Ultime notizie

“Non abbiate paura del peccato, Dio non si stanca mai di cercarci”

"La paura - sottolinea monsignor Valentinetti - è la radice di tutti i mali, di moltissimi mali spirituali e di un rapporto non sereno con Dio e con gli altri. La paura di se stessi, ma addirittura la paura del peccato stesso. Ma attenzione, la dinamica è sottile, se ho paura del peccato inevitabilmente pecco, se invece non ho paura del peccato ma di tutto il suo contro, allora non pecco"

Lo ha affermato mercoledì sera l’arcivescovo Valentinetti, pronunciando la lectio divina d’Avvento sul tema Abitare secum

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, pronuncia la lectio divina di Quaresima

Abitare secum, ovvero abitare se stessi, è il tema che farà da sfondo alle tre lectio divina che l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti terrà nei tre tempi dell’anno liturgico, a partire da quello corrente dell’Avvento con la prima lectio tenuta mercoledì nel Santuario della Divina Misericordia di Pescara: «Abitare secum – esordisce il presule – è un’espressione latina che indica l’importanza di entrare nella propria interiorità e come tema non l’ho scelto io, ma il Consiglio pastorale diocesano quando – al termine del convegno diocesano che ha avuto come tema il verbo abitare esplorando le dimensioni della famiglia, della città e della casa comune – facendo una verifica alcuni componenti mi hanno fatto notare che prima di poter abitare quelle dimensioni bisogna prima prendere coscienza di quello che si è».

Un tema molto delicato, questo, che può essere inteso sotto vari aspetti, da quello piscologico a quello antropologico, passando per quello filosofico, ma che monsignor Valentinetti ha voluto trattare dal punto di vista spirituale: «Per comprendere tutti – spiega – che l’inabitazione di se stessi, consiste in una grande ricerca della presenza del Signore nella nostra vita». Per farlo, si è avvalso di alcuni passi biblici a partire da quello, molto noto, narrato dal capitolo 3 della Genesi – versetti 1-13 – dove si parla del peccato e della tentazione: «E soprattutto – precisa l’arcivescovo Valentinetti – si narra di Dio che è alla ricerca dell’uomo».

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

Un testo scritto a cavallo tra il settimo e l’ottavo secolo avanti Cristo, ma tramandato oralmente da tempi ancora più remoti: «Tutti i primi undici capitoli della Genesi – illustra monsignor Valentinetti -, risentono fortemente della mitologia antica per quanto non siano assolutamente da identificare con essa. Ma ciò non toglie assolutamente il fatto che questi, nel momento in cui sono stati assunti e rielaborati dentro una riflessione legata alla fede, abbiano assunto la dimensione di Parola di Dio e dunque il carattere ispirato del testo stesso. Lo dico perché questo brano, se lo prendiamo così com’è, è molto complicato. Bisognerebbe parlare di cosa significa la nudità, la trasgressione e bisognerebbe parlare di alcuni elementi comuni ad altre esperienze, ma io non lo farò proprio per non sconfinare nell’ambito psicologico, antropologico e filosofico».

Fatta questa premessa, il presule è passato ad analizzare l’ambientazione in cui svolge il passo biblico: «Questa scena – ricorda – si svolge nel giardino dell’Eden, che poi sarà il giardino perduto. E inesorabilmente qui accade il dramma del peccato e di una tentazione che viene dal diavolos, dal divisore, a cui si dà il proprio consenso, si aderisce». Da qui l’esigenza, per comprendere il testo e rapportarlo alla ricerca dell’abitare se stessi, di fare un salto e andare ai versetti 41 e 42 del capitolo 19 del Vangelo di Giovanni:

Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino.

Emerge così un parallelismo sulla presenza del giardino in entrambe le vicende: «La storia – denota il presule – comincia male in un giardino, ma finisce bene in un giardino perché – nei versetti successivi – troviamo che in quel giardino c’è una ricerca, c’è una donna che il testo chiama Maria Maddalena. Una donna che va alla ricerca di un corpo, il corpo di quel Gesù che lei aveva seguito, che aveva amato e aveva visto pendere dalla croce. La storia inizia male, perché una donna induce nella tentazione l’uomo – seguendo la tentazione del serpente – e si conclude perché nel giardino una donna cerca un uomo, un corpo, per poi annunciare addirittura una vita nuova, diversa. Noi siamo in questa polarità, dove esiste il dramma di un giardino e dove esiste la risurrezione. Una novità che ha rovesciato completamente quello che, purtroppo, era stato sepolto».

