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“Tocchiamo la vita degli emarginati, ci apriranno la porta del paradiso”

"Tanti lebbrosi del nostro tempo - denuncia l’arcivescovo Valentinetti - possono essere gli immigrati. Anziché fare una manifestazione o gridare al lupo al lupo se muore una ragazza bianca uccisa da uomini di colore, o se un altro uomo bianco ferisce molti uomini di colore, forse è il caso di pensare non solo ai pro e ai contro, ma a come questa umanità ugualmente dolente e sofferente possa incontrarsi, comprendendo che nella casa comune c’è posto per tutti"

Lo ha affermato ieri l’arcivescovo Valentinetti che, nella chiesa di San Luigi Orione a Pescara, ha presieduto la messa nella Giornata mondiale del malato 2018

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, presiede la Santa messa

Nonostante la lebbra sia una malattia debellata, oggi “i lebbrosi” – gli emarginati dalla società – esistono ancora. Lo ha fatto notare ieri l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, presiedendo la Santa messa in occasione della Giornata del malato – concelebrata dal Padre Provinciale della Congregazione orionina don Aurelio Fusi – presso la chiesa di San Luigi Orione a Pescara, riflettendo riflettuto sull’episodio biblico domenicale della guarigione di un lebbroso ad opera di Gesù raccontato dall’evangelista Marco: «La lebbra – ricorda il presule – era una malattia che rendeva immondo il corpo, tanto più che si pensava fosse estremamente contagiosa, ma era anche considerata il segno di una cattiveria, di una bruttura o di una impurità interiore. E il lebbroso lo era sia internamente che esternamente, tanto è vero che doveva essere confinato fuori dall’accampamento – e dalla comunità – e anzi, gli altri dovevano gridare “Impuro, impuro” in modo da far restare a distanza chi voleva avvicinarsi. Dunque, una situazione di emarginazione, di esclusione e, come direbbe Papa Francesco, di scartati nella vita».

Ma il lebbroso, contro ogni prescrizione, si avvicina a Gesù e, inginocchiandosi davanti a lui, pronuncia la frase fatidica “Se vuoi, puoi purificarmi”: «Sapendo bene – precisa monsignor Valentinetti – che la purificazione doveva essere del corpo, ma anche della sua interiorità. Il testo di San Marco dice che Gesù ne ebbe compassione e fece un gesto che non avrebbe mai dovuto fare, allunga una mano e lo tocca. Il lebbroso era intoccabile, ma Gesù non bada a questa prescrizione e lo tocca pronunciando la frase della guarigione “Lo voglio, sii purificato” e dice il testo che la lebbra scomparve».

Ma questo brano biblico ha un significato molto più profondo di questo e l’arcivescovo Valentinetti lo ha approfondito a beneficio dei fedeli presenti: «Ho scoperto – illustra  – che molti manoscritti antichi riportano, al posto dell’espressione “Gesù ne ebbe compassione”, l’espressione “Gesù andò in collera”. Si era arrabbiato con il lebbroso? No, perché lo guarisce, infatti Gesù va in collera con il male non sopportandolo. Ma Gesù va in collera anche con quelle persone secondo le quali il male veniva causato da una colpa interiore. Cioè, Gesù era in collera con una traduzione che aveva sviato completamente la comprensione della malattia e l’idea di cosa significasse vivere l’esperienza della sofferenza quotidiana e, forse, anche dell’esclusione. Così Gesù compie il miracolo, perché vuole cambiare radicalmente la condizione di questo lebbroso e della sua vita interiore. Ecco perché gli dice “Va, mostrati al sacerdote e offri qualcosa per la tua purificazione in quanto, finalmente, non sei più uno scartato, ma sei rientrato nel consesso pieno della comunità”».

