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Democrazia e libertà di parola

Nelle odierne democrazie il concetto di "libertà di parola" è talmente ovvio che quasi ne abbiamo smarrito il senso e l'utilità. Dal pensiero filosofico greco possiamo imparare a distinguere la falsa libertà di parola da quella vera (parresia).

Quando un politico gravitante nell’orbita della democrazia italiana, europea o americana, pronuncia qualche castroneria, o si esibisce in uno di quei siparietti salottieri in cui tutti blaterano contro tutti nell’insignificanza assoluta, qualsiasi uomo di buon senso sa che la ragione di tale scempio, molto schematicamente, è la seguente. Ad esercitare il potere in una democrazia è il popolo, il demos, e ciascuno è uguale davanti alla legge; dove vige tale costituzione la libertà di parola è concessa a tutti, quindi anche ai cittadini peggiori e agli oratori ignoranti, cattivi e immorali; perciò la libertà di parola può essere pericolosa per la stessa democrazia. “Questa è un’ovvietà – penserà qualcuno – tra le più ovvie imperfezioni, mancanze, degenerazioni e lacune delle istituzioni democratiche!”. A qualcuno tutto ciò sembrerà anche scontato, eppure M. Foucault (1926-1984), il 14 novembre del 1983, invitato dall’università californiana di Berkeley, tenne una lezione sul pensiero politico greco nel IV secolo: periodo nel quale si accese un appassionato dibattito relativo proprio alla natura dei rapporti pericolosi che sembravano intercorrere tra democrazia e libertà di parola. Va ricordato che, nella Grecia delle gloriose costituzioni democratiche di Solone e Clistene, la libertà di parola era più di un diritto nebuloso e capriccioso: era un concetto ben definito – la parresia – con tutta la fatica che costava allora teorizzare un concetto. Etimologicamente parresiazestai significa «dire tutto». Colui che usa la parresia, il parresiastes, è qualcuno che dice tutto quello che ha in mente, esponendosi a qualsiasi rischio, perché riconosce che dire la verità è un dovere per aiutare gli altri a vivere meglio. La vera parresia è la «franchezza nel parlare» non fine a se stessa ma volta a produrre il vero, anche il bene e il bello. In una democrazia, quindi, un buon oratore dovrebbe svolgere un compito critico con l’uso della parola: “svegliare” i cittadini in modo che possano operare nei migliori interessi del bene comune. È possibile, la parresia, in una democrazia?

Per rispondere alla domanda Foucault si rivolge innanzitutto al pensiero di Isocrate, uno tra gli autori più prolifici sul problema del parlare chiaro in una democrazia. Nell’orazione Sulla pace, scritta nel 355 a.C., rivolgendosi agli ateniesi, Isocrate fa notare loro come «negli affari privati siano sempre propensi ad ascoltare i consulenti più esperti»; quando invece si riuniscono nei pubblici affari e nelle attività politiche: «ad alcuni porgete l’orecchio, di altri non tollerate neanche il tono di voce» e «addirittura cacciate chiunque non vi dica ciò che volete sentirvi dire». Su questo punto, Foucault concorda con Isocrate: gli oratori ben accetti al popolo dicono solo quello che il popolo desidera sentire, quindi, non è detto che questi «adulatori» (kolakes) appartengano alla specie degli uomini migliori. Ora: se Isocrate parlava direttamente agli ateniesi, possiamo forse credere che le odierne democrazie si siano affrancate dagli adulatori e dai populisti? Se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, e quindi tutti hanno libertà di parola, ciò vuol dire di certo che c’è la democrazia – il che è un bene; ma gli oratori che oggi sono in grado di farsi ascoltare, compresi i politici, sono spesso, troppo spesso, quelli che scimmiottano la volontà del popolo in modo demagogico, al fine di trovare favore per i propri interessi o per pura vanagloria. Gli oratori parresiastici, invece, che hanno la capacità, e il coraggio sufficiente, per opporsi al popolo nell’interesse della “polis” e del bene comune, ieri come oggi, raramente ricevono la stessa attenzione e lo stesso favore riservato agli adulatori. Lo svilimento dell’uso critico della libertà di parola, secondo Isocrate, sarebbe tra le maggiori cause del pervertimento della democrazia. Nell’Areopagitico (355 a.C.) egli elogia le vecchie costituzioni e i vecchi sistemi politici, perchè diedero ad Atene democrazia (demokratia), libertà (eleutheria), felicità (eudaimonia) e eguaglianza davanti alla legge (isonomia). Tuttavia lamenta come tali caratteri positivi, nel tempo, siano così degenerati: la democrazia è diventata mancanza di autocontrollo (akolasia); la libertà è diventata arbitrio (paranomia); la felicità è diventata libertà di fare tutto ciò che si vuole (ekousia tou panta poiein); l’uguaglianza davanti alla legge è diventata “parresia” in senso dispregiativo – cioè, uso della libertà di parola in modo demagogico, retorico, utilitaristico. Seguendo il ragionamento di Isocrate, anche nelle democrazie odierne gioverebbe a tutti ricordare che la libertà in generale e la libertà di parola in particolare, pur essendo caratteri positivi della democrazia, sono strutturalmente esposte a degenerazioni, e, in quanto tali, sarebbe consigliabile vigilare sull’uso e l’abuso dei diritti di cui disponiamo. Come possiamo tutelarci, evitando che la parresia perda il suo uso critico a vantaggio del bene comune?

