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“I popoli hanno il diritto sacrosanto di attraversare il Mediterraneo”

"Non possiamo continuare ad affermare un cattolicesimo fatto di merletti e candelabri - accusa Padre Albanese -, di persone a mani giunte e collo storto che girovagano a destra e a manca, alla ricerca di santuari e madonne che piangono e poi quelle stesse persone, quando si trovano di fronte a questi fratelli e a queste sorelle che vengono da lontano affermano - con arroganza peccaminosa - la loro superiorità. Questa è la negazione del Vangelo ed è un peccato mortale che va denunciato"

Lo ha affermato sabato Padre Giulio Albanese, giornalista e missionario comboniano, intervenendo alla tredicesima Marcia per la pace di Spoltore

La Marcia per la pace a Spoltore

Luciano Di Lorito, sindaco di Spoltore

Oltre un migliaio di persone, sabato sera, hanno sfilato attraverso i vicoli del centro storico di Spoltore partecipando alla tredicesima edizione della Marcia per la pace, organizzata dalla Caritas diocesana di Pescara-Penne con l’amministrazione comunale, dal titolo “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”, tratto dal messaggio per la Giornata mondiale della Pace di Papa Francesco. Un appuntamento voluto fortemente dalla comunità spoltorese: «Siamo convinti di stare qui, partecipare e ospitare a questa bellissima marcia – esordisce il sindaco Luciano Di Lorito -, soprattutto per il tema. Come amministrazione comunale, abbiamo iniziato da sei mesi a seguire un percorso di accoglienza in cui crediamo. E crediamo che se tutti noi faremo la nostra piccola parte, sicuramente daremo un grande contributo alle persone che vivono una difficoltà. Noi abbiamo il diritto e il dovere di dare accoglienza e aiutare quelli che sono indietro».

Pierre

Tra i tanti uomini e donne in cerca di pace, che hanno partecipato offrendo la loro testimonianza sul perché fuggire dal proprio Paese per cambiare vita, spiccava la testimonianza del giovane congolese Pierre: «Dicono che in Africa ci sono guerra e povertà – osserva -. In Africa c’è la guerra, ma gli africani non la vogliono. Sono gli altri continenti a farla, da noi non c’è una fabbrica di armi, però c’è la guerra». Un’accusa che accende un faro sullo sfruttamento delle risorse africane: «L’Africa – denuncia – è un continente ricco, in Congo c’è l’80% delle riserve mondiali di coltan – con cui vengono costruiti smartphone e pc -, ma la popolazione è povera perché le miniere servono gli altri continenti».

Le autorità durante la marcia

Ma oltre che dallo sfruttamento e dalla schiavitù, c’è anche ci fugge dalle persecuzioni religiose: «Sono Mohamed, ho 18 anni e vengo dal Gambia – racconta -. Sono dovuto venire in Italia, perché avevo molti problemi nel mio Paese. Mio padre è di religione ahmadiyyauna corrente islamica non riconosciuta in Gambia che, nel 2015, l’ha dichiarata non veramentre mia madre era sunnita, una corrente riconosciuta. Così dicevano a mio padre che per sposare mia madre sarebbe dovuto diventare sunnita, altrimenti doveva lasciarla. Gli abitanti del mio villaggio non gli permettevano neanche di prendere l’acqua al pozzo, in quanto non era considerato un vero musulmano. In seguito è stato minacciato di morte e ha deciso di fuggire in Sudafrica. Io ho aderito alla stessa corrente musulmana di mio padre e poteva ripetersi lo stesso pericolo. Mia madre mi ha protetto finché ha potuto, ma dopo la sua morte io e mio fratello abbiamo deciso di fuggire in Europa, sperando che la mia vita potesse migliorare. In Africa non riuscivo a trovare un lavoro, ma in Europa speravo di farcela per vivere bene».

I partecipanti ascoltano le testimonianze

Tra il dire e il fare un viaggio difficilissimo, nel cuore del continente africano, per raggiungere le coste libiche tra soprusi e violenze subite: «In Libia siamo rimasti per un anno – racconta Mohamed -, è stata la parte più difficile del viaggio. Ho avuto paura, c’era la guerra e giravano tutti armati. Ci hanno portati in un campo, dove ci picchiavano – con il calcio delle pistole o dei fucili – se ci lamentavamo per la mancanza di cibo. Hanno sparato alle gambe di alcune persone che vivevano con me. Poi ci hanno portato sulla costa, dove ci hanno preso gli ultimi solidi rimasti, e lì sono rimasto per due mesi in attesa del bel tempo per partire con il barcone. Non ci facevano mangiare e ci picchiavano ad ogni lamento. Mio fratello hanno deciso di farlo partire due giorni di prima e per un anno e mezzo non l’ho più sentito. Pochi giorni fa ci sono riuscito, scoprendo che era in Senegal perché non era mai partito venendo arrestato in Libia, dov’è stato in prigione per un anno. Io sono partito, attraversare il male è stato difficile, il barcone era pieno e sono morte molte persone. Non ho mangiato né bevuto per tutta la durata del viaggio, fin quando la Guardia costiera italiana ci ha salvato».

