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“Siamo chiamati a servire, lavandoci i piedi gli uni gli altri, mettendoci all’ultimo posto”

Lavanda dei piedi che, ieri sera, l’arcivescovo Valentinetti ha ripetuto su dei dame e altrettanti cavalieri dell’Ordine del Santo sepolcro, per un motivo fortemente simbolico e solidale: "È notizia di queste ore - spiega - che a 600 cristiani, partiti dalla Striscia di Gaza, i quali avrebbero dovuto partecipare alle liturgie pasquali a Gerusalemme, è stato impedito di farlo. Così, attraverso questo gesto, abbiamo voluto significare il nostro particolare legame con la terra di Gesù e impegnarci per la pace"

Lo ha affermato ieri l’arcivescovo Valentinetti, presiedendo la messa in Coena Domini nella chiesa dello Spirito Santo a Pescara

L'arcivescovo Valentinetti lava i piedi a sei cavalieri e sei dame dell'Ordine del Santo sepolcro

«Se dunque Dio, il Signore e il Maestro, ha lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato questo esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». Da quest’ultimo verso del Vangelo di ieri della messa in Coena domini, presieduta nella chiesa dello Spirito Santo a Pescara, l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti è partito per riflettere sulla memoria dell’ultima cena e di questo gesto compiuto da Gesù: «Questa è la sintesi – osserva il presule – della vita cristiana. Sì, perché vivere da cristiani, vivere della fede significa innanzitutto imparare a servire. Più volte Gesù, nel Vangelo, aveva ribadito il concetto del servizio, il concetto dell’amore e, perché no, il concetto dell’ultimo posto. Quando avete fatto tutto quello che dovete fare, dite “Siete servi inutili”. Ma è un discorso difficile da capire, difficile da accettare e da mettere in pratica. Lo stesso Pietro, che aveva proclamato la fede nel Messia, sappiamo molto bene come la sua personalità sia stata altalenante alternando grandi virtuosismi a grandi cadute fino al rinnegamento. Lo stesso Pietro non capisce quanto è importante il gesto di Gesù».

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

Lavanda dei piedi che, ieri sera, l’arcivescovo Valentinetti ha ripetuto su sei dame e altrettanti cavalieri dell’Ordine del Santo sepolcro, per un motivo fortemente simbolico e solidale: «È notizia di queste ore – spiega – che a 600 cristiani, partiti dalla Striscia di Gaza, i quali avrebbero dovuto partecipare alle liturgie pasquali a Gerusalemme, è stato impedito di farlo. Così, attraverso questo gesto, abbiamo voluto significare il nostro particolare legame con la terra di Gesù e impegnarci per la pace».

I cavalieri dell’Ordine del Santo sepolcro

Ed è lo stesso Gesù a spiegare a Pietro l’importanza di lavare i piedi al prossimo “Se non ti laverò, non avrai parte con me e non potrai essere un ministro, un apostolo, un vescovo: «Perché sì – sottolinea l’arcivescovo Valentinetti -, il primo compito del vescovo è di servire la comunità, servire la sua sposa – la Chiesa – nella realtà nuziale bellissima che si crea tra colui che è il pastore, e rappresenta il Signore nella vita della Chiesa, e la comunità. Ma guai a quel vescovo, in questo caso guai a me, che non sa trasferire ai suoi fedeli, al suo gregge, lo spirito del servizio».

Le dame dell’Ordine del Santo sepolcro

Ma cosa significa servire, avere a cuore la capacità di lavare i piedi gli uni gli altri?: «Sicuramente – approfondisce l’arcivescovo di Pescara-Penne – questo gesto del lavarci i piedi, del servire, è un gesto personale e profondo. Ognuno sa, nell’intimo di se stesso, a chi deve lavare i piedi. Mi viene in mente subito la famiglia. Se un marito non lava i piedi alla propria moglie e se la moglie non lava i piedi al proprio marito – non mi riferisco all’azione fisica che sarebbe fin troppo facile – cioè non si rispettano, non si perdonano, non camminano dietro una logica non tanto dell’avere, ma quanto del dare, non ci siamo. E in una comunità parrocchiale, dobbiamo entrare nella logica del servire, dell’essere capaci di prendere l’ultimo posto, del non voler primeggiare e non voler far da protagonista, ma metterci nel nascondimento. Questo è vero anche per le associazioni».

La chiesa dello Spirito Santo gremita

Ma gli esempi, da questo punto di vista, molteplici per tutto ciò che riguarda altri gesti di carità che siamo chiamati a svolgere nei confronti dei poveri, degli anziani, dei malati e non solo: «Perché ribadisce l’arcivescovo di Pescara-Penne – noi siamo chiamati a servire la logica del Vangelo, lavandoci i piedi gli uni gli altri». Ma la logica del lavarci i piedi, abbraccia anche una logica sociale e macroscopica: «I popoli dell’opulenza – ammonisce il presule -, che hanno tutto, se non entrano nella logica che devono servire e lavare i piedi ai popoli che non hanno nulla, fratelli, allora non abbiamo capito niente. Così come se il cristianesimo, dentro la storia di questa nostra umanità, non è fermento e lievito di amore e carità nei confronti di questi fratelli che non hanno niente, che fuggono dalla fame, che fuggono dalle guerre e dall’inquinamento da noi creato nei nostri territori. E se non riusciamo a capire questa verità, se non riusciamo a rispettare le minoranze etniche – come i palestinesi o come il popolo Sahrawi (gruppi tribali arabo-berberi tradizionalmente residenti nelle zone del Sahara occidentale) o come anche i popoli più piccoli sparsi nell’estremo Oriente e nella realtà degli arcipelaghi lontani da noi, che sfuggono dalla nostra attenzione mediatica». Un’attenzione mediatica che ha un obiettivo preciso: «Non serve ai poveri – accusa il presule -, ma serve i potenti. Eh sì, cari fratelli, non stiamo camminando verso un mondo che è capace di riconoscere l’uomo e chinarsi a lavare ai suoi piedi».

L’arcivescovo Valentinetti prega all’altare della reposizione

Un esempio arriva dalla tante, troppe, guerre in corso nel mondo – citate nell’altare della reposizione realizzato nella chiesa dello Spirito Santo: «Perché ci sono tante guerre? – interroga l’arcivescovo Valentinetti – Perché non ci sono uomini di buona volontà che servano la pace? Ci sono tante guerre, perché non si è più capaci di servire il bene comune e in questo hanno grandi responsabilità coloro che gestiscono le sorti dell’umanità. E abbiamo responsabilità maggiori anche noi, quando mandiamo delle persone a gestire i rapporti tra nazioni, stati e continenti dentro questa storia che stiamo vivendo». Ma la causa scatenante dei conflitti bellici, nel tempo, sta cambiando radicalmente: «Se fino a qualche tempo fa le guerre si facevano, e si fanno tutt’ora, per il petrolio – riflette monsignor Valentinetti -, fra poco cominceremo a fare le guerre per l’acqua».

About Davide De Amicis (2965 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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