Per rispondere a questa domanda Foucault cita un passo della Repubblica di Platone (libro II, 557 a-b), là dove Socrate spiega come il carattere proprio della democrazia risieda nel fatto che «i cittadini siano liberi; lo stato garantisca la più piena libertà sia di dire (parresia), sia di fare ciò che uno desidera […] di conseguenza ogni cittadino ha la possibilità di organizzare la propria vita a modo suo». Secondo Platone, il pericolo principale della libertà di parola in democrazia non sta nel fatto che essa sia concessa a tutti, quindi anche ai cittadini peggiori e agli oratori ignoranti, cattivi e immorali. Il pericolo principale sta invece nel fatto che la libertà di dire ciò che si vuole è strettamente connessa con la libertà di fare ciò che si vuole. La democrazia è destinata allora a degenerare quando la libertà di parola è considerata sempre meno come una virtù utile per la vita della “polis”, e sempre più come un’opportunità personale per perseguire un proprio stile di vita. Se ciascuno nella “polis” di ieri come di oggi si comporta come gli pare, se tutti seguono le proprie opinioni, volontà o desideri, allora è come se ci fossero tante costituzioni, tanti “Stati”, quanti sono gli uomini che fanno quello che più loro aggrada. La democrazia è in pericolo – conclude, Foucault, sulla scia di Platone – quando «la libertà nell’uso del logos diviene sempre di più libertà nella scelta del bios».

La libertà di parola usata per fare ciò che si vuole senza limiti, o per adulare le masse e perseguire un interesse personale, non è un valore quanto una delle maggiori cause di degenerazione delle istituzioni democratiche. Il libero parlare è un valore solo quando ne sappiamo fare un uso critico e coraggioso per “svegliare” le persone, sempre a condizione che loro vogliano smettere di “dormire” e non preferiscano sentirsi dire quello che desiderano.

*La trascrizione delle lezioni tenute da M. Foucault è apparsa come Discourse and Truth. The Problemadization of Parrhesia, Northwestern University Press, 1985; ed it. a cura di Adelina Galeotti in M.Foucault, Discorso e verità, Donzelli Editore Roma 1998.

 

1 Comment on Democrazia e libertà di parola

  1. ANNA MARIA MANCINI // 28 aprile 2017 a 13:11 //

    Magnifico articolo è molto attuale;ma chi potrebbe oggi vigilare? Chi potrebbe oggi invogliare a segliarsi? Abbiamo bisogno di uomini nuovi, veri che abbiano a cuore la “Democrazia e la libertà “

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