La maggior parte dei migranti, dunque, scappano da guerre e persecuzioni per realizzare il proprio sogno di vita, come Shukri: «Ho 23 anni – racconta -, vengo dalla Somalia e sono arrivata in Italia il 20 settembre 2016. Ho lasciato il mio Paese per problemi sul territorio, che hanno toccato la mia vita e spero di dimenticare. Sto studiando la lingua italiana e un giorno mi piacerebbe studiare per diventare un’infermiera. Vorrei lavorare per aiutare la mia famiglia e avere un buon futuro».

C’è poi chi in Somalia spera di poter tornare, come Sarah: «Nel mio Paese c’era tutto, negozi, scuole, il mare e pozzi per prendere l’acqua. Poi sono arrivati i terroristi e tutti i giorni aggredivano le persone senza motivo, così la mia vita è cambiata. Ho visto morire persone a me vicine e così ho lasciato la mia amata terra, dove spero di tornare perché lì ci sono i miei genitori, mio fratello, la mia famiglia che avrei voluto portare via con me. Ho paura per loro».

Debora

E l’accoglienza in Italia va anche oltre l’ordinaria assistenza della Caritas e delle ong, vedendo protagoniste anche molte famiglie: «Io e il mio compagno Luigi – spiega Debora -, circa un anno fa, lavoravamo tanto, ci dedicavamo alla nostra famiglia e al nostro bimbo. Però ci mancava qualcosa, mancava altro nella nostra famiglia. Entrambi siamo a Pescara per lavoro e non abbiamo parenti vicino. Un giorno, il caso ha voluto che vedessimo affisso il manifesto del mese dell’affido del Comune di Pescara, così abbiamo frequentato il corso di formazione per aprire la nostra famiglia all’accoglienza dell’altro. Al termine del percorso formativo, gli assistenti sociali e gli psicologi ci hanno chiesto di affiancare una formata da una madre, Evelin, e da suo figlio di due anni Michael. Abbiamo imparato, piano piano, a conoscerci, a frequentarci, a uscire insieme e a tenere il piccolo quando Evelin lavora. Pensavamo di dare qualcosa a qualcuno meno fortunato e, invece, abbiamo ricevuto tanto. Michael è un bambino che non sa fare capricci, i nostri figli non sono mai contenti, a lui basta un pezzo di pane per essere felice. Evelin fa di tutto per essere una madre meravigliosa, ha bisogno di calore, di una famiglia, di qualcuno che gli stia vicino. Siamo davvero felici di aver fatto questa esperienza e invitiamo tutti a non avere diffidenza verso l’altro, lo straniero. Apriamo le nostre porte, apriamo la porta del cuore e riceveremo più di quello che abbiamo dato».

Il momento conclusivo, nel Convento di Spoltore

Testimonianze che hanno stimolato la riflessione del missionario e giornalista comboniano Padre Giulio Albanese che, al termine della Marcia per la pace, è intervenuto nella suggestiva cornice del Convento di Spoltore: «Non si tratta di essere di sinistra, di centro o di destra – afferma -. Dobbiamo mettercela tutta per incontrarci all’appuntamento del dare e del ricevere, perché abbiamo un destino comune. E allora la presenza di tanti fratelli e sorelle che vengono da Paesi come Somalia, Gambia, Congo, Nigeria e altre realtà distanti anni luce dal nostro immaginario, ci fa capire che dobbiamo vincere la tentazione di sempre, la globalizzazione dell’indifferenza, e affermare la globalizzazione della solidarietà. È una sfida che ha soprattutto una valenza culturale. Se oggi viviamo in un mondo lacerato in cui gli egoismi, i provincialismi, i regionalismi e i nazionalismi prendono il sopravvento, è perché come cristiani non abbiamo capito il vero senso e significato della pace, così come ci viene insegnata dal magistero della Chiesa. Biblicamente parlando la parola pace, come dicevano don Lorenzo Milani e don Tonino Bello, significa convivialità delle differenze non solo perché differenti, ma benché differenti. Perché le diversità, cristianamente parlando, sono un arricchimento, una grazia».

