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“L’economia dev’essere generativa: se si è generativi si è anche felici”

"Nella nostra visione - spiega Becchetti -, l’individuo è un cercatore di senso e capisce che la razionalità sociale è superiore a quella individuale. Infatti, la ricchezza dei territori è quando le persone riescono a cooperare. L’impresa non deve massimizzare il profitto, ma deve creare valore economico che sia sostenibile a livello ambientale e sociale"

Lo ha affermato sabato l’economista Leonardo Becchetti, intervenendo a Pescara all’ultimo incontro in preparazione alla Settimana sociale dei cattolici di Cagliari

L'economista Leonardo Becchetti - Foto: Acli

Cercare le migliori pratiche, attraverso le economie civili, per essere generativi e risolvere il problema del lavoro in Italia. È stato questo l’obiettivo posto sabato dall’economista Leonardo Becchetti, ordinario di Economia politica all’Università di Tor Vergata a Roma, intervenuto a Pescara nell’ambito dell’ultima delle tre conferenze promosse dall’Ufficio diocesano di Pastorale sociale – dal tema “Il lavoro: da dove veniamo e dove possiamo andare” – in preparazione alla prossima Settimana sociale dei cattolici italiani che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre.

Una ricerca che il professor Becchetti, membro del Comitato scientifico delle Settimane sociali, ha condotto in tutta Italia individuando 400 buone prassi che a Cagliari saranno oggetto di approfondimento in 100 tavoli di lavoro: «Siamo partiti dal basso –  esordisce l’economista -, individuando le buone pratiche di coloro che ce l’hanno fatta a creare del buon lavoro relativamente a tre ambiti, le aziende, gli istituti formativi e le amministrazioni. Abbiamo così scattato una fotografia nuova e bellissima di ciò che funziona nel nostro Paese, perché in questo mondo così cambiato le vecchie soluzioni non servono più».

Il contesto attuale, innanzitutto, vede un mondo del lavoro precarizzato che ha ristretto la classe media: «La precarietà c’è perché ci sono due grandi forze in azione – spiega Becchetti -, ovvero la concorrenza globale tra lavoratori ricchi e lavoratori poveri. Noi avevamo lavoratori a bassa qualifica e altamente sindacalizzati, che con la globalizzazione sono entrati in competizione con un esercito di riserva di persone disposte a lavorare per uno o due euro al giorno. E poi c’è l’innovazione tecnologica, l’intelligenza artificiale e l’industria 4.0, un’automazione che riduce posti di lavoro in alcuni ambiti».

Ma il vero problema sta nell’anomalia su cui si fonda il sistema economico attuale: «Essa – sottolinea l’ordinario di Economia politica all’Università di Tor Vergata – si pone due obiettivi che sono la creazione del profitto e il benessere del consumatore, ma manca l’obiettivo del lavoro. La creazione del profitto ha avuto un successo enorme, così come sia diventati consumatori onnipotenti mentre la dignità del lavoro è sparita dai radar. Anzi, il lavoro è considerato un impaccio perché per essere competitivi bisogna tagliare i costi, esso compreso».

E poi c’è il problema grave dell’assenza di figure specializzate nelle qualifiche richieste dalle imprese: «Nelle aziende – rileva Leonardo Becchetti – stanno diventando sempre più importanti i camici bianchi rispetto alle tute blu, con la difficoltà degli imprenditori nel reperire operai specializzati nella conduzione di macchinari sempre più complessi. Bisogna cambiare il sistema formativo, pensando al capitale umano, ampliando la pratica dell’apprendistato negli istituti tecnici prendendo come riferimento il modello tedesco. Infatti, in Germania, all’uscita dal sistema formativo, un individuo su tre ha fatto l’apprendistato».

D’altro canto, la globalizzazione sta producendo risultati insostenibili nei Paesi ad alto reddito: «La sfida – ricorda il professor Becchetti – è evitare il peggioramento delle condizioni della classe media, che rallenta il funzionamento dell’economia». L’industria 4.0 e l’innovazione tecnologica invece, al contrario di quanto si possa pensare, potrebbero far aumentare i posti di lavoro ma: «Il Pil mondiale, che cresce ogni anno del 2,5-3% – continua l’economista – viene distribuito male. Se si riuscisse a distribuirlo diversamente, diventerebbe potere di acquisto diffuso nelle nostre tasche e farebbe nascere tanti posti di lavoro in settori diversi dal manifatturiero, in cui ci sarà più automazione, il quale resterà sempre 1/3, 1/4, 1/5 del sistema economico».

Insomma, la piena occupazione è possibile: «In Germania c’è – evidenza lo studioso -, negli Usa c’è così come c’è a Trento e a Bolzano. È un problema fiscale. Se riusciremo a tassarla, a redistribuirla e aumenteranno le abilità dei nostri giovani si potrà creare piena occupazione. Sono contento, infatti, che in Europa si voglia creare una web tax per evitare l’elusione fiscale dei grandi della rete».

