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“Oggi Lutero si stupirebbe di non essere scomunicato e riformerebbe la società”

"Oggi Lutero - osserva Ricca - sarebbe un fautore dell’ecumenismo e si stupirebbe della divisione della Chiesa ancora oggi, dopo cinque secoli. Lui vedrebbe nell’ecumenismo la riforma del ventunesimo secolo. Questo diventare ecumenici, cioè la pienezza della cristianità, si realizza unicamente là dove ogni Chiesa riconosce che per essere Chiesa, ha bisogno dell’altra che gli sta accanto"

Lo ha affermato martedì a Pescara il teologo valdese Paolo Ricca, intervenendo alla conferenza dal titolo “Che cosa riformerebbe oggi Lutero?”

Il teologo valdese Paolo Ricca

«Oggi Lutero sarebbe un fautore dell’ecumenismo e si stupirebbe della divisione della Chiesa ancora oggi, dopo cinque secoli. Lui vedrebbe nell’ecumenismo la riforma del ventunesimo secolo». Lo ha affermato martedì sera il teologo valdese Paolo Ricca, intervenendo nella sala consiliare del Comune di Pescara come relatore della conferenza dal titolo “Che cosa riformerebbe oggi Lutero?”.

Don Achille Villanucci, direttore dell’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo

Un appuntamento inserito nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si è conclusa ieri sera con il vespro ortodosso che avrà luogo nella parrocchia ortodossa-rumena dei Santi Simeone e Anna in via Caduti per servizio a Pescara: «È importante che certi argomenti vengano affrontati nella sala consiliare – premette don Achille Villanucci, direttore dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo -. Del resto, il quinto centenario della riforma protestante non è un argomento chiesastico da affrontare nelle sacrestie. Ha una valenza culturale notevole e, proprio per questo, abbiamo presentato questa conferenza – organizzata dall’arcidiocesi di Pescara-Penne – come dono per la cittadinanza».

Dunque Paolo Ricca, attraverso la sua riflessione, ha immaginato quale sarebbe stato l’agire di Martin Lutero oggi, se fosse stato un nostro contemporaneo: «Attuare la riforma della Chiesa nella cristianità – spiega il teologo valdese -, significa che ogni Chiesa deve diventare ecumenica. Ma la Chiesa tutta deve diventare ecumenica e questo vuol dire che io non posso più essere Chiesa da sola senza le altre, senza le cosiddette Chiese sorelle. Per riprendere il discorso dell’apostolo Paolo nel capitolo 12 della lettera ai Corinzi sul corpo di Cristo, dove dice “L’occhio non può dire alla mano ‘Non ho bisogno di te’, la testa non può dire ai piedi ‘Non ho bisogno di voi’”. Così è nel corpo di Cristo. Una Chiesa non può dire all’altra “Non ho bisogno di te”, ma “Ho bisogno di te”. Questo diventare ecumenici, cioè la pienezza della cristianità, si realizza unicamente là dove ogni Chiesa riconosce che per essere Chiesa, ha bisogno dell’altra che gli sta accanto».

Ma comunque dal tempo della riforma protestante ad oggi molte cose sono cambiate e lo stesso Lutero, di questi tempi, avrebbe potuto ricredersi: «Oggi Lutero non riformerebbe nulla – osserva Ricca -, perché il Concilio Vaticano II ha sostanzialmente realizzato e attuato la riforma alla quale Lutero aspirava. Personalmente, non penso che lui sarebbe d’accordo su questa risposta, però è sicuro che Lutero si stupirebbe e si rallegrerebbe vedendo che tante affermazioni sue, e di altri riformatori del XVI secolo allora condannate come eretiche e quindi bandite dal discorso della Chiesa cattolica romana, oggi sono state accolte sia pure in una forma che qualcuno potrebbe definire addomesticata o normalizzata – secondo la sintesi teologica cattolica -, ma in qualunque forma sono state accolte nei più importanti documenti del Concilio Vaticano II. Lo scomunicato Lutero oggi si stupirebbe di non essere più scomunicato».

Successivamente, il teologo ha ricordato questi punti a partire dall’idea stessa di riforma: «Quelli che conoscono la storia della teologia e della teologia cattolica – sottolinea Ricca – sanno che il concetto di riforma era tabù e non veniva adoperato. Il grande storico cattolico Boris Ulianich, scrivendo un profilo di Papa Giovanni XXIII per la Rai aveva usato il termine riforma, ma l’azienda televisiva mostrò il testo alla Curia romana la quale fece sapere di sostituirlo con il termine rinnovamento. Ulianich aveva poi risposto che se avessero cancellato quella parola, avrebbero dovuto cancellare anche il suo nome. E così fu. La Curia romana non voleva che, in rapporto a un Papa, ci fosse l’idea di aver portato una riforma. Invece il Vaticano II non soltanto ha parlato di una riforma, ma ha parlato di una riforma perpetua perché la Chiesa – in quanto istituzione umana e pellegrina – ha sempre bisogno di riforma».

