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Fine vita: “Lasciamo ai medici il diritto all’obiezione di coscienza”

"Le persone che arrivano a questo punto - sottolinea monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne - devono essere accompagnate, aiutate con le cure palliative e devono essere sostenute da un punto di vista psicologico, spirituale e medico. È inoltre importante la relazione tra malati, operatori sanitari e familiari. Questo è il circolo virtuoso che dà la possibilità ai malati di saper accogliere anche un passaggio difficile, com’è quello del fine vita"

È stato l’appello lanciato lo scorso venerdì a Pescara da don Massimo Angelelli, direttore nazionale della Pastorale della salute, nel corso del convegno “Vivere la vita. Tutta”

Don Massimo Angelelli, direttore nazionale Pastorale della salute

Si è discusso sulla legge sul fine vita, recentemente approvata, ma anche su accanimento terapeutico e cure palliative, lo scorso venerdì, nell’ambito del convegno dal titolo “Vivera la vita. Tutta” organizzato dalla Pastorale sanitaria dell’arcidiocesi di Pescara-Penne e ospitato presso la Biblioteca dell’Ospedale Civile di Pescara, alla presenza di un centinaio di aspiranti infermieri.

L’intervento centrale è stato quello curato dal direttore nazionale della Pastorale della salute don Massimo Angelelli, parlando di tutte quelle situazioni cliniche di pazienti in bilico tra la vita e la morte, a cui il personale sanitario è chiamato a far fronte: «Il punto di crisi – spiega il presbitero – è quando siamo a cavallo tra abbandono, accanimento e desistenza. Abbandono significa fare qualcosa in meno di quello che dovremmo fare in base al percorso terapeutico. Accanimento significa, invece, fare qualcosa in più rispetto a quello che dovremmo fare, il più delle volte è un modo per tenere buoni i parenti, mentre la desistenza è il momento in cui capiamo che dobbiamo fermarci e capire che strada prendere. Infatti l’accanimento terapeutico è già vietato per legge, non è stato introdotto dalla recente legge sul testamento biologico, ed è sbagliato».

Quindi Angelelli ha puntato il dito sulle responsabilità dei media, colpevoli di aver fatto una gran confusione creando un’ansia nei confronti del fine vita: «Quasi come – osserva don Angelelli – uno voglia allungare fintamente la vita delle persone. Non solo non si può fare, ma ha anche un costo enorme che non vuole sostenere nessuno. Ma proprio perché c’è una certezza sul percorso da intraprendere, bisogna dapprima fare tutto il possibile. Quando non c’è più nulla da fare ci si riunisce in equipe, anche alla presenza dell’assistente spirituale che ha seguito la famiglia del malato, e se in scienza e coscienza si è fatto tutto quello che si poteva fare, questo è il momento in cui ci si ferma. Perché non c’è più evidenza clinica, un obiettivo terapeutico. Non tutto quello che è possibile fare è giusto fare e, in un determinato momento, il medico fa la sua scelta e dice “Non c’è più niente da fare”. Quando i pazienti vi chiederanno se avete fatto tutto il possibile, voi sanitati direte “Sì” quando avrete fatto tutto quello che è scientificamente appropriato».

Infatti, bisogna distinguere tra una dimensione della guaribilità e una dimensione della curabilità: «L’obiettivo è la guarigione finché è possibile e raggiungibile – precisa il presbitero -, mentre la cura è sempre possibile in qualsiasi momento e dimensione. Le persone sono a volte guaribili, ma sempre curabili. Alcune Asl, in Italia, stanno rifiutando supporti, terapie, assistenza domiciliare e alcuni presidi, perché iniziano a confondere tra guaribile e curabile. Gli incurabili? Io non li conosco, conosco gli inguaribili, non gli incurabili».

Antonella Frattari, Unità operativa Terapia intensiva Ospedale Civile di Pescara

La curabilità, dunque, può essere sempre assicurata anche quando la guarigione è impossibile grazie alle cure palliative, che all’Ospedale Civile di Pescara sono una prassi consolidata: «Le cure palliative – illustra la dottoressa Antonella Frattari, dell’Unità operativa di Rianimazione del nosocomio pescarese – fanno parte delle cure intensive e sono cura attiva totale dei malati la cui malattia, di base, non risponde più a trattamenti specifici. Quando il paziente non può essere più guarito ma dev’essere comunque curato, è fondamentale il controllo del dolore, degli altri sintomi e dei problemi psicologici, sociali e spirituali. L’obiettivo delle cure palliative è il raggiungimento della migliore qualità di vita possibile per i malati e per le loro famiglie, oltre a una migliore qualità della morte».

