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ROMA N5 7686

In occasione dell'anniversario della morte di Aldo Moro, un ricordo tra "storia" e "diario" riflettendo sulla conoscenza storica e la verità della storia.

Oggi, 9 maggio, alle ore 9, il Presidente del Senato ha reso omaggio ad Aldo Moro in Via Caetani, in rappresentanza del Presidente della Repubblica, a 39 anni dal ritrovamento del corpo dell’ex Presidente del Consiglio ucciso dalle brigate rosse.

“ROMA N5 7686” era la targa della Renault rossa in cui fu trovato Moro. Nel bagagliaio giaceva un corpo, ricordo, adagiato tutto sbilenco come a formare una “s”. C’era una coperta, mi sembra. L’uomo era sicuramente magro, magrissimo, aveva capelli brizzolati folti. Rassomigliava a mio nonno, per questo, credo, mi alzai sulla punta dei piedi per guardare bene quel corpo dentro la “grande scatola”. “ROMA N5 7686”: ricordo bene quella targa. Avevo sei anni, stavo provando il tutù rosa per una recita a scuola. Per me, era un giorno storico. Per un bambino la “storia” si identifica solo con i “fatti quotidiani”, soprattutto se si tratta di un saggio di danza con il tutù. E invece, no: il mondo sembrava improvvisamente interessato a tutt’altro che alla mia recita. La mamma parlava concitatamente al telefono e diceva: “Poveretto, lo hanno ucciso”. La televisione, ferma su quella macchia rossa, ore ed ore, a parlare solo di quell’uomo morto. Lo chiamavano “il Presidente”: doveva essere un uomo importante. Per me, sicuramente: rassomigliava a mio nonno.

Quando seppi che la recita era stata rimandata perché era accaduto un “fatto gravissimo” – così dicevano –, compresi sempre più nitidamente, con il passare delle ore, che “ROMA RN5 7686” rappresentava il mio primo incontro con la morte. Non avevo mai visto un uomo morto. La prima volta fu in televisione, e l’uomo era importante. Non pensavo fosse così, la morte. Se è una cosa “vera”, pensavo, non dovrebbe uscire fuori dalla televisione e per tante ore al giorno. Può accadere che uno, alla fine, scambi la morte vera per una cosa finta.

Comunque l’incontro con “ROMA N5 7686” insegnò molto a me, bambina di sei anni. Per prima cosa che la “storia” non è costituita di “fatti quotidiani”, le cose che capitano, fossero anche una recita con il tutù. La storia è composta di avvenimenti che capitano ad alcuni uomini ma riguardano tutti, perché sono “fatti da capire”. La scoperta più bella, che mi portò “ROMA N5 7686”, fu capire che materia della storia non sono i “fatti” ma la “verità dei fatti”. Lo imparai a scuola, il giorno dopo. Gli avvenimenti storici sono pieni, anche troppo, di “nomi”, “date”, “luoghi”, “cause”, “colpevoli” e “innocenti”; ma sopra ogni cosa c’è la “verità”. Quell’uomo nel bagagliaio, dunque, che rassomigliava a mio nonno, aveva un nome: Aldo Moro. Era importante perché era il Presidente del Consiglio. Era stato rapito 55 giorni prima della sua morte, e, in quel frangente, già erano stati assassinati gli uomini della sua scorta. La scorta è un lavoro che fanno gli uomini delle forze dell’ordine; ci sono tipi di lavoro che fanno anche morire gli uomini: bisogna ricordarlo. A questo punto, per una bambina di sei anni, la storia si faceva ingarbugliata perché entrava in scena la vera protagonista: la “verità dei fatti”. Le brigate rosse erano “i cattivi”, diceva la maestra, perché hanno ucciso Aldo Moro sparandogli nel bagagliaio dell’auto. L’auto con la targa “ROMA N5 7686” – dissi alla maestra, io, perchè forse lei non lo sapeva! I brigatisti erano sicuramente cattivi, tanto che erano chiamati terroristi, e non c’era altro da aggiungere. Ma da questo punto in poi, a sei anni, la storia diventava difficile da capire: c’entrava la DC – che dicevano fosse un partito buono, perché si chiamava “cristiana”, e poi c’era il PCI – che era “comunista” e mi sa che ce l’aveva con la chiesa; c’era il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone; c’erano le brigate rosse che chiedevano di liberare tredici detenuti per reati di terrorismo in cambio del rilascio di Aldo Moro, più o meno come si fa con le figurine dei calciatori. Mentre tutti decidevano, e non si mettevano d’accordo, Moro era morto. Era accaduto tutto all’improvviso: c’era da indagare, da capire bene le “responsabilità” della ingarbugliata vicenda, diceva la maestra. E quando avremmo saputo, allora, qual era la “verità dei fatti” sulla morte di quell’uomo? Se non c’è la verità, che storia è?

La mia maestra, nel 1978, mi rispose che era ancora troppo presto per sapere bene la verità: la verità è una ed è una cosa difficile da trovare; ci vuole tempo. Io avevo appena scoperto che la materia della storia fosse la “verità dei fatti”, ed ero fiduciosa di trovarla presto. Del resto, la mia maestra neppure ricordava che la targa della macchina in cui Moro era stato trovato fosse: “ROMA N5 7686”.

 

 

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