale a loro dedicata, persone che hanno bisogno di solidarietà e del nostro essere disponibili».

Un auspicio che diventa un augurio per la stessa città di Pescara, che proprio giovedì ha compiuto i suoi primi 90 anni di storia: «Intervenendo al Consiglio Comunale – conclude Valentinetti – ho augurato a questa città di essere un cantiere aperto e uno di questi, dev’essere il cantiere dell’accoglienza».

About Davide De Amicis (2358 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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