Il secondo punto è la rivalutazione della Parola di Dio nella diffusione della Bibbia messa in mano ai laici: «Questa è stata una novità assoluta – ricorda il teologo valdese -. Prima bisognava chiedere il permesso al vescovo per avere la Bibbia e la messa era tutta concentrata sul momento eucaristico. Adesso nel documento sulla sacra liturgia si parla delle due mense, la mensa eucaristica e la mensa della Parola di Dio e il fedele cattolico si alimenta, per la sua fede, sia del pane eucaristico che del pane della Parola di Dio. Questa importanza data alla Parola è il cuore della riforma, che è nata da lì ed è vissuta e vive ancora del fatto che la Parola di Dio è centrale nella vita della fede e della Chiesa».

Altro aspetto importante, riconosciuto dal Concilio Vaticano II, l’adorazione nella lingua del popolo nella messa: «Quello che Lutero ha fatto nel 1525 – racconta Ricca -, quando ha scritto la messa in tedesco. E ancora, la Chiesa vista come popolo di Dio, come comunità di uomini e donne che credono in Cristo e soltanto in un secondo momento, vista come struttura e istituzione gerarchica. Il riferimento è alla Lumen Gentium, nella quale il popolo di Dio precede la costruzione gerarchica della Chiesa. Questa insistenza sulla Chiesa come assemblea cristiana di uomini e donne è tipica della riforma. La stessa nozione di Chiesa mistero, che si trova nella Lumen Gentium, è molto vicina all’idea tipica di Lutero che parlava della Chiesa nascosta, definendo la Chiesa come un’assemblea dei cuori. Il cuore non lo vedi, vedi il corpo. Solo Dio vede i cuori, solo Dio vede la Chiesa nascosta che i nostri occhi non riescono a vedere. Quindi l’idea della Chiesa mistero e l’idea della Chiesa nascosta sono parenti, sono vicine, rispondono a uno stesso modo di vedere la Chiesa».

Ma la chiave di volta della dottrina protestante in parte riconosciuta, dal Concilio Vaticano II, è il sacerdozio comune dei fedeli: «Il laico – approfondisce il teologo protestante – è un sacerdote anch’egli e questo rappresenta una rivoluzione. Il Concilio lo inquadra in una forma subordinata al sacerdozio ministeriale, però l’idea fondamentale del laico come sacerdote è un’idea straordinaria, rivoluzionaria».

E ancora il tema della collegialità: «La collegialità episcopale – precisa Paolo Ricca – che doveva bilanciare il primato papale pronunciato nel dogma del Concilio Vaticano II. Questa collegialità era un’idea fondamentale della dottrina di Calvino, altro grande riformatore della Chiesa. La Chiesa, secondo lui, è tutta collegiale e la sinodalità – che non è propriamente un tema del Concilio, ma che vedo essere un tema che circola sempre più frequentemente nel mondo cattolico odierno – che è la forma fondamentale della comprensione della Chiesa nella riforma. La Chiesa è sinodale».

Quindi il tema della libertà religiosa: «Mai la Chiesa cattolica – afferma Paolo Ricca – si era pronunciata sulla libertà religiosa per tutti, aveva sempre rivendicato la libertà religiosa per sé, ma non per gli altri. Il Vaticano II ha invece affermato la libertà religiosa come esigenza umana generale». Infine, l’aspetto della coscienza: «Che è una delle affermazioni centrali della riforma – continua il teologo valdese -. Tutta la storia del Protestantesimo è una storia in cui si è approfondito e precisato questa realtà della coscienza singola e personale, mentre il Concilio ha una frase nel documento Gaudium et spes che definisce la coscienza come il nucleo più segreto e sacrario dell’uomo, dove si trova solo con Dio la cui voce risuona nelle sua intimità. Proprio la definizione che qualunque protestante sottoscriverebbe a quattro mani».

Dunque, questi sono i punti conciliari che hanno avvicinato la Chiesa cattolica e quella protestante, ma il teologo Paolo Ricca ha voluto dare anche una seconda risposta su cosa riformerebbe Lutero oggi: «In questo momento – replica il teologo, mettendosi nei panni dell’autore della riforma protestante – la priorità non è più la riforma della Chiesa, ma la riforma della società. Non perché la Chiesa non ne abbia più bisogno, ma perché la società ne ha bisogno ancora di più di quanto ne abbia bisogno la Chiesa. Così un redivivo Martin Lutero, oggi, forse si dedicherebbe alla riforma della società».

