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Debito pubblico: “Modello di dominazione in Europa e in Italia”

"È possibile un ulteriore sviluppo, è possibile un ulteriore mercato? – s’interroga l'arcivescovo Valentinetti – Se continuiamo ad andare su questa strada, andremo verso un vicolo cieco. Fra non molto, qualche economista lo dice già sottovoce, si riproporrà una crisi economica peggiore di quella cominciata nel 2008. Adesso si rivede qualche soldo e le banche hanno ricominciato a proporre prodotti come prima, i derivati che hanno complicato la vita al globo terrestre"

Lo ha affermato venerdì Antonio De Lellis, consigliere di Attac Italia, curatore del libro “Il muro invisibile” presentato venerdì nella Biblioteca diocesana “Carlo Maria Martini”

La presentazione del libro "Il muro invisibile. Come demolire la narrazione del debito"

Si intitola “Il muro invisibile. Come demolire la narrazione del debito” il nuovo libro curato da Antonio De Lellis, consigliere di Attac Italia (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini) e già consigliere di Pax Christi Italia, che cerca di spiegare le questioni più importanti che hanno mosso e muovono la finanza, il lavoro e la cristi economica.

Questo libro, terzo di una trilogia di libri sull’argomento, è stato presentato venerdì sera nella Biblioteca diocesana “Carlo Maria Martini” – presso la Curia di Pescara – nell’ambito di un incontro moderato dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti: «Di questo tema – esordisce il presule – ha parlato anche il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nel suo intervento alla Settimana sociale dei cattolici italiani di Cagliari in cui ha fatto riferimento “alla situazione molto chiara del debito, che sta strangolando sempre di più non solo le economie dei Paesi in via di sviluppo, ma anche le economie sviluppate”».

Antonio De Lellis, consigliere di Attac Italia e curatore del libro

L’idea del libro è nata dopo l’incontro svolto da movimenti sociali ed ecclesiali il 16 luglio 2016 a Genova, nel quindicesimo anniversario dei fatti del G8 ligure del 2001, in cui è stato preso l’impegno comune del contrasto al sovraindebitamento dei popoli: «In quest’assemblea, a cui ha partecipato anche monsignor Valentinetti – spiega De Lellis – siamo partiti dal fatto che questa realtà, non solo italiana, non solo europea, ma mondiale, si sta allontanando dal terreno dell’umano. E dal tema del sovraindebitamento abbiamo declinato una serie di impegni, riportati dalla Carta di Genova, a partire dalla costituzione in Italia di un comitato per l’abolizione dei debiti del terzo mondo, ora diventato per l’abolizione dei debiti illegittimi».

Questo comitato si è riunito per la prima volta nel marzo scorso a Roma: «Dove – annuncia il consigliere di Attac Italia – abbiamo posto a tema la questione della verità e della giustizia sul debito pubblico in Italia, perché le cose non sono chiare e non sono trasparenti. A tal proposito sarà Pescara, il 27 gennaio prossimo, a ospitare il convegno internazionale dal tema “La questione del debito globale” a cui parteciperanno attivisti, economisti e politici europei ed extraeuropei».

La prima parte del libro parla proprio di questo: «È sostanzialmente – precisa il curatore dell’opera – un libro di ricerca appassionata di persone, accademici, artisti, uomini e donne che hanno posto al centro della loro ricerca la possibile spiegazione del perché noi ci troviamo in una condizione di povertà, di disuguaglianza diffusa, con problematiche che ognuno di noi tocca direttamente o indirettamente a livello economico e sociale. L’obiettivo della ricerca, è stato quello di considerare il debito come paradigma per comprendere il mondo d’oggi. I vari contributi non sono dedicati tutti alla questione debito, ma riguardano anche la visione dell’Islam sull’economia e il tema delle migrazioni. Il sociologo e saggista Guido Viale, ad esempio, arriva a sostenere la tesi secondo cui il debito sia uno strumento formidabile e potentissimo se applicato ai profughi. Questo perché da una parte crea una condizione ambientale, sociale ed economica per cui si creano flussi migratori epocali forzati e dall’altra lo stesso sistema del debito – che fa capo all’alta finanza – crea le politiche di respingimento. Queste vengono coniugate con le politiche di austerità, fino a configurare un sistema di emarginazione mondiale che non riguarda solo i rifugiati – ma che viene sperimentato su di loro – e che verrà sperimentato su tutte le popolazioni del mondo». Il debito, a detta degli autori del libro, è uno strumento che è stato già sperimentato in America latina e in Africa: «Ma che ora – denuncia Antonio De Lellis – viene applicato come modello di dominazione anche in Europa e in Italia».

