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La parabola del “giudice nero” Cristini, da Guardiagrele al Tribunale di Mussolini

«Il tribunale speciale e la presidenza di Guido Cristini 1928-1932» è il titolo del libro del giornalista e scrittore abruzzese Pablo Dell’Osa. Il libro racconta la storia di un abruzzese, Guido Cristini, nato a Guardiagrele e morto a Chieti nel 1979 all’età di 84 anni. Cristini fu presidente del Tribunale speciale dal 1928 al 1932; è stato uno dei nomi più temuti dagli oppositori del fascismo e nel giudizio contro i gerarchi, dopo la caduta del regime, riuscì a beneficiare dell’amnistia Togliatti.

La copertina del libro
www.mursia.com

ll Tribunale speciale del fascismo entrò in funzione il 1° febbraio 1927 e continuò ad amministrare la «giustizia ingiusta» contro gli oppositori del regime fino al 25 luglio del 1943, allorché Benito Mussolini fu deposto. Quello di Guido Cristini, abruzzese di Guardiagrele, presidente del Tribunale speciale dal 1928 al 1932, è stato uno dei nomi più temuti dagli antifascisti: sotto la sua presidenza le condanne sono state 1725, gli anni di prigione comminati 8806, le condanne a morte 9. La storia di Guido Cristini è ricostruita per la prima volta in un libro, intitolato «Il tribunale speciale e la presidenza di Guido Cristini 1928-1932» (Mursia, 372 pagine, 19 euro), da Pablo Dell’Osa, giornalista e scrittore pescarese, inviato della rivista «D’Abruzzo» e autore del blog #Today sulla versione online de «il Centro». Un libro che ha tutta la dignità di un saggio storico: ricco di documenti e fotografie, vanta un articolato impianto di note (ben 76 pp.) e una sostanziosa bibliografia.

1. L’antieroe abruzzese.

Guido Cristini nasce il 13 maggio 1895 a Guardiagrele, in provincia di Chieti. La storia della sua ascesa alla presidenza del Tribunale speciale rappresenta anche un pezzo di storia del fascismo in Abruzzo. Fu una «carriera napoleonica» che lo vide primeggiare in Abruzzo e portare un

Guido Cristini [a destra], a Pescara nel 1922, in divisa da comandante della 127° legione “Monte Majella” della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

abruzzese a ricoprire la quarta carica dello stato durante il Ventennio fascista. Quando divenne presidente del Tribunale speciale, il 25 luglio del 1928, nella gerarchia del potere veniva prima il re, poi il presidente del Senato, poi il presidente della Camera, poi Cristini, che era equiparato al presidente della Corte di Cassazione, e, solo dopo, c’era Mussolini come Capo del Governo. Dietro, infine, gli altri gerarchi. Fu così dal 1928 al 1932.

Per capire come il “giudice nero” divenne quello che fu bisogna però indietreggiare di qualche anno, a quel 22 agosto del 1923, quando, approfittando di una visita di Mussolini a Castellamare Adriatico, Cristini riuscì a far deviare il capo del fascismo verso Bocca di Valle, a 5 km da Guardiagrele, con l’intento di fargli ispezionare i lavori in corso per la costruzione dell’ossario di Andrea Bafile ai piedi della Majella. La traslazione dell’eroe della Grande Guerra sarebbe stata celebrata il 20 settembre dello stesso anno, dando inizio alla cosiddetta Sagra della Majella cui Cristini lavorò senza risparmiarsi. Il passaggio al fascismo di Cristini inizia dal combattentismo. Quando incontra

Il numero de “La domenica del Corriere” che riportava in copertina la Sagra della Majella del 1923.

Mussolini, ai piedi della Majella, Cristini è un reduce della Prima Guerra come tenente dei bersaglieri, decorato con una medaglia al valore per aver salvato la vita di un compagno di trincea sul Carso mettendo seriamente a rischio la propria. Come tanti reduci che di ritorno dalla guerra faticavano a trovare di nuovo un posto nella società, anche Cristini era spaesato e vedeva nel primo fascismo una possibilità di riscatto. Dal suo ritorno, il reduce si era comunque dato da fare: aveva fondato nel 1919 la sezione dei combattenti di Guardiagrele e, laureatosi in legge con il massimo dei voti, nel 1923 aveva già aperto a Chieti il suo primo ufficio legale in via Moricorvo e di lì a poco inaugurerà anche il secondo.

