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“Svegliamoci, usciamo dalle sacrestie per dire e incarnare l’amore del Signore”

"Svegliatevi fratelli - esorta monsignor Valentinetti -, non rimaniamo soli e acquietati nei nostri piccoli pettegolezzi di quartiere e, magari, nei nostri piccoli e grandi pettegolezzi di parrocchie. È un richiamo forte, lo so, ma - fratelli - finisco tra qualche giorno la visita pastorale ed è il cuore del pastore che parla, non è l’intelligenza, non è la mente, non è la programmazione cieca, è il cuore che sente forte questo battito il quale dev’essere un battito d’amore. E se non riscopriamo i battiti d’amore del Cristo dentro di noi, fratelli, abbiamo fallito, non ha più senso vivere questa esperienza"

Lo ha affermato mercoledì sera l’arcivescovo Valentinetti, presiedendo la messa crismale nel Palasport Giovanni Paolo II di Pescara

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, presiede la messa crismale

«Per quale ragione siamo chiamati a diventare ministri del nostro Dio? Per quale motivo diamo chiamati a diventare popolo santo del Signore, sacerdoti del Signore? Sicuramente per un’evangelizzazione, per annunciare che Cristo è il Signore, che Cristo è il Signore della nostra vita, della Chiesa e della storia, l’alfa e l’omega, colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente. Questo annuncio si dipana dentro la storia della Chiesa, ormai da più di 2 mila anni, e viene affidato a noi tutti, a me vescovo, a voi carissimi presbiteri, diaconi, ministri che siete chiamati a servire nella Santa Chiesa, ma anche a te – popolo di Dio – viene chiesto di dare questo annuncio».

L’arcivescovo Valentinetti consacra gli olii e il crisma, alitando su di essi

Con questa premessa sull’identità e sul senso della vita della comunità cristiana, ieri sera, l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti ha aperto l’omelia della messa crismaledurante la quale ha consacrato l’olio per l’unzione degli infermi, l’olio per ungere i catecumeni che stanno per ricevere il battesimo e infine il sacro crisma usato nei sacramenti del battesimo, della confermazione e dell’ordine sacro l’ampolla di colore bianco, ottenuto mescolando olii e profumi. Tutti e tre contenuti in altrettante ampolle aperte, sulle quali il presule ha alitato suggellando il rito di consacrazione.

I Cori riuniti dell’arcidiocesi di Pescara-Penne

Una celebrazione eucaristica solenne concelebrata con il vescovo emerito di Sulmona-Valva monsignor Giuseppe Di Falco, dal vicario generale dell’arcidiocesi di Pescara-Penne don Lucio Giacintucci e da tutti i sacerdoti diocesani presentianimata liturgicamente dai Cori riuniti dell’arcidiocesi diretto da Roberta Fioravanti accompagnati da un quartetto d’archi e da un gruppo di fiati appartenenti al complesso bandistico di Elice – all’interno della quale il presule ha posto un altro interrogativo determinante, riguardante la missione evangelizzatrice della comunità cristiana: «Con quale Chiesa vogliamo dare questo annuncio? Qual è la Chiesa che ci urge essere oggi dentro questo tratto di storia? Quale Chiesa dobbiamo essere noi dentro questo spazio che ci è dato di abitare? , uno spazio che si chiama Chiesa diocesana, che ha i suoi confini con la sua realtà di persone e di tante comunità parrocchiali le cui rappresentanze sono qui presenti principalmente nei presbiteri, ma poi in tutti voi carissimi fratelli. Ebbene, quale Chiesa – mossa dallo Spirito del Signore che chiaramente incarna questa funzione profetica, sacerdotale e regale – per essere portatrice ai poveri del lieto annuncio, per proclamare ai prigionieri la liberazione ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore? Che è questo, il nostro, cominciato nel momento in cui Gesù è venuto sulla terra e che finirà quando Lui tornerà nella gloria».