E allora, tornando ai versetti della Genesi, dopo l’evento del peccato, l’essersi accorti di essere nudi intrecciando poi delle vesti con le foglie delle piante, c’è la parola chiave della ricerca su come abitare se stessi: «Dio chiama l’uomo – ricorda l’arcivescovo Valentinetti – e gli domanda “Dove sei?” Attenzione, non è solo una domanda per una ricerca di carattere spaziale, ma è qualcosa di molto più profondo. È la domanda che sostanzialmente Dio rivolge a ciascuno di noi: Adamo, dove sei? Eva, dove sei? Questa domanda, così formulata, ci dimostra una verità incontrovertibile ovvero che noi siamo sempre cercati da Dio. Non c’è un attimo in cui Dio si stanchi di cercarci, non c’è nessun momento in cui lo sguardo di Dio ci abbandoni senza chiederci “Dove sei? Qual è il tuo luogo? Qual è la tua vita? Quali sono i tuoi pensieri? Qual è la tua interiorità?” Ma attenzione, non tanto per metterci in crisi, avvilirci o condannarci, ma quanto perché lui vuole riempire sempre – in ogni momento – questa stessa ricerca che ci costringe a fare, in quanto la nostra vita deve essere continuamente riempita da questa presenza. E il Signore certamente si china su quest’umanità così com’è, un’umanità accolta nella sia totale libertà e nella sua totale capacità di fare anche il male e non il bene».

Ma in questa ricerca, Dio è sempre in agguato così come anche il serpente è sempre accovacciato davanti la nostra porta: «Se ci mettiamo nello stesso atteggiamento della donna – ammonisce monsignor Tommaso Valentinetti – inevitabilmente il serpente ci nuoce, ma Dio non smette mai di cercarci perché alla caduta scelta nella piena libertà, corrisponde il mistero di grazia scelto nella piena onnipotenza di Dio che è onnipotente sull’amore, ma non è onnipotente nel male». Quello che era successo all’uomo e alla donna è quello che, sostanzialmente, succede anche a noi: «Ecco – spiega l’arcivescovo di Pescara-Penne – la ricerca dell’abitare noi stessi, con tutte le dinamiche della tentazione. La prima è il dubbio, nella seconda dinamica c’è la risposta e comincia il dialogo, mentre nella terza c’è l’affermazione di una contrarietà che vuole spazzare via la questione da ogni ragionevole dubbio. E allora accade il peccato, perché questa è la sua dinamica la quale – dentro di noi – ci fa scoprire che tutto questo diventa possibile, insidiandoci nella quotidianità. E il peccato, consiste nell’aderire alle tre categorie che si celano inevitabilmente dentro il nostro cuore. La prima categoria è il piacere, la mela è buona da mangiare; la seconda categoria è il possedere, la mela è bella a vedersi; la terza categoria è il potere, la mela è buona per acquistare saggezza. Scattano queste tre dinamiche per essere presi nella trappola feroce di questi elementi, che sono dentro di noi. Il nostro cuore è abitato da questi elementi, che ci piaccia o no».

E la motivazione di ciò è evidente nel fatto che anche Gesù, nel deserto, è stato tentato dal diavolo sulla base di questi tre paradigmi: «Nella prima tentazione – elenca l’arcivescovo Valentinetti – gli viene proposto “Fa che queste pietre diventino pane” – il piacere – nella seconda gli viene promesso “Ti darò tutti questi beni se tu mi adorerai” – il possedere – e nella terza gli viene proposto “Buttati giù, dimostra il tuo potere, perché se dimostri il tuo potere tutti ti crederanno” – il potere. Allora se queste tentazioni hanno inabitato Gesù, perché non dovrebbero inabitare noi? E perché, presi come immagine dell’umanità, non avrebbero dovuto inabitare Adamo ed Eva? D’altra parte, Gesù è stato tentato anche fino alla fine, anche sulla croce quando i sommi sacerdoti gli hanno detto “Se sei il figlio di Dio, scendi dalla croce e crederemo in te”».