Un parametro, quello della qualità della vita, criticato da don Angelelli: «Attenti a inserire il parametro della qualità della vita – ammonisce – che ha in sé un valore esplosivo, in quanto significa introdurre un criterio in base al quale qualcuno vale la pena che viva e qualcun altro no. Se c’è vita va rispettata, qualunque sia la sua condizione. C’è attività cerebrale? Sì? Allora c’è vita. Quando arriva il silenzio cerebrale, allora c’è la morte. È semplice, la Chiesa si affida alla scienza per definire se una persona è viva o morta e dal 1968 vige il concetto della morte cerebrale. Se c’è il silenzio del tronco encefalico, allora c’è la morte. Al contrario, la persona è viva e va curata».

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

E dal punto di vista curativo, le cure palliative sono ritenute il metodo migliore per accompagnare i malati terminali anche dalla Chiesa: «Le persone che arrivano a questo punto – sottolinea monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne – devono essere accompagnate, aiutate con le cure palliative e devono essere sostenute da un punto di vista psicologico, spirituale e medico. È inoltre importante la relazione tra malati, operatori sanitari e familiari. Questo è il circolo virtuoso che dà la possibilità ai malati di saper accogliere anche un passaggio difficile, com’è quello del fine vita».

Successivamente, il convegno ha trattato nello specifico la nuova legge in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento, numero 219 del 31 gennaio 2018, approvata definitivamente in Senato con 180 voti favorevoli, 71 contrati e 6 astenuti. È questa una legge di otto articoli, di cui tre tecnici mentre i restanti sono la legge vera e propria: «Le disposizioni anticipate di trattamento – approfondisce don Massimo Angelelli – erano nate come dichiarazioni, ma sono state modificate in disposizioni facendo in modo che i medici abbiano l’obbligo di rispettarle. Per quanto riguarda il consenso informato, per ciò che concerne il personale sanitario, non è solo un foglio da firmare. È un colloquio in cui le persone si rendono conto di cosa stiano facendo sul loro corpo o su quello del loro caro. Consenso informato significa trovare il linguaggio giusto per riuscire a far capire alle persone che cosa faremo, cosa che nelle terapie intensive non sempre avviene perché scappa qualche parola di “medichese”, mentre devono essere spiegate in maniera semplice».

Nella stesura della legge, è stata quindi individuata una prima difficoltà: «L’impossibilità – denota il direttore nazionale della Pastorale della salute – di definire in modo netto il momento in cui la terapia diventa accanimento terapeutico. Questo è un limite condiviso, certo ci sono le linee guida della Società di cure palliative, ma alla fine è il medico che deve fare una valutazione ed è difficile applicare un principio oggettivo all’accanimento terapeutico. Come si fa a dire quando è veramente accanimento, ma soprattutto la persona come fa a definire quando nella sua vita ci sarà accanimento, affermando “Io non voglio che si accaniscano”? Ma l’accanimento non si attuerebbe comunque, perché è già vietato per legge e presentare questo provvedimento come contro l’accanimento terapeutico è fondamentalmente scorretto».

Ma forse l’aspetto più divisivo della nuova legge, è la definizione somministrazione di acqua e cibo per via artificiale come trattamenti sanitari: «Dal punto di vista cattolico – puntualizza don Angelelli – questo non è accettabile, del resto la scienza ci dice che a meno di controindicazioni idratazione e nutrizione devono essere assicurati. Ma la legge ha cambiato i presupposti di queste azioni, passandole da sostentamento naturale della vita a trattamento terapeutico che, in quanto tale, dev’essere approvato dalla persona e può essere sospeso. Dal punto di vista cattolico questo non è accettabile, perché far bene e dar da mangiare a una persona non è un trattamento sanitario, ma sostegno alla vita. Un paziente in stato vegetativo persistente in respirazione spontanea, vuol dire che ha attività del tronco e ha bisogno solo di essere idratata e alimentato perché non può farlo spontanenamente».

A tal proposito, il sacerdote ha ricordato il caso di Eluana Englaro: «Era in uno stato di coma persistente – ricorda don Massimo Angelelli -, doveva solo essere idratata e alimentata, ma decisero di sospendere. Dal punto di vista etico-cattolico è inaccettabile, anche perché abbiamo la descrizione di quelle che sono le reazioni del corpo di Eluana all’assenza di liquidi, con l’insorgenza di contrazioni muscolari e dolori forti che hanno richiesto la palliazione, poi la sedazione, la sedazione profonda  ed Eluana è morta. Dal punto di vista cattolico non lo possiamo accettare, ma questa fase è già stata superata perché la prima persona italiana su cui è stata applicata la legge si chiamava Patrizia, aveva 49 anni e viveva a Nuoro. Era tracheostomizzata, essendo affetta da Sla, era cosciente e dialogante, ha potuto comunicare la sua intenzione che gli venisse sospesa anche la respirazione artificiale, cosa che la legge non prevede. Eppure l’hanno fatto, Patrizia è stata sedata e poi le hanno spento il respiratore. Dal punto di vista cattolico questo si chiama eutanasia, uccidere una persona. Se ti aiuto a morire è assistenza al suicidio».