Partendo da questo presupposto, è importante rileggere le testimonianze dei migranti presenti: «Se riflettiamo con le parole annunciate dai nostri fratelli e sorelle africani – osserva Padre Albanese -,  il senso è di affermare la globalizzazione dei diritti. Noi occidentali abbiamo avuto il merito, o il demerito, di inventare la globalizzazione dei mercati. Questo ha innescato il volano della crescita, della sviluppo – attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca – ma non possiamo solo pensare al Dio quattrino e al business. Come credenti, dobbiamo anche credere a una giustizia che non può prescindere dalle disuguaglianze, dal fatto che viviamo in un mondo ingiusto in cui, come diceva Paolo VI, “A vertici di progresso mai raggiunti prima, si associano abissi di perplessità e solitudine anch’essi senza precedenti”».

A questo punto, il missionario e giornalista ha voluto superare un luogo comune: «Le Afriche – afferma – non sono povere, ma impoverite. Sono più i denari che i popoli delle Afriche mandano in Europa, nel Nord del mondo riversandoli su altre potenze, rispetto ai denari che noi ricchi epuloni pensiamo di erogare nei confronti di quella che definiamo un’umanità dolente. Per chi opera nel mondo della cooperazione, penso agli amici delle ong, delle onlus, dei gruppi missionari, di aggregazioni religiose e sacerdoti missionari, il rischio è quello di veicolare un’immagine becera delle Afriche, all’insegna di una carità penosa, e questo fa sì che dobbiamo sempre, e comunque sentirci benefattori nei confronti di questi nostri fratelli. Ma loro, che vengono da terre geograficamente lontane, non sanno che farsene della nostra beneficenza. Loro chiedono il riconoscimento di una dignità che spesso viene disconosciuta, perché sono molto più i denari che loro danno a noi, di quelli che noi ricchi epuloni eroghiamo a loro».

Padre Giulio Albanese, missionario e giornalista comboniano

E qui Padre Giulio Albanese, chiama in causa un certo modo di fare comunicazione: «Spesso – denuncia il missionario – serve a commuovere l’audience, “Facciamo vedere i bambini che muoiono di fame, così la gente – istintivamente – mette mano al portafoglio e si sente con la coscienza a posto, perché ha sparato qualche raffica di sms”. Amici, quando spariamo qualche sms per acquietarci la coscienza, in quell’istante dalle Afriche ce ne restituiscono dieci volte tanto».

Le ragioni di questo sono molteplici: «C’è la questione del debito – approfondisce Padre Giulio Albanese -, perché noi viviamo in un mondo in cui i meccanismi che regolano l’economia mondiale sono all’insegna dell’usura. C’è il problema dello sfruttamento delle materie prime. Pierre viene dal Congo e prima ha parlato del coltan, che è il simbolo del paradosso. Una ricchezza che potrebbe essere espressione del benessere, che si è trasformata in un’autentica maledizione. Il coltan, in italiano rotilio, è composto da una lega naturale di columbio e tantalio. Il columbio è il miglior conduttore al mondo, mentre il tantalio viene utilizzato per realizzare la componentistica interna dei nostri gadget (dai computer, ai tablet, passando per le automobili). Il tantalio viene usato anche a livello militare, al posto dell’uranio impoverito. Noi siamo qui per stigmatizzare l’inganno e la menzogna. Sarà mai possibile che dalle Afriche dobbiamo assistere a questo fiume di umanità dolente quando, in fondo, ci sarebbero tutte le condizioni perché ci fosse davvero il benessere?».

Anche la Somalia è ricca, ricca di petrolio: «Una quantità smisurata – ricorda il missionario comboniano – e noi dobbiamo assistere al lamento al lamento di queste ragazze, che fuggono dal loro Paese perché lì c’è la guerra civile. La guerra in Somalia si combatte per il Dio denaro, per il controllo delle materie prime e tutto questo grida vendetta al cospetto di Dio». Insomma, le guerre in Africa non si combattono per motivi etnici: «Dietro – rivela il giornalista comboniano – si celano gli interessi delle multinazionali che vogliono, sempre e comunque, la massimizzazione dei profitti».

