Ultime notizie

“La chiave a stella” o della felicità di lavorare

Il romanzo di Primo Levi come narrazione di un mondo del lavoro e di lavoratori che forse non esistono più e di cui si ha nostalgia.

«Io, l’anima ce la metto in tutti i lavori. Per me ogni lavoro che incammino è come un primo amore». «Io del mio destino non me ne sono mai lamentato, e del resto se mi lamentassi sarei una bestia, perché me lo sono scelto da me: volevo vedere dei paesi, lavorare con gusto, e non vergognarmi dei soldi che guadagno […]. Si capisce che c’è il pro e il contro …».

È questo quello che pensa Libertino Faussone, detto Tino, che di mestiere fa il montatore e va in giro per il mondo ad alzare gru, tralicci, ponti sospesi con la sua chiave a stella. Pensa che il suo sia un lavoro magari pericoloso e che priva della possibilità di avere amici e famiglia ma che gli permette di realizzarsi, di farlo stare bene e soprattutto di vivere in maniera onesta; questo è ciò che lo ha spinto a lasciare il suo impiego da operaio alla Lancia e partire -novello Ulisse- alla volta di Paesi e avventure nuove, sempre col naso all’insù.

Il romanzo La chiave a stella (Einaudi, 1978) di Primo Levi si dipana attraverso il costante dialogo tra il montatore torinese e un perito chimico con velleità da scrittore (lo stesso Levi), trovatisi entrambi in una fredda città russa a svolgere il loro mestiere: Tino racconta le esperienze vissute in giro per il mondo confrontandosi col perito che pazientemente lo ascolta e che, quando può, espone le proprie opinioni; ne nasce così un dialogo fruttuoso con al centro non solo il mestiere, ma le stesse vite dei due che entrambi scoprono non essere poi così diverse, soprattutto dal punto di vista valoriale; non mancano (a dispetto del comune parere sugli scritti leviani) momenti di vero e proprio umorismo (si legga ad esempio il capitolo intitolato «L’aiutante», con al centro il rapporto di collaborazione tra il montatore … e una scimmia).

Primo Levi

Primo Levi nel dare forma al personaggio di Faussone e al libro pare averci voluto lasciare una sorta di piccolo monumento alla moralità del lavoro e al suo essere, anche nella quotidianità, fonte di felicità;  andrebbe riscoperto e riletto oggi, visto che il luogo di lavoro è divenuto un posto in cui anziché fare «esercizio di felicità» si testano le capacità di resistenza al disagio, ed è diventata una «palestra della sofferenza».

Sembrano risuonare nelle parole e nei gesti del montatore Faussone le parole pronunciate da sant’ Agostino in uno dei suoi scritti: è gioioso colui che è se stesso e gode nell’ esserlo, e che vuole esserlo perché lo ritiene bello, vero e buono.

«Io sono uno di quelli che il suo mestiere gli piace. Anche se delle volte è scomodo […] ma sul lavoro, e mica solo sul

Una copertina del libro

lavoro, se non ci fossero delle difficoltà ci sarebbe poi meno gusto a raccontare», quel «gli piace» come sigillo dell’intimo legame fra mestiere ed essere.

Ciò che colpisce del personaggio costruito da Primo Levi, alla luce di quanto vediamo oggi, è l’approccio sempre positivo alla professione, la serietà e il piacere col quale egli la svolge, ben conscio appunto che il mestiere è intimamente legato e intrecciato alla sua esistenza. A ciò si aggiunge anche una buona dose di leggerezza che gli permette di evitare gli ostacoli e non perdersi d’animo quando le cose non vanno come dovrebbero. È insomma di un uomo libero che Levi ci racconta; così lo stesso scrittore lo definisce in una pagina del capitolo «La coppia conica»: «Nell’ ascoltare Faussone, si andava coagulando dentro di me un abbozzo di ipotesi […], il termine “libertà” ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo».

La domanda è: quanto è replicabile oggi dell’ approccio del montatore Tino Faussone? E se è impossibile, quanto è responsabilità del singolo e quanto del sistema lavorativo oggi vigente? A beneficio della riflessione si possono fare alcune osservazioni, che partono da lontano.

Già nel libro della Genesi, come ha ben mostrato Andrè Wenin, è evidente che l’azione umana sia una precisa volontà del Creatore e che questi addirittura lo voglia «con-creatore» della propria opera. Non si può pensare l’uomo senza il lavoro; ma questo deve avere delle precise caratteristiche e deve essere scevro da qualsiasi tipo di violenza. Quest’ultima, osserva Wenin, si sviluppa proprio nel momento in cui l’uomo decide di oltrepassare la soglia stabilita e sfruttare indiscriminatamente le proprie possibilità per un progresso senza ragione e controllo (si veda ad esempio la costruzione della torre di Babele, Gen 11). Il lavoro, nato per il benessere dell’uomo e quindi cosa buona, è anche cagione della sua rovina, quando privo di regole e illimitato.

Molte sono le consonanze con la violenza dell’odierno mondo del lavoro: contratti iniqui, sfruttamento, precariato e disoccupazione a livelli inaccettabili, tutto ciò in nome di quell’ eldorado chiamato crescita. Come l’uomo può godere del proprio operato e sentirsi legato al proprio mestiere, ed essere quindi felice nel svolgerlo?

 Allo stesso tempo però si nota anche un’incapacità del mondo della scuola e di tutte le agenzie educative di dare ai ragazzi una formazione a un livello più profondo di quello delle semplici competenze, di educare insomma alla felicità: Amedeo Cencini ricorda che «se non formiamo persone in grado di godere delle loro scelte […], in grado di amare quello che fanno e goderne, la formazione è debole e costruita sulla sabbia». Il risultato è un mondo giovanile (e non solo) che molte volte vede svilupparsi un approccio negativo al lavoro, e che va alla ricerca di una felicità effimera e di una realizzazione che non passa più per la costruzione di un profilo lavorativo solido, ma per altro.

In conclusione, dopo quasi quarant’anni, forse ha ancora ragione il perito chimico quando parlando  con Faussone osserva: «Se si escludono istanti prodigiosi e singoli […] l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che pochi conoscono».

About Luca Mazzocchetti (19 Articles)
Nato il 2 luglio del 1985. Studia Lettere moderne all'Università "G. D'Annunzio"di Chieti e poi Didattica dell'italiano come L2 e LS presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere nella sede di Pescara della stessa Università. Ora alla Scuola vaticana di biblioteconomia. Docente di Metodologia presso l'ISSR "G. Toniolo" di Pescara e direttore della biblioteca "Carlo Maria Martini" dell'Arcidiocesi di Pescara - Penne.