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“Gesù eucaristia, che mangiamo, va donato e incarnato nella storia dei fratelli”

"Della domenica - sottolinea monsignor Valentinetti - sicuramente dobbiamo tenere conto nel nostro appuntamento settimanale con questa presenza divina, che continua a squadernarsi nella storia, perché viene a noi, facciamo la comunione, siamo in comunione con Dio e siamo in comunione tra di noi"

Lo ha affermato sabato sera l’arcivescovo Valentinetti presiedendo, presso la Cattedrale di San Cetteo, la Santa messa nella solennità del Corpus Domini

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, presiede la processione del Corpus Domini

Sabato sera c’è stata una grande partecipazione della comunità diocesana alla Santa messa della solennità del Corpus Domini presieduta, nella Cattedrale di San Cetteo, dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti.

L’arcivescovo Valentinetti pronuncia l’omelia

Così come un’ampia partecipazione di fedeli ha fatto registrare la successiva processione del corpo di Cristo che, attraversando viale D’Annunzio, via Italica, viale Marconi, piazza Unione, Ponte Risorgimento, piazza Duca D’Aosta, Corso Vittorio Emanuele e via L’Aquila, si è poi conclusa nella chiesa dello Spirito Santo: «Siamo chiamati a contemplare – esordisce il presule -, a meditare e a rinnovare la nostra fede nel grande mistero dell’eucaristia, memoriale della passione, della morte e della risurrezione di Cristo. “Annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la Tua risurrezione nell’attesa della Tua venuta”. Gesù ha voluto che questo gesto si perpetuasse nei secoli e nella storia. Non era sufficiente o, forse, era totalmente sufficiente, ma costantemente da rinnovare quel mistero di dono che in quell’ultima cena si realizzò. L’evangelista Marco, meglio di altri, ci fa vedere come i discepoli stessi fossero ignari di quanto stava per accadere. È Gesù che indica dove devono andare perché si potesse mangiare la Pasqua “Troverete un uomo con una brocca d’acqua, seguitelo!”. È questo il segnale ed essi raccolgono l’invito di Gesù e preparano quella Pasqua, memoriale degli ebrei, che era sicuramente ricordo di una liberazione, ma forse anche qualcosa di più. La nube che accompagnava il popolo nel deserto aveva significato una presenza divina».

Ma a Dio non bastava solo un segno esteriore: «Aveva bisogno – sottolinea l’arcivescovo Valentinetti – di un segno totalmente impregnato di umanità e dopo l’annientamento di Dio nell’incarnazione, ecco l’annientamento di Dio e di Cristo nell’eucaristia. Ma può Dio essere contenuto da un piccolo pezzetto di pane? Può essere Dio contenuto da un semplice sorso di vino? Ebbene sì, è possibile, Dio lo può in Cristo, per mezzo di Cristo, con Cristo. Ecco perché, dopo la preghiera eucaristica, il celebrante dice “Per Cristo, con Cristo, in Cristo. In Te, Dio Padre onnipotente, ogni onore e lode nei secoli dei secoli”, perché questa presenza divina si continua a mantenere viva nella storia».