A questo punto, a detta del sacerdote, si crea un dilemma morale tra la libertà di autodeterminazione del paziente e la libera scelta dell’operatore sanitario chiamato ad accogliere e consentire la scelta del paziente: «Il deficit di questa legge – denuncia Angelelli – è che non esprime in maniera chiara la libera decisione del medico, se sia d’accordo o meno con la scelta del paziente, perché la legge obbliga il sanitario ad accettare la volontà del paziente proprio perché è stata chiamata “Disposizione anticipata di trattamento”. Se una persona arriva nel vostro Pronto soccorso – afferma rivolgendosi agli aspiranti infermieri – e dice che non vuole essere toccata o rianimata, avendolo messo per iscritto, se voi intervenite rischiate di essere denunciati. Ma siccome tra la nuova legge e il Codice penale c’è una discrepanza, se non intervenite rischiate di essere denunciati comunque proprio perché il Codice penale, attualmente, prevede la punibilità per colui che facilita o assiste il suicidio. Dovranno intervenire modificando questa norma, magari facendo una legge sull’eutanasia secondo la quale chi vuole morire è giusto che debba morire. Se io fossi un medico, che ha fatto questa scelta di vocazione per salvare le persone, non me la sentire di uccidere una persona».

Da qui l’appello alle istituzioni: «Allora – esorta il presbitero – lasciamo la possibilità di obiettare, di dire “Io non lo faccio, lo farà qualcun altro più sereno di me in coscienza”. La legge deve permettere di esercitare un diritto di coscienza, dato che sono 40 anni che la legislazione italiana ha conquistato il diritto all’obiezione di coscienza e questa è la prima legge che non prevede questo diritto costituzionale. C’è, dunque, qualcosa che non va».

Un’altra problematica, inoltre, è la difficoltà di conoscere le disposizioni anticipate di trattamento del paziente: «Perché la legge prevede che ci sia uno strumento conoscitivo, per me irrealizzabile – riflette il direttore nazionale della Pastorale della salute -, ovvero una tessera o una card, che contenga tutti i dati biologici, ma anche le disposizioni anticipate di trattamento del paziente in modo che in Pronto soccorso si possa conoscerle. Ma se, in seguito ad un’emergenza, voi dovete decidere se rianimare o meno voi dovreste essere in grado di conoscere le disposizioni del paziente».

Criticata anche la retroattività delle legge: «Una cosa che in giurisprudenza – denota don Massimo Angelelli – non si fa quasi mai. Questa legge sana retroattivamente qualsiasi disposizione, che adesso può essere depositata presso il segretario comunale, oppure firmando un foglio olografo e consegnandolo ai parenti, ma anche rivolgendosi ad un notaio. Dunque questa legge sana tutti le comunicazioni cartacee precedentemente scritte. Ma il rischio è che se io, per assurdo, avessi un trisnonno sulla sedia a rotelle da 20 anni e decido che è ora di farlo morire, perché magari non si sblocca  la casa o l’eredità, io “troverò” un foglio in cui c’è scritto che il trisnonno vuole morire. Questo avrebbe valore legale. Questo perché non c’è il registro nazionale delle volontà di fine vita e la retroattività è un problema».

Armando Mancini, direttore generale Asl di Pescara, primo da sinistra

Da qui scaturisce un’ulteriore riflessione: «Dal punto di vista ecclesiale – ribadisce Angelelli – c’è un pensiero dominante che sta cercando di ridurre al silenzio la coscienza delle persone. Da una parte mi stanno dicendo che obiettare in coscienza è un problema, dall’altra mi tolgono l’obiezione di coscienza. Io mi sento costretto in una legge che invade la libertà delle persone, non lasciando loro la libertà di scelta, è una legge costrittiva che a mio parere non porta a nulla di buono».

Sulla nuova legge in materia di consenso informato, dopo la relazione di Massimo Angelelli, è arrivata la replica del direttore generale della Asl di Pescara, nonché medico, Armando Mancini: «Il succo sta – afferma – nella considerazione di alimentazione e idratazione artificiale, ovvero assicurata attraverso una sonda che passa da un “buco”. Quindi non togliamo a queste persone il cibo dalla bocca. In alcuni casi per idratare o alimentare una persona, bisogna legarla per evitare che non si sfili il sondino. Ho visto persone trascorrere legate gli ultimi giorni di vita, perché non si sfilassero il sondino, per campare solo tre giorni in più. In Rianimazione bisogna starci per capire. Capisco che per il pensiero cattolico la vita non è nostra, e arrivare a dire di negarla significa contraddirlo, ma da Cavour in poi l’Italia è una stato laico».

About Davide De Amicis (2725 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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