Un concetto, quello dell’emarginazione di allora, che l’arcivescovo di Pescara-Penne ha riattualizzato anche all’oggi: «Mi sono posto la domanda “Chi potrebbe essere il lebbroso oggi?”. Certamente, chi porta una malattia sulla sua persona, molte volte, fa l’esperienza dell’essere emarginato e anche qualche fratello – o sorella – in carrozzella qualche volta avrà fatto l’esperienza di essere un emarginato. Io lo sono stato, non perché colpito da una malattia, ma perché accompagnavo un caro amicoun tetraplegico con grosse difficoltà di deambulazione nonché di carattere fisico, ma molto intelligente, furbo, preparato e amante della musica – ai concerti, perché gli piaceva ascoltare la musica dal vivo, e tante volte abbiamo fatto l’esperienza dell’essere collocati in un certo posto della sala, dato che era brutto vedere quella persona che sbavava, ma la realtà era quella».

La chiesa di San Luigi Orione gremita da malati e associazioni di Pastorale sanitaria

Ma, al giorno d’oggi, sono anche altre le categorie di persone che possono essere definite “lebbrose”: «I malati di Aids – osserva l’arcivescovo Valentinetti -, loro sì che fanno l’esperienza dell’essere scartati e dell’essere considerati malati del corpo e dello spirito. Perché sapete, questa malattia viene per un disordine morale che può essere di natura sessuale, o quando si approfitta di alcune sostanze utilizzando aghi infetti. Certo, esistono anche altri modi affinché la malattia si propaghi e Dio non voglia che accada. Ma loro si ritrovano soli, non si sa dove mandarli, dove accoglierli. Noi, non per piaggeria o per presunzione, attraverso la Fondazione Caritas ne accogliamo da 10 a 13 nella Casa famiglia Il samaritano – dove a volte vengono accompagnati anche alla morte e senza la presenza di familiari. Sono loro che, forse, sperimentano l’essere scartati, immondi e impuri, con nessuno che voglia stare con loro».

E c’è un’altra tipologia di persone, al centro delle cronache attuali, che può essere consid: «Tanti lebbrosi del nostro tempo – denuncia l’arcivescovo di Pescara-Penne – possono essere gli immigrati, in quanto si specula sulla loro persona ponendo l’immigrazione al centro di una contesa politica. Chi è pro, chi è contro e si specula su una drammaticità di vita che chi la sperimenta ne soffre».

Da qui il riferimento alla cronaca di questi giorni, relativamente alle violenze commesse a Macerata a danno di sei migranti e, ancor prima, delle giovane Pamela Mastropietro: «Anziché fare una manifestazione o gridare al lupo al lupo se muore una ragazza bianca uccisa da uomini di colore, o se un altro uomo bianco ferisce molti uomini di colore – esorta il presule -, forse è il caso di pensare non solo ai pro e ai contro, ma a come questa umanità ugualmente dolente e sofferente possa incontrarsi, comprendendo che nella casa comune c’è posto per tutti. Ma la politica a cui stiamo assistendo, nel grande siparietto che prepara le elezioni, non si occupa di queste cose se non per specularci sopra e non si occupa di pensioni, sanità, integrazione, di grandi problemi vitali come il debito che stiamo accumulando potentemente sulle spalle della nostra nazione».

Una riflessione da cui è scaturita la preghiera finale: «Voglio chiedere al Signore – afferma monsignor Tommaso Valentinetti -, per voi e per me, che ci purifichi, che purifichi le nostre intenzioni, la nostra mente, le nostre azioni, la nostra interiorità e tutto ciò che ci sta più a cuore nella vita così da essere uomini e donne nuovi. Perché sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa, la facciate per la gloria di Dio. E sono sicuro, cari fratelli e care sorelle, che se avremo il coraggio di “toccare un lebbroso” – ovvero di partecipare alla sua vita in qualche modo, qualunque sia questa persona che porti sul suo corpo i segni dell’emarginazione, dello scarto e dell’intoccabilità se lo tocchiamo quando andremo in paradiso, se ci andremo, saranno loro che ci apriranno la porta».

About Davide De Amicis (2747 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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