Tanti laici e sacerdoti hanno partecipato alla lectio

Da qui il consiglio: «Nel profondo del nostro cuore – afferma il presule -, noi dobbiamo cercare e dobbiamo assolutamente andare in profondità, per scoprire realmente quale realtà si cela nella profondità della nostra vita. Ma attenzione, non per rimanerne vittime, non per rimanerne disperati, non per nasconderci, perché nel momento in cui l’uomo e la donna prendono coscienza di questa verità si nascondono ed è questa la loro nudità, prendere coscienza di questa verità, di questo cumulo di impulsi che purtroppo ci abita. Prenderne coscienza non significa fuggire, nasconderci, non significa nemmeno coprirli e far finta di non vederli. Ecco i vestiti con le foglie degli alberi, perché la nudità resta, non è la scoperta della nudità fisica. Quante volte, facendo questo discorso, si è pensato che questo peccato di Adamo ed Eva fosse un peccato di carattere sessuale, tutte chiacchiere, scordatevelo! Il loro peccato è andato alla radice di quello che è il male che c’è dentro l’uomo, che può essere scelto nella piena e totale libertà e adesione, perché così è successo. Non copritelo, ma ascoltate la voce “Dove sei?” E soprattutto, non abbiate paura. Sapete qual è la tentazione più grave per la vita dell’uomo, oltre alle prime tre già ricordate? È la paura. Quando l’uomo entra dentro questa dinamica, non capisce più nulla perché ha paura di se stesso e dell’altro. E da cosa si dimostra che ha paura di se stesso? Perché si nasconde e ha paura dell’altro e nel momento in cui Dio gli dice “Che cosa hai combinato?” la risposta è “La donna è stata”. Insomma, l’uomo ha paura anche dell’altro, si crea la paura del rapporto che non è più libero e franco, non è più un rapporto alla pari, ma è un rapporto viziato dalla paura. Ma anche la donna, alla fine, ha paura e butta la colpa sul serpente. La paura è la radice di tutti i mali, di moltissimi mali spirituali e di un rapporto non sereno con Dio e con gli altri. La paura di se stessi, ma addirittura la paura del peccato stesso. Ma attenzione, la dinamica è sottile, se ho paura del peccato inevitabilmente pecco, se invece non ho paura del peccato ma di tutto il suo contro, allora non pecco».

Insomma, è fondamentale domandarci cosa c’è dentro noi stessi così da trovare, alla luce di questa parola, le risposte: «Che in alcuni casi – continua l’arcivescovo – ci hanno messo in difficoltà. Per esempio, penso ad una rigidità di comportamenti escludenti. Cioè io faccio tutto bene, gli altri non fanno tutto bene. Io sono un buon cristiano, gli altri non sono dei buoni cristiani. Oppure io sono un buon cristiano e devo essere sempre più un buon cristiano e allora, dalla mattina alla sera faccio gli esami di coscienza. Non perché gli esami di coscienza non bisogna farli, ma certamente non bisogna farli dal mattino alla sera perché altrimenti ci creiamo degli scrupoli che sono alla radice di ogni male, sono la radice della paura che ci vieta un sereno rapporto con Dio. Ci vieta che a quella famosa domanda “Dove sei?” Io possa rispondere “Sono qui con tutti i miei pregi e con tutti miei difetti, con tutta la mia vita e tutti i miei peccati. Sono qui, ma sono anche certo che da questo giardino dell’inizio io sono stato portato in un altro giardino, il giardino dell’amore, della vita e della grazia”. Il giardino della grazia che vince il peccato, della vita che vince la morte, della gioia che vince la paura. È il giardino della risurrezione, che può albergare dentro di me così come può albergare anche il giardino del capitolo 19 del Vangelo di Giovanni. È il giardino dove vivere l’esperienza autentica dell’amore che, a questo punto, alberga dentro me stesso. Perché se è vero che dentro me stesso alberga la tensione delle tre tentazioni, è vero che dentro di me alberga anche la tensione dell’amore, la tensione della grazia che il Signore mi ha donato e mi dona continuamente in quella ricerca del “Dove sei?”».

Infatti, nel capitolo 20 del Vangelo di Giovanni, dopo che Pietro e Giovanni sono andati al sepolcro, Gesù appare alla Maddalena e la chiama per nome “Maria”: «Perché il Maestro la ritrova – riflette monsignor Tommaso Valentinetti – e le rimostra, a lei che è cercatrice d’amore, il volto dell’amore». Infine, l’arcivescovo ha riproposto le parole del capitolo 2 del Cantico dei cantici, che parla dell’amore tra l’uomo e la donna, dal versetto 10 al versetto 14:

“Ora l’amato mio prende a dirmi: «Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico sta maturando i primi frutti e le viti in fiore spandono profumo. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole»”.

Quindi la conclusione del presule: «Se può farvi piacere, è questa la parola che Dio ci dice quando ci cerca e ci dice “Dove sei?”. E nel momento in cui noi gli diciamo “Non ho paura”, Egli ci rivolge le parole più belle e suadenti dell’amore. Alzati, amica mia, e vieni!».

About Davide De Amicis (2671 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
Contact: Website