Francuccio Gesualdi, attivista Centro nuovo modello di sviluppo

Ad approfondire meglio il tema del debito pubblico, è stato poi Francuccio Gesualdi: «Quando parliamo di debito pubblico – spiega l’attivista del Centro nuovo modello di sviluppo e allievo di don Milani -, parliamo del debito della Pubblica amministrazione. Ci riferiamo al Governo centrale, ma anche al debito dei Comuni, delle Province e delle Regioni, precisando che però il 95% del debito pubblico è in carico al Governo. Questo gran parlare che si fa degli enti locali come motivo d’indebitamento, è molto marginale. Oggi il debito pubblico italiano ammonta a 2.300 miliardi di euro, ovvero a 40 mila euro a testa».

Le cause che l’hanno formato si perdono lontano nella storia, ma l’anno che ha segnato il punto di svolta è stato il 1992: «Prima di quell’anno – osserva Gesualdi – ci rendiamo conto che, effettivamente, lo Stato spendeva più di quanto non incassasse da un punto di vista del gettito tributario. Dopo il 1992, invece, notiamo che la collettività italiana è entrata in una fase di risparmio e da allora, in quasi tutti gli anni abbiamo risparmiato. Quindi questo mito che noi ci siamo indebitati perché viviamo al di sopra delle nostre possibilità, è una grande balla e tutti la ripetono. Se mettiamo a confronto il gettito fiscale e le spese che il Governo fa a vantaggio dei cittadini, notiamo tutti gli anni uno scarto a volte di 20, a volte di 30 o di 40 miliardi di euro, dipende dalle annate. Il punto è che il risparmio che noi realizziamo, non basta a coprire l’intera spesa per interessi – che oscilla tra i 65 e gli 85 miliardi di euro sulla base di come si muove la speculazione – e tutti gli anni continuiamo a indebitarci per pagare la quota degli interessi che non riusciamo a coprire e che crescono come la panna montata. Non usciremo mai da questo meccanismo. Ad aumentare il nostro debito pubblico si aggiungono poi altre voci, come il salvataggio delle banche – per il quale l’anno scorso lo Stato italiano ha stanziato 20 miliardi di euro – o la partecipazione dello Stato italiano ai fondi europei per salvare altri Stati in difficoltà, come la Grecia».

Ma perché è necessario occuparsi della questione del debito pubblico?: «Il debito – chiarisce l’attivista e saggista – provoca impoverimento, disuguaglianze e disoccupazione. Provoca impoverimento perché lo Stato aumenta le tasse, ma la via principale attraverso la quale passa il processo di impoverimento è il taglio dei servizi. Diminuiscono tutti i servizi che offrono i Comuni, i quali garantiscono non soltanto i contributi per alleviare le situazioni più, ma anche servizi essenziali i cui tagli ci rendono più poveri costringendoci a spendere di più per ottenere i servizi altrove». E l’Istat, analizzando i poveri, distingue 5 milioni di persone in povertà assoluta – il 6% della popolazione che non riesce a soddisfare i bisogni fondamentali tra cui quello dell’alimentazione. Ma non solo: «Tra i poveri effettivi e quelli a rischio – sottolinea Francuccio Gesualdi -, abbiamo 20 milioni di persone – un terzo della popolazione italiana – che ruotano sulla linea di povertà. Siamo in una situazione preoccupante».

Il pubblico presente nella Biblioteca diocesana “Carlo Maria Martini”

Inoltre, il debito aumenta le disuguaglianze: «Perché – precisa l’esponente del Centro nuovo modello di sviluppo – è una macchina di redistribuzione alla rovescia. Prende a tutti e concentra nelle mani dei più ricchi. A loro vanno quei famosi 65-85 miliardi di euro di interessi, che corrispondono al 15% del nostro gettito tributario. Ma chi sono i creditori dello Stato? Banche, assicurazioni e fondi pensione sia esteri che italiani. Possiamo renderci conto di come la ricchezza venga distribuita in maniera iniqua in Italia anche solo concentrandoci sul patrimonio privato nazionale, con il 10% delle famiglie che detiene il 50% della ricchezza nazionale e il 50% più povero della popolazione che si spartisce solo il 10% di ricchezza esistente. Il debito aggrava le disuguaglianze, perché pompa ricchezza dal basso verso l’alto. E questo è un grido d’allarme che lanciano tutti, a partire da istituzioni quali il Fondo monetario internazionale».