Una globalizzazione dei mercati che innesca il fenomeno migratorio: «Il fatto che in Libia – sottolinea Albanese – ci siano popoli che chiedono di passare le acque del Mare nostrum, o mare monstrum, questo è un loro diritto sacrosanto e uno non può accostarsi ai santi misteri, alla celebrazione dell’eucaristia e pretendere la comunione, se nega questa verità. Essere cattolici significa affermare una fratellanza universale. Non possiamo continuare ad affermare un cattolicesimo fatto di merletti e candelabri, di persone a mani giunte e collo storto che girovagano a destra e a manca, alla ricerca di santuari e madonne che piangono e poi quelle stesse persone, quando si trovano di fronte a questi fratelli e a queste sorelle che vengono da lontano affermano – con arroganza peccaminosa – la loro superiorità. Questa è la negazione del Vangelo ed è un peccato mortale che va denunciato. E nessuno di noi, da questo punto di vista, può ostentare superiorità perché a volte noi cattolici siamo molto bravi a parlare bene, ma spesso il nostro agire è di segno contrario. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Quello che chiediamo al Signore, è la capacità di discernimento per capire che – in fondo – i problemi del Sud del mondo sono i nostri problemi. Essere credenti oggi, significa davvero affermare il primato del buon senso, grazie all’azione dello Spirito Santo perché noi da soli non possiamo farcela, ma crediamo davvero che nostro Signore è capace di scrivere dritto sulle righe storte, che la nostra storia è storia di salvezza, che essere credenti significa affermare il riconoscimento di un’antropologia che vada al di là dei particolarismi».

Padre Giulio Albanese ha poi smontato un’altra teoria – diffusa in certi ambienti cattolici – secondo la quale bisogna preoccuparsi prima di salvare il Cristianesimo e la cristianità: «Per il fatto di essere battezzati – ammonisce – non siamo superiori degli altri. A noi viene chiesto di testimoniare il Vangelo ma, come diceva l’apostolo Paolo, è nella debolezza che si manifesta la potenza del Signore. Allora, quello che chiedo al Signore è di porci davvero in un atteggiamento di fronte a queste nostre sorelle e a questi nostri fratelli, che non sono venuti qui in Italia a rubarci il lavoro. Anche perché, lasciatemelo dire, contrariamente alle idiozie che vengono veicolate da una certa informazione, noi non stiamo assistendo a un’invasione. Pochi mesi fa sono stato in Uganda, un Paese che ha la stessa superficie dell’Italia escludendo Sicilia e Sardegna, e sulla base dei dati Onu nel 2017 l’Uganda ha ospitato un milione di profughi. La vicina Etiopia, invece, ne ha ospitati 500 mila. Nel nostro Paese, la malafede di chi fa informazione è che queste notizie non vengono veicolate. Guai ad essere mercenari della parola, perché il compito dei giornalisti è dare voce a chi non ha voce».

Da qui anche la responsabilità che è in capo a tutta la comunità cristiana: «Dobbiamo aiutare la nostra gente a ragionare – esorta Padre Giulio Albanese -. Essere cristiani, essere credenti, significa fare l’esatto contrario di chi vuol mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi. Facciamo tesoro della parole del premio Nobel Martin Luther King “Non dobbiamo avere paura delle parole dei satrapi, dobbiamo temere il silenzio degli onesti”. Guai ad essere così».

L’intervento di Mustafà Batrami, imam della comunità islamica di Teramo

Dopo Padre Giulio Albanese, è intervenuto l’imam della comunità islamica di Teramo: «Preghiamo per la pace – invita Mustafà Batrami -, facciamo tutto il possibile per aiutarci a vicenda, per conoscerci. Mi viene in mento un passaggio del Corano “Fa parte dei segni del Signore, della saggezza, della grandiosità, dell’immensa potenza del Signore la diversità dei vostri idiomi, le vostre lingue, il colore della vostra pelle”. Tutto questo, per dirvi che siamo creature dello stesso Signore che se ci ha messi su questo pianeta, è perché Lui ha disposto che possiamo viverci e conviverci in pace».

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

Ha chiuso l’evento il messaggio di speranza pronunciato dall’arcivescovo di Pescara-Penne, monsignor Tommaso Valentinetti: «Il 25 gennaio – racconta – sono stato in udienza da Papa Francesco con i parenti delle vittime di Rigopiano. Lui ha detto “Preghiamo perché possiamo avere la pace nel cuore”. Pace nel cuore che non significa rassegnazione, perché essa non è un sentimento cristiano. Qualcuno, tempo fa, accompagnando un fratello o una sorella proveniente da questi Paesi ha incontrato una persona, la quale gli ha detto “Sei venuto a portarci la spazzatura?” Davanti a questo, noi non ci rassegniamo e vogliamo portare con fiducia, impegno e decisione la pace del cuore, che sia per tutti coloro che vogliono vivere un’esperienza di pace».

About Davide De Amicis (2556 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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