Da quell’incontro con Mussolini ai piedi della Majella inizia l’ascesa di Cristini al potere. Nel 1924 viene eletto alla Camera grazie a Giacomo Acerbo che lo inserisce nel Listone nazionale, e, trasferitosi a Roma, apre uno studio legale in via del Tritone. A Montecitorio conosce il generale Sanna che, eletto Presidente del Tribunale Speciale, propone a Mussolini proprio Cristini come giudice in camicia nera. È il 1° febbraio del 1927. Quando nell’estate del 1928 Sanna morirà d’infarto, il giovanissimo Cristini, a soli trentatré anni, sarà eletto Preside del Tribunale speciale e si circonderà di persone fidate catapultate a Roma dall’Abruzzo, per entrare infine, di diritto, nel Gran Consiglio del fascismo. Da questo momento, senza rinunciare ai privilegi consolidati nel frattempo a Guardiagrele, egli accumulerà fortune anche a Roma come il lussuoso appartamento affacciato sul lungotevere Michelangelo e un altro sul lungotevere Sanzio. La presidenza del Consiglio, del resto, forniva a tutti i giudici del Tribunale speciale un’automobile, la tessera di libera circolazione ferroviaria e pagava a ognuno di loro ragguardevoli indennità di carica. L’insaziabile Cristini pretende di più: l’equiparazione ai presidenti della Corte dei conti, della Cassazione e del Consiglio di Stato. Inonda con lettere e telefonate la segreteria di Mussolini fino a quando il capo del fascismo pensa di accontentarlo assegnandogli, per il 1929, un bonus di cinquantamila lire. Una cifra spropositata, per svolgere un lavoro tanto crudele quanto facile.

2. L’ideologia giuridica totalitaria.

Foto ufficiale di Guido Cristini come Presidente del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, nel 1929.

Tutto il peggio che Cristini compì – da giudice, da vice presidente e presidente del Tribunale speciale – lo fece in qualità di esecutore della legge dello Stato che regolava di fatto il Tribunale speciale. È la premessa imprescindibile su cui si fonda la narrazione del libro in esame. Dimostrare come le sentenze del Tribunale speciale, sotto la presidenza di Cristini, siano state emesse in coerenza con l’ideologia giuridica totalitaria, propria di uno Stato totalitario, al chiaro fine di consolidare il totalitarismo. Non furono espressione di crudeltà arbitraria da parte di un manipolo di deliranti sfuggiti al potere. Il Tribunale speciale fu una «mostruosità giuridica» perché il capo del fascismo e i suoi sodali manomisero deliberatamente il Codice Penale e la Legge. Doveva essere un tribunale «speciale» che si serviva di «leggi speciali» per fronteggiare un momento «speciale». Tradotto: fu uno strumento di repressione feroce per soffocare l’antifascismo, nazionale e internazionale, compreso – si badi bene – l’antifascismo democratico e ogni legittima opposizione al regime, attraverso una serie di processi farsa il cui esito era preventivamente deciso a tavolino cambiando le regole all’occorrenza. Tra Mussolini e Cristini esisteva una linea telefonica privata, che al capo del fascismo serviva a impartire ordini.

Dai quattro attentati compiuti contro Mussolini, tra il 1925 e il 1926, tutti falliti, per l’antifascismo uccidere il capo del fascismo era diventato un’ossessione. E a chi non era più consentito opporsi seguendo la prassi democratica, neppure mostrando il più tiepido dissenso, uccidere il tiranno sembrava ormai l’unica via possibile. E Mussolini lo sapeva. E più lo sapeva e più aveva sete di legge «speciali» per fronteggiare un momento «speciale» del Paese. Peccato che queste leggi «speciali» coincisero in buona sostanza con il ritorno della libera uccisione da parte dello Stato. Nel novembre del 1926, nel Paese di Cesare Beccaria, tornò la pena capitale che rimase legge dello Stato fino alla deposizione di Mussolini. E così divenne legale l’illegale e la strada alla repressione fu spianata fino all’estremo: condannare a morte persone solo per dare giudizi esemplari, come monito a ogni potenziale oppositore del regime fascista dentro e fuori l’Italia.