L’orchestra diocesana

Dunque, a detta del presule, è questo l’anno di grazia per noi: «Non lo sciupiamo – ammonisce -, non perdiamolo di vista e se ci venisse immediatamente da pensare che questo lieto annuncio dev’essere per gli ultimi, per i diseredati, per coloro che non hanno gioia, per coloro che non hanno una vita e si sentono emarginati da tutti, io credo che questo annuncio sia da ridire seriamente la fede con i mezzi più appropriati a un mondo assente». Da qui il forte appello rivolto alla comunità diocesana pescarese: «Vogliamo leccarci le ferite delle nostre assenze nelle nostre comunità – interroga l’arcivescovo Valentinetti – o vogliamo svegliarci per alzarci e, così come dice Papa Francesco, uscire dai nostri recinti, dalle nostre sacrestie e dire a tutti l’amore del Signore e incarnarlo nella vita, perché le parole non bastano nella testimonianza costante di ogni giorno».

Dunque, è necessario dapprima rilanciare un missione ad intra: «Perché ad intra – sottolinea l’arcivescovo di Pescara-Penne – abbiamo una missione da rifare, trovando le logiche missionarie e non perdendo tempo nei soliti rituali catechistici che, qualche volta, ci annoiano e non ci danno frutto perché ci fanno perdere di vista l’essenziale di ridire la fede e ridire il Vangelo con la vita e con le opere. Non perché il catechismo non si debba dare, o che l’insegnamento non debba essere dato, ma quando questo messaggio è sterile e produce frutto solo in vista di un sacramento e non lascia nessun segno nella vita di tutti i giorni, che sacramento è?! Occorre anche la vita».

I sacerdoti diocesani concelebranti

Ed è altrettanto necessaria una Chiesa aperta, missionaria ad extra: «Se la nostra Chiesa non è missionaria – lamenta monsignor Tommaso Valentinetti -, se la nostra missione è affidata solo a qualche presbitero o qualche laico che si reca in terra di missione, che missione è?! Ci siamo dimenticati della nostra missione in Albania? L’abbiamo messa da parte? Non ci ricordiamo più che ci sono tre laici e che ci sono stati due presbiteri, i quali hanno dato del tempo a questa missione e, a Dio piacendo, spero che nella nostra Chiesa ci sia un altro presbitero della nostra che, con gesto coraggioso e generoso, possa andare lì dove il Vangelo urge ed essere annunciatore e testimone».

Quindi un nuovo appello, che ha sferzato i cuori e le coscienze dei circa mille fedeli presenti sulle gradinate: «Svegliatevi fratelli – esorta il presule -, non rimaniamo soli e acquietati nei nostri piccoli pettegolezzi di quartiere e, magari, nei nostri piccoli e grandi pettegolezzi di parrocchie. È un richiamo forte, lo so, ma – fratelli – finisco tra qualche giorno la visita pastorale ed è il cuore del pastore che parla, non è l’intelligenza, non è la mente, non è la programmazione cieca, è il cuore che sente forte questo battito il quale dev’essere un battito d’amore. E se non riscopriamo i battiti d’amore del Cristo dentro di noi, fratelli, abbiamo fallito, non ha più senso vivere questa esperienza».

Il Palasport Giovanni Paolo II di Pescara gremito da fedeli, religiosi e sacerdoti