Lo farebbe, a detta del teologo protestante, ponendo delle domande all’Europa secolarizzata di oggi: «Ad esempio – afferma – potrebbe domandare se la diffusa emancipazione da Dio, fuori dall’orizzonte della maggioranza degli europei, abbia davvero generato un’umanità migliore, più libera, più generosa, più solidale e più fraterna, perché questa era l’idea. Dio è stato visto come una sanguisuga che assorbe tante energie positive per l’umanità. E allora, togliendo questa sanguisuga, tutte queste energie positive sarebbero dovute tornare nel circolo dei rapporti umani, migliorando l’umanità. Allora Lutero porrebbe la domanda “È successo davvero così? È davvero migliorata l’umanità emancipata da Dio, rispetto a quella che continua a riconoscere l’identità di Dio?”. Oppure un’altra domanda che Lutero avrebbe potuto porre, è se davvero una comunità, un popolo, una società possa sussistere senza fede. E qui la domanda non sarebbe più se fede sì o fede no, ma quale fede? Ancora, un altro quesito potrebbe essere se l’abbandono generalizzato di quello che è stato chiamato il grande codice della cultura occidentale, l’ignoranza generalizzata e diffusa della Bibbia sia proprio un guadagno o non sia, al contrario, un deficit, una pura perdita sul piano culturale, spirituale e religioso. E poi la diffusa crisi morale che si manifesta attraverso la corruzione oggi viene considerata normale, parte integrante del sistema che non funziona se non c’è la corruzione, siamo arrivati a questo punto».

Tante domande, a cui Ricca ha cercato di rispondere formulando un’altra domanda: «Una situazione del genere – s’interroga -, non potrebbe dipendere dal fatto che è venuto a mancare il fondamento religioso della morale, che non viene più vissuta e praticata come imperativo categorico, cioè l’imperativo di un assoluto che è Dio, ma come scelta opzionale “Se ti conviene sì, altrimenti no”?».

A questo punto, è stato il teologo valdese stesso a rispondere su come Lutero potrebbe riformare oggi e lo ha fatto, proponendo una riforma in quattro ambiti. Il primo è quello della fede: «La riforma del XVI secolo – osserva Paolo Ricca -, che la si giudichi positivamente o negativamente, è nata da una grande passione, da un grande innamoramento per il Dio della Bibbia contro il Dio della Scolastica. In fin dei conti, la grande contesa è poi sfociata nella divisione della Chiesa d’Occidente tra Cattolicesimo e Protestantesimo. La riforma del XVI secolo è stata una riforma della fede, proprio perché ha posto in primo piano la questione di Dio. Qual è il Dio nel quale credi? Questa è stata la domanda intorno alla quale la coscienza cristiana occidentale si è divisa. “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza”. Lutero oggi chiederebbe “Ami veramente Dio in quanto Dio?”. Oggi siamo continuamente invitati, anche nelle Chiese, ad amare Dio nel prossimo, nei profughi, nei migranti, negli ultimi. Va bene, nulla da obiettare, si può e si deve amare Dio così nel prossimo, ma non solo così. Si può e si deve amare Dio in quanto Dio. Riformare la fede, oggi, significa riaccendere l’amore per Dio in quanto Dio».

Il secondo ambito di riforma è quello del credo, della formulazione della fede: «La riforma del XVI secolo – sottolinea il teologo protestante – ha accolto senza modificare nulla le grandi confessioni di fede della Chiesa antica, il Credo apostolico e il Credo niceno-costantinopolitano – il cosiddetto Credo ecumenico. La riforma li ha accettati, commentati e predicati dalla A alla Z senza modificare nulla. Ma oggi ritengo che dovrebbero esserci delle importanti modifiche. Ne indico quattro. In tutto il Credo, sia in quello apostolico che in quello niceno-costantinopolitano, non compare mai la parola amore. È un po’ strano, perché la prima cosa da dire come cristiani su Dio è che è amore. Qualcuno dirà che Dio come amore è sottinteso, perché l’atto della creazione è un atto d’amore, l’atto dell’incarnazione è un atto d’amore. Tutto è un atto d’amore, ma io non credo che in una confessione di fede in cui tu dichiari l’identità del Dio che confessi, questa parola amore possa essere sottintesa. Secondo me deve essere dichiarata, deve essere espressa chiaramente. Basterebbe questo per confessare la fede cristiana in Dio, ma proprio questa parola chiave manca».