Foto segnaletica dell’anarchico sardo-americano Michele Mike Schirru, scattata nel carcere di Regina Coeli a Roma.

Michele Della Maggiora fu primo condannato a morte dell’Italia fascista, il 18 ottobre 1928. Era un poveraccio avvinazzato che viveva di espedienti. Aveva ucciso due operai fascisti del suo paese perché lo perseguitavano. Il suo processo fu sottratto al giudizio ordinario della Corte di Assise di Lucca e passato al Tribunale speciale. Un duplice omicidio fu trasformato ad arte dal presidente Cristini in un efferato delitto politico: Della Maggiora fu fucilato perché ritenuto colpevole di «strage per attentare alla sicurezza dello Stato». Il diritto era stato stravolto; la pena capitale era diventata un’arma di repressione politica e una prova di forza contro il potenziale oppositore.

Il caso più emblematico del modus operandi del Tribunale speciale sotto la presidenza di Cristini fu quello di Michele Schirru. Il 29 maggio 1931 fu fucilato per aver avuto l’intenzione di uccidere Mussolini. Proprio così: un delitto d’intenzione. Per Cristini e i giudici in camicia nera alcune bombe trovate in possesso del soggetto non lasciavano dubbi: avrebbe compiuto una strage ai danni di Mussolini. Si condannava a morte il pensiero. Sulla sentenza scritta da Cristini si legge che «attentare a Mussolini è attentare all’umanità, perché il Duce appartiene all’umanità». Seguirono le fucilazioni di Domenico Bovone e Angelo Pellegrino Sbardellotto, sempre forzando le prove e accentuando la reale pericolosità dei due giustiziati. Processi farsa, senza un’adeguata difesa per gli accusati. E poi ancora le condanne a morte contro irredentisti sloveni e croati, anarchici, delinquenti comuni, tutte basate sullo stesso sillogismo: «Chi tocca Mussolini tocca il fascismo. Chi tocca il fascismo tocca l’Italia. Chi tocca l’Italia tocca lo Stato. Chi tocca lo stato deve morire». A chi andò bene toccò in sorte la galera o il confino. Una logica senza dubbio “speciale”.

3. «L’amnistia non deve servire ai Cristini».

Lettera di Mussolini del 1932 che chiede a Cristini le dimissioni da presidente del Tribunale speciale.

Da avido e cinico carrierista quale fu, alla fine Cristini rimase avviluppato dalla sua stessa vita e fu il principale artefice della propria caduta. Già nel 1929 Mussolini gli aveva mandato un biglietto con un ordine perentorio: «Data la vostra carica di Presidente del Tribunale speciale, ritengo opportuno rassegniate le dimissioni da quella di presidente della Cassa degli Abruzzi». Cristini esegue ma continua ad accumulare fortune e fare incetta d’incarichi insieme ai suoi familiari, a Guardiagrele, dove, tra l’altro, nel 1929 sorse l’ospedale civile «Guido Cristini» a suggellare la sua scalata al potere. Il prefetto di Chieti sentì l’obbligo di avvertire Mussolini, a cui, intanto, arrivavano le delazioni degli informatori del regime, come l’ex tenente colonnello dei carabinieri Luigi Filippi, per denunciare che il presidente Cristini continuasse anche ad accumulare indennità e altri privilegi grazie a false dichiarazioni di servizio. La situazione già compromessa precipitò in occasione del processo postumo ai complici di Anteo Zamboni, il quindicenne bolognese linciato nel 1926 per aver attentato alla vita del Duce nonostante fosse stato arrestato prima di sparare. Cristini compì un’imperdonabile leggerezza, confidando al gerarca Arpinati di essere riuscito a far condannare i familiari Zamboni, pur estranei all’accaduto, per compiacere Mussolini. Arpinati ne parlò subito con il Duce e questi reagì immediatamente mandando a Cristini l’ultimo biglietto, senza appello: «Invito V.E. a rassegnare le dimissioni dalla carica di Presidente del Tribunale speciale». È il 27 novembre del 1932. Cristini viene retrocesso a vicepresidente della Corporazione vetro e ceramica. Accetta. Ma continua a fare affari e ad esercitare l’avvocatura indisturbato per molti anni fino alla fine della guerra, quando l’Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo emise un mandato di cattura contro di lui nell’agosto del 1944. Cristini era sparito. Si era rifugiato in Vaticano. Era nascosto nelle catacombe di San Callisto a Roma dai Salesiani, che avevano aperto le porte ai perseguitati per fronteggiare l’emergenza; vi rimarrà fino al 14 maggio del 1949.

