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Pena di morte: in calo, ma nel mondo ancora 21.919 prigionieri nel braccio della morte

Secondo Amnesty nel 2017 vi sono state 993 esecuzioni in 23 Stati (1032 nel 2016, il 4% in meno), il 39% in meno rispetto alle 1.634 del 2015, il picco più alto: "I progressi dell’Africa subsahariana - commenta Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International - rafforzano la posizione della regione come faro di speranza e fanno auspicare che l’abolizione di questa estrema sanzione, crudele, inumana e degradante, sia in vista"

Emerge dal Rapporto annuale sulla pena di morte diffuso da Amnesty international

Anche se c’è stato un calo delle condanne e delle esecuzioni, nel mondo ci sono ancora almeno 21.919 prigionieri nel braccio della morte. Sulla lista nera dei Paesi che ancora la praticano ci sono ancora 15 Stati, con un numero record nella regione Medio Oriente-Africa del Nord, mentre la regione Asia-Pacifico si conferma quella col maggior numero di Stati che usano la pena di morte per quel genere di reati. Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Pakistan sono i Paesi con le cifre più drammaticamente alte. Emerge dal Rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo diffuso giovedì da Amnesty international.

I dati non comprendono le condanne a morte e le esecuzioni in Cina, che secondo Amnesty sono state migliaia, ma i numeri sono considerati segreto di Stato. Un passo in avanti significativo è stato l’aumento della quantità di droga, che fa scattare l’obbligo della condanna a morte in alcuni Paesi che ne sono fieri sostenitori. In Iran le esecuzioni registrate sono diminuite dell’11 % rispetto al 2016 e la percentuale delle esecuzioni per reati connessi alla droga è scesa del 40%. In Malesia è stata introdotta la discrezionalità della pena nei processi per traffico di droga. Vi sono state esecuzioni per reati connessi alla droga in quattro Stati: Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore. Singapore ha impiccato otto prigionieri, tutti per reati connessi alla droga, il doppio rispetto al 2016. Una tendenza del genere è stata osservata in Arabia Saudita, dove le decapitazioni per reati connessi alla droga sono salite dal 16% del totale delle esecuzioni del 2016 al 40 per cento nel 2017.

Alcuni governi hanno anche violato una serie di divieti previsti dal diritto internazionale: in Iran sono state eseguite almeno cinque condanne a morte nei confronti di persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni. Nei bracci della morte di questo Stato, alla fine del 2017, ve n’erano almeno altri 80. Persone con disabilità mentale o intellettuale sono state messe a morte o sono rimaste in attesa dell’esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa. Amnesty ha registrato anche parecchi casi di persone condannate a morte dopo aver “confessato” reati a seguito di maltrattamenti e torture: in Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq. In questi ultimi due Paesi, alcune di queste “confessioni” sono state trasmesse in televisione.

Calano del 4% le esecuzioni nel mondo, mentre le condanne a morte scendono da 3.117 nel 2016 a 2.591 nel 2017 in 53 Stati. Il decremento più significativo è in Africa, con la Guinea che diventa il 20° Stato abolizionista per tutti i reati nell’area sub-sahariana. Più della metà dei Paesi del mondo è abolizionista, ma restano sulla lista nera con il più alto numero di condanne ed esecuzioni: Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Pakistan.

Il rapporto annuale sulla pena di morte, inoltre, conferma una inversione del trend dell’omicidio di Stato. Secondo Amnesty nel 2017 vi sono state 993 esecuzioni in 23 Stati (1032 nel 2016, il 4% in meno), il 39% in meno rispetto alle 1.634 del 2015, il picco più alto. Oltre alla Guinea, nel 2017 la Mongolia si è aggiunta al totale degli Stati abolizionisti, il cui numero alla fine dell’anno era salito a 106, ossia più della metà dei Paesi del mondo.

Dopo che il Guatemala ha abrogato la pena di morte per i reati comuni, il numero degli Stati che per legge o nella pratica hanno abolito la pena di morte è salito a 142. Solo 23 Stati, come nel 2016, hanno continuato a eseguire condanne a morte, in alcuni casi dopo periodi di interruzione. In Africa, ad esempio, il Kenya ha cancellato l’obbligo di imporre la pena di morte per omicidio e Burkina Faso e Ciad si stanno avviando a introdurre nuove leggi o a modificare quelle in vigore per abrogare la pena capitale.

Salil Shetty, segretario generale di Anesty International

Nel 2016 Amnesty aveva registrato esecuzioni in cinque Stati della regione, mentre nel 2017 solo in Sud Sudan e Somalia, anche se sono riprese le esecuzioni in Botswana e Sudan. Il Gambia ha firmato un trattato internazionale che l’impegna a non eseguire condanne a morte in vista dell’abolizione della pena capitale e nel febbraio 2018, il presidente ha istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni: «I progressi dell’Africa subsahariana – commenta Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International – rafforzano la posizione della regione come faro di speranza e fanno auspicare che l’abolizione di questa estrema sanzione, crudele, inumana e degradante, sia in vista».

About Davide De Amicis (2610 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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