Infine, il debito provoca disoccupazione: «In quanto – ricorda l’attivista – il nostro è un sistema fondato sulle vendite delle aziende, che tengono i lavoratori sulle loro linee produttrici nella misura in cui riescono a vendere i loro prodotti. Altrimenti, i lavoratori vengono lasciati a casa e rimangono disoccupati che, attualmente, oscillano tra i 6 e i 7 milioni».

A questo punto, l’esperto si è posto l’interrogativo su come sia possibile uscirne: «Fino ad oggi – afferma Gesualdi – è stata fatta passare la logica del “continuiamo a indebitarci” e del “tiriamo a campare”, ma queste strada non risolve i problemi. Innanzitutto, se qualcuno deve pagarli gli interessi, devono pagarli i più forti e poi dovrebbe essere accettato che lo Stato li possa congelare. E poi, se bisogna aumentare le tasse, aumentiamole ai ricchi attraverso un’imposizione progressiva. Inoltre, è necessario tamponare l’evasione fiscale, fermare la corruzione e le spese inutili. Ma oggi le famiglie, al pari degli Stati e delle aziende, se devono fare delle spese straordinarie non hanno altri referenti se non le banche private, che fanno valere la loro forza. Questo perché, in base al Trattato di Maastricht, la Banca centrale europea (Bce) può prestare moneta a qualsiasi banca del sistema europeo, ma non può prestare agli Stati che però sarebbero i suoi proprietari. E allora, bisognerebbe sbloccare la Bce per ripristinare la sovranità monetaria e tornare padroni dei rubinetti del denaro, per utilizzarlo a fini sociali per raggiungere la piena occupazione e migliorare i servizi offerti ai cittadini».

don Silvio Piccoli, attivista e parroco a Termoli

Don Silvio Piccoli, attivista e parroco della chiesa del Sacro Cuore in Termoli, ha infine parlato delle connessioni tra ambiente e debito, sottolineando lo sfruttamento dei Paesi del Sud del mondo da parte di quelli del Nord e citando l’enciclica ambientale di Papa Francesco Laudato si: «È necessario – riporta il presbitero – che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito, limitando in modo importante il consumo di energie e apportando risorse ai Paesi più bisognosi, per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile. Occorre una grande capacità politica, che sappia affrontare uno sviluppo che non può essere infinito in un sistema finanziario a cui sono state tolte tutte le regole. Serve un impegno per una maggiore responsabilità sociale».

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

A concludere la presentazione del volume, la riflessione dell’arcivescovo Valentinetti che è partito da una citazione di Papa Francesco “Non siamo in un’era di cambiamenti, ma siamo in un cambiamento di era”: «È possibile un ulteriore sviluppo, è possibile un ulteriore mercato? – s’interroga il presule – Se continuiamo ad andare su questa strada, andremo verso un vicolo cieco. Fra non molto, qualche economista lo dice già sottovoce, si riproporrà una crisi economica peggiore di quella cominciata nel 2008, anche perché le banche stanno ricominciando il can-can di prima. Adesso si rivede qualche soldo e hanno ricominciato a proporre prodotti come prima li proponevano, i derivati che hanno complicato la vita al globo terrestre. Io spero che, prima o poi, questo discorso del cambiamento di un’era, di un cambiamento di attenzione a livello globale su moltissime problematiche, che vanno dal tema delle armi a quello dell’ecologia e dei Paesi in via di sviluppo, vengano affrontati seriamente all’interno di quella che un mio amico giurista chiama la riforma del governo mondiale dell’Onu. Perché in realtà, se non cambia un atteggiamento degli Stati nei confronti di questo massimo organismo, potremo fare tutti i discorsi che vogliamo, ma ci ritroveremo sempre in braghe di tela. È sicuramente una visione ambiziosa, ma siccome siamo chiamati a guardare in altro, puntiamo sempre più in alto».

About Davide De Amicis (2489 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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