Durante la sua latitanza avvenne un fatto clamoroso: anche Cristini riuscì a beneficiare dell’amnistia Togliatti. «Le migliaia di antifascisti gettati in carcere da Guido Cristini, non possono credere che venga fatta alla democrazia italiana l’offesa di concedere l’amnistia alla jena del Tribunale speciale». C’era scritto così sulla pagina dell’«Unità» del 27 settembre 1946 e sulle altre maggiori testate. Per gli antifascisti il nome di Cristini aveva rappresentato e rappresentava il peggio. «Essere un Cristini» era entrato a far parte dei dispregiativi popolari.

Guido Cristini tra le amate rose sul balcone dell’attico di Via Cesare De Lollis 26 a Chieti, dove visse nell’ultima fase della sua vita.

L’autore del libro, Pablo dell’Osa, dedica un capitolo intero alla questione dell’amnistia Togliatti e alla facilità con cui, dopo la fine della guerra e agli albori della Repubblica, tutti i giudici che avevano fatto parte del Tribunale speciale furono sollevati da ogni responsabilità come se nulla fosse stato. In nome di una fantomatica pace politica e sociale tra fascisti e antifascisti, che avrebbe dovuto segnare il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, quando venne il momento di fare i conti con chi si era macchiato di gravi colpe durante il regime fascista, l’Italia repubblicana scelse di dimenticare o, meglio, di non ricordare. Il socialista Pietro Nenni, e con lui l’ex Presidente Pertini, avrebbero voluto porre sotto accusa la Cassazione che aveva deciso a favore di Cristini. Ma non ci fu niente da fare. A questo punto Cristini ebbe anche la presunzione di voler riprendere a esercitare la professione forense e chiese una nuova iscrizione all’ordine degli avvocati. Ma dal Consiglio nazionale, alla cui Presidenza era Pietro Calamandrei, giunse un secco rifiuto. Fu questo l’unico castigo che ebbe per essere stato Presidente del tribunale speciale. E così Cristini, trascorso un periodo tra i faraglioni di Capri, se ne tornò libero a Chieti dove nel 1956 aveva comprato un intero attico in via Cesare de Lollis e che, nell’ultima fase della vita, abitò insieme alla compagna Adriana Madonna. Vivrà libero fino a ottantaquattro anni, ma, quando morirà, sarà seppellito in una tomba con altra intestazione. Fu questo l’ultimo estremo capriccio di un vanaglorioso impunito: pacificare la propria coscienza con il diritto all’oblio.

Ammettendo pure che la coscienza di ogni singolo uomo abbia diritto all’oblio, la Storia, invece, ha solo doveri verso se stessa. E il libro di Pablo dell’Osa assolve tutti i doveri richiesti a un saggio di qualità, «sulla storia, o meglio la storiaccia,» di Guido Cristini.

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  • Immagine di copertina: Guido Cristini alla sinistra di Mussolini, il 14 marzo 1928, a Palazzo Venezia, con il Direttorio del Fascio di Guardiagrele.
  • Tutte le immagini contenute nell’articolo sono tratte dal libro Il tribunale speciale e la presidenza di Guido Cristini 1928-1932 (Mursia, 372 pagine, 19 euro) di Pablo Dell’Osa che ne ha autorizzato la pubblicazione.

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