Il pubblico intervenuto nella sala consiliare del Comune di Pescara

A detta di Ricca, inoltre, manca completamente un riferimento a Israele, al popolo ebraico: «Nel Credo apostolico è totalmente assente – constata – e nel niceno-costantinopolitano c’è soltanto un accenno quando parla dello Spirito Santo, ovvero quando dice che “ha parlato per mezzo dei profeti”, ma è assolutamente insufficiente. Manca l’essenziale, ovvero che il popolo d’Israele è il popolo di Dio. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma questo nel Credo non c’è. C’è l’albero, ma non c’è la radice e l’albero senza radice non sta in piedi».

Ma la lacuna più vistosa, secondo il teologo protestante, è ancora un’altra: «A proposito di Gesù – denota Ricca – il Credo dice “nacque da Maria vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto”. Parla della nascita e della morte di Gesù, ma non c’è una sola parola sulla sua vita. Dopo essere nato, e prima di morire, Gesù ha vissuto, ha predicato, ha insegnato, ha guarito, ha perdonato. I quattro vangeli sono stati scritti proprio per raccontare la vita di Gesù, perché la sua è stata una vita esemplare. Non è soltanto la vita che spiega la morte, ma è la vita t’insegna a vivere. L’umanità di Gesù, la vita di Gesù descrive la sua umanità che è, a sua volta, lo specchio nel quale l’uomo può recuperare la sua umanità perduta. Oggi noi viviamo in un tempo in cui la disumanità trionfa, dilaga, ed è fondamentale la vita di Gesù attraverso cui noi possiamo reimparare l’umanità che non abbiamo più, che abbiamo perduto. Quindi è tanto più indispensabile che la vita di Gesù venga menzionata nel Credo. Non si può confessare la fede cristiana senza parlare della vita di Gesù».

Il terzo ambito da riformare, è invece quello della morale: «I cristiani – propone Paolo Ricca – devono saper creare dei nuovi decaloghi, non perché quello di Mosè sia superato, ma perché ci sono tutta una serie di problemi che non possono essere affrontati e risolti in senso cristiano semplicemente con il decalogo di Mosè. Per cui abbiamo bisogno di nuovi decaloghi per affrontare tutta una serie di questione che conoscete benissimo, sessualità, omosessualità, coppie di fatto, convivenze civili senza matrimonio, testamento biologico, fine vita, procreazione assistita, maternità surrogata Tutta una serie di questioni totalmente nuove che mai si erano poste davanti alla coscienza cristiana e per le quali è effettivamente complicato trovare una risposta adeguata. Ecco perché abbiamo bisogno di nuovi decaloghi, dove la novità è certamente creata dall’esigenza di affrontare temi nuovi, problemi nuovi, ma la novità è anche data dal fatto che questi nuovi decaloghi dovremmo scriverli insieme, dovrebbero essere dei decaloghi comuni a tutti i cristiani. Dovrebbero essere dei decaloghi ecumenici, dove ecumenici vuol dire che dobbiamo dire tutti la stessa cosa. Possiamo anche divergere su alcuni punti, ma convergere su altri. E questi decaloghi dovrebbero essere abbastanza ampi da contenere sia ciò che possiamo dire insieme, perché lo condividiamo tutti come cristiani, sia le legittime e comprensibili differenze che possono esserci su questo o altro aspetto del problema».

Infine, secondo Paolo Ricca, un Lutero del XXI secolo sarebbe stupito di dover constatare che esiste una Chiesa che porta il suo nome, la Chiesa evangelica-luterana: «Lutero sarebbe scandalizzato – presuppone Ricca -, perché lui aveva esortato i suoi seguaci, i suoi discepoli e i suoi amici a non chiamarsi luterani “Chiamatevi cristiani se credete di esserlo”. Questo significa che Lutero non era un luterano, cioè non è un teologo che possa essere accaparrato da una Chiesa, da una tradizione, da una confessione. Lutero non ha mai ragionato in termini confessionali, non è mai uscito dalla Chiesa che lo aveva scomunicato. Non è mai entrato nell’ottica di uno che è fuori dalla Chiesa, mai. E quando parlava della Chiesa, lui adoperava molto volentieri la categoria della cristianità, di tutti quelli che credono in Cristo dovunque sono. Dove c’è la fede, c’è la Chiesa. Non entra nelle logica delle confessioni, è un pensiero, una teologia, una proposta intimamente ecumenica per tutta la cristianità».

About Davide De Amicis (2705 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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