Un’altra criticità è poi da ricercare nel rapporto che si è interrotto tra la crescita della produttività e il reddito delle famiglie: «Prima quando la produttività aumentava – osserva Becchetti – aumentava anche il reddito delle famiglie, mentre adesso la produttività aumenta con il progresso tecnologico e il reddito delle famiglie resta tale. Del resto il costo di lavoro da noi è abbastanza alto, ma ci sono dei Paesi in cui è ancora più alto, nonostante la concorrenza di quelli con costi più bassi. Il tema è che possiamo vincere la sfida senza abbassare il costo del lavoro, ma migliorando la condizione di qualità dei prodotti e del capitale del lavoro».

C’è poi il dramma sempre vivo delle disuguaglianze: «Gli 8 uomini più ricchi del mondo – denuncia Becchetti – hanno la stessa ricchezza di 3 miliardi e 600 milioni di persone più povere e le disuguaglianze producono furiosi movimenti di persone, che si spostano quando la differenza delle condizioni di vita dei Paesi di partenza e di destinazione diventa molto alta. Oggi questo differenziale è aumentato in Siria e nell’Africa subsahariana, scatenando enormi flussi migratori».

E poi c’è il dramma ambientale: «Un quarto di quello che è stato prodotto sulla faccia della terra dall’anno zero al 2017 – aggiunge l’ordinario di Economia politica all’Università di Tor Vergata – è stato prodotto dal 2000 a oggi. Noi stiamo creando problemi nella gestione dei rifiuti e degli scarti, mentre l’economia sta cambiando per diventare circolare con l’utilizzo delle fonti rinnovabili. L’imprenditore che accoglie questo cambiamento ha più possibilità di successo rispetto agli altri, dato che le aziende che presentano un altro rischio reputazionale ambientale valgono di meno delle altre».

In definitiva, sarebbe indispensabile puntare sull’economia civile che è anche la visione economica della Dottrina sociale della Chiesa. Una visione che parte dagli studi sulla felicità, data da sei fattori: «Due triviali che sono il reddito e la salute – elenca il professor Leonardo Becchetti -, due politici che sono la libertà d’iniziativa e l’assenza di corruzione e due personali, ovvero la qualità della vita di relazione e di gratuità. La felicità è generatività, se si è generativi si è anche felici. Generatività che può essere familiare, politica e sociale».

Dunque, la generatività è la chiave della felicità: «La visione dell’economia civile – approfondisce l’economista – è ispirata al principio che dobbiamo creare una società dove le persone possono essere generative. È questo un paradigma che cambia tutta la visione dell’economia, delle imprese e dei valori, dove oggi l’individuo è massimizzatore di utilità. Diversamente, nella nostra visione, l’individuo è un cercatore di senso e capisce che la razionalità sociale è superiore a quella individuale. Infatti, la ricchezza dei territori è quando le persone riescono a cooperare».

E le aziende, quindi, diventano in grado di sviluppare il capitale sociale: «L’impresa – puntualizza Becchetti – non deve massimizzare il profitto, ma deve creare valore economico che sia sostenibile a livello ambientale e sociale. Oggi, infatti, diviene importante calcolare il rendimento sociale degli investimenti, dove al rendimento monetario ed economico si aggiunge la valutazione dell’impatto sociale di un investimento».

Quindi, a detta dell’esperto, la politica economica attuale retta su due gambe lo Stato e il mercato è fallimentare: «Questo sistema – ammonisce Becchetti – è destinato alla rovina. Invece, Stato e mercato devono essere coadiuvati dalla società civile e dalle imprese sostenibili e responsabili. In una società dove ci pensano solo Stato e mercato non può essere generativo, perché gli altri sono esclusi».

Al contrario, dal viaggio fatto in Italia e dalle 400 buone prassi che verranno presentate alla Settimana sociale di Cagliari, è emersa un’esigenza: «In questo viaggio – racconta l’economista – abbiamo capito che l’articolo 1 della Costituzione andrebbe riscritto in “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, ma soprattutto sulla capacità di combinare armonicamente il tempo dei cittadini tra lavoro, formazione permanente, cura delle relazioni interpersonali e tempo libero”. Sul territorio, alcune delle migliori pratiche sanno sfruttare gli strumenti della tecnologia e della rete per aiutare le persone a mettere assieme i tempi della loro vita».

Infine, un’impresa di successo non può non puntare sullo sviluppo del territorio: «Deve fare squadra – conclude il professor Becchetti -, per investire nel bene pubblico del proprio territorio».

About Davide De Amicis (2466 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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