Alcuni dei sacerdoti concelebranti

A questo punto, se è questa la contemplazione che siamo chiamati a vivere, monsignor Valentinetti si è chiesto quale dovrebbe essere la nostra risposta: «Certamente – osserva – i devoti direbbero comunione quotidiana. , perché no?! Bisognerebbe tornare a questa capacità di vivere l’eucaristia quotidianamente, ma a malapena i battezzati la stanno vivendo la domenica. Qui apriremmo una grossa parentesi… Che cosa ne abbiamo fatto della domenica, del giorno del Signore? Il giorno dello svago? Il giorno della spesa? Il giorno del viaggio? Il giorno degli incontri, forse, fuori dalla comunità cristiana? O forse la domenica non dovrebbe ritornare ad essere il giorno del Signore, il Signore dei giorni? Questa diocesi su questo tema, nel 1977, ha vissuto un congresso eucaristico dal titolo “La domenica, il Signore dei giorni”. E della domenica sicuramente dobbiamo tenere conto nel nostro appuntamento settimanale con questa presenza divina, che continua a squadernarsi nella storia, perché viene a noi, facciamo la comunione, siamo in comunione con Dio e siamo in comunione tra di noi. Continua a visitare noi peccatori, non ha nessun ritegno nei confronti dei limiti e del nostro peccato. Lui continua a dire, per mezzo delle mani del sacerdote, “Il corpo di Cristo, il corpo di Cristo, il corpo di Cristo. E allora come rispondiamo? Rispondiamo certamente con questa fedeltà, ma forse dobbiamo anche rispondere con quanto la prima lettura, la pagina del libro dell’Esodo, ci ha narrato. L’alleanza tra Israele e Jahvè si basava sicuramente su di un sacrificio di tori, di capre, agnelli e il sangue è stato asperso sul popolo, ma si basava anche su di un’altra verità “Quello che il Signore ha detto, noi lo faremo”. Possiamo dire noi di essere ostie eucaristiche dentro la storia, dentro la comunità, nel dire “Ciò che il Signore ha detto, noi lo faremo”, così come il popolo d’Israele ha vissuto per tantissimi anni, per tantissimi secoli”?».

Molti fedeli hanno gremito la Cattedrale di San Cetteo

Da qui la congiunzione tra Eucaristia e Parola: «La messa – spiega l’arcivescovo di Pescara-Penne – ha una prima parte in cui si ascolta la Parola, perché questa sia vissuta, sia realmente eucaristicizzata, cioè sia trasformata in eucaristia da Cristo e in noi diventi eucaristia per il mondo intero e per i fratelli». Del resto, a detta del presule, la nostra capacità di credenti nasce dall’ascolto: «Ascolta Israele, ascolta Chiesa, ascolta Chiesa di Pescara-Penne – esorta -, ascolta la Parole e trasformati in eucaristia, cibo vivente per l’umanità. Oggi pomeriggio ho avuto un bellissimo incontro con, forse, più di 500 ragazzi dell’Azione cattolica. Alla fine dell’omelia ho chiesto loro di ridiventare ciò che l’Ac gli proponeva sempre, ovvero di essere missionari e avere il coraggio di portare Gesù nel luogo dove vivevano. Ho chiesto ai ragazzi che il prossimo anno dovranno essere il doppio di quelli che sono stati quest’anno, “Dovete portare Gesù a un vostro amico”. Se lo dico ai ragazzi, lo dico anche a voi. Gesù eucaristia che questa sera mangiamo va donato, va incarnato dentro la storia dei fratelli. Recuperiamo questa concentrazione d’amore e allora lasceremo che Cristo, con la parola degli ebrei, venuto come sommo sacerdote attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, possa entrare nel santuario di questa storia che stiamo vivendo. Lo spazio della nostra vita, dice un salmo, 70-80 anni se ci sono le forze, forse qualcosa in più perché la vita si è allungata. La maggior parte in fatica e vanità passano presto e noi ci dileguiamo. In 70-80 anni, o forse più, quante persone abbiamo portato a Cristo, quante persone abbiamo portato all’ascolto della sua parola e ad entrare nel suo amore? Se faremo la processione, non è devozione, non è una parata. È un segno sacramentale, Cristo vuole entrare in questa città. Voi mi direte “Ma perché, non c’è?” Purtroppo no. In molte circostanze, situazioni, momenti, Cristo non c’è. E di chi è la responsabilità? È nostra, prima di tutto mia di vescovo, e ne accuso i miei peccati, e dei miei fratelli presbiteri se non portano Cristo in questa città e di voi laici con noi».

Da qui l’auspicio finale: «Che il Signore ci accompagni e la Vergine Santa ci custodisca in questo cammino, come ha custoditogli apostoli nell’ultima cena».

About Davide De Amicis (2654 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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