Altrettanto fondamentale una Chiesa che prega: «Che sa pregare – precisa l’arcivescovo Valentinetti – in una liturgia partecipata. Quante liturgie mute, senza afflato, smorte, non preparate! Cari fratelli presbiteri, qui credo che dobbiamo fare tutti, io per primo, un esame di coscienza. Liturgie, come diceva monsignor Magrassi, con “Meno messe e più messa”. Celebriamo troppe messe e non celebriamo bene nessuna messa. Qualcuno dice che amo l’orchestra, che amo i cantori e la liturgia bene ordinata. È vero l’amo questa liturgia, l’amo perché è espressione costante di una lode al Signore che deve salire dalle nostre chiese, dalle nostre comunità. Una liturgia partecipata, una liturgia vissuta, non una liturgia chiassosa, né tantomeno una liturgia spettacolo perché questo non porta da nessuna parte. Può solleticare la sensibilità, ma certamente non cambia il nostro cuore nella lode, nel ringraziamento e nella benedizione al Signore. E una liturgia dove ci sia il silenzio agli oremus, il silenzio dopo la comunione – silenzi pieni d’amore e di preghiera – e silenzio anche alla fine, cercando di lasciare andare chi vuole uscire. Il sagrato è fatto apposta per poter scambiarsi gli auguri, i saluti, ma la chiesa no, è l’aula della preghiera orante nel silenzio e nella pace. Liturgia che deve scavarci dentro, che deve prendere l’anima, che deve farci riassumere i nostri sentimenti e li deve portare sull’altare insieme con il pane e il vino diventati corpo e sangue di Gesù Cristo».

E infine un richiamo al servizio: «Ma quale servizio? – domanda l’arcivescovo di Pescara-Penne – Servizio ai poveri, certo, e coloro che si stanno impegnando in questa direzione e tutte le comunità parrocchiali fanno servizi veramente straordinari su questa strada, sono veramente encomiabili. Tutte le volte che vado alla Cittadella dell’accoglienza Giovanni Paolo II, noto la bellezza del volontariato cristiano che si alterna e si dà per chi non ha niente, per chi veramente è in necessità. Ma basta questo servizio? Ci possiamo accontentare? È un servizio di carità senza dubbio, “Tutto quelle che avete fatto a uno di questi miei fratelli, lo avete fatto a me”, ma oggi urge un altro servizio. Il servizio alla città, il servizio alla polis, il servizio alla vita comune. Siamo troppo lontani dalla bella politica sana che costruisce, che dà servizi alla gente, che dà servizio d’amore per chi lo interpreta».

Monsignor Valentinetti consegna gli olii sacri ai vicari foranei

Da qui un ulteriore invito: «Fratelli – afferma il presule – il cristianesimo non è disincarnazione dalla storia, viviamo nella storia come cittadini, come pellegrini al suo interno, ma anche capaci di dire una parola forte a questa storia, una parola di servizio coerente con i principi evangelici. Altrimenti continueremo a vedere sfilare personaggi più o meno singolari, o più o meno strani, nelle nostre amministrazioni e, non so perché e per come, come cristiani non riusciamo ad esprimere qualcuno che abbia la voglia, la serietà e la dedizione per questo servizio d’amore e servizio di carità. Paolo VI diceva che la politica è la prima carità che facciamo alla nostra città. Perché la carità per i poveri e per gli ultimi, si deve coniugare con la capacità di essere propositori di leggi che, socialmente, siano adeguate al tempo che viviamo. Leggi serie per gli anziani, leggi serie per i malati, leggi serie per il lavoro. Se noi disconosciamo questi impegni, abbiamo una Chiesa che si sta addormentando e io non mi voglio addormentare».

Quindi un appello conclusivo: «Carissimi presbiteri – aggiunge il presule -, non ci dobbiamo addormentare, carissimi laici, carissimi fedeli, scegliamoci e camminiamo insieme perché – come popolo santo di Dio – abbiamo ricevuto lo spirito del Signore, lo abbiamo ricevuto nei sacramenti e, fra poco, ne consacreremo gli olii che ne sono segno, perché i sacramenti consacrino ancora una volta altri fratelli e sorelle al servizio del Vangelo, della Chiesa e dell’umanità. Ci assista la grazia del Signore, l’intercessione della Vergine Maria e di tutti i nostri santi patroni diocesani e parrocchiali e perché no, anche l’intercessione del nostro santerello il Beato Nunzio Sulprizio sul quale qualche notizia mi dà speranza che possa essere presto elevato alla santità».

About Davide De Amicis (3028 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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