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Orazio Coclite: “La voce è un dono di Dio, bisogna metterlo a disposizione”

"Cerco di spiegare alcuni passaggi del Vangelo con parole semplici - racconta lo speaker della Santa messa -, perché noi entriamo nelle case di tutti anche delle persone semplici, per far capire quello che sta accadendo. E anche se alcune volte vengo contestato, perché copro alcuni momenti della celebrazione, per me è fondamentale arrivare al cuore della persona che in quel momento non capisce e ha bisogno di una spiegazione"

Lo storica voce di Radio Vaticana e Rai, dopo il commentato della messa dal Santuario pescarese della Divina misericordia, si è raccontato a La Porzione.it

Orazio Coclite

Orazio Coclite, 58 anni di origini calabresi, laureato in Scienze politiche e Teologia, è redattore e voce storica di Radio Vaticana, nonché commentatore liturgico per le messe papali e non trasmesse da Raiuno. Quotidianamente i fedeli pescaresi lo ascoltano sulle frequenze (87.60 Fm) e sullo streaming web (https://tunein.com/radio/Radio-Speranza-876-s95182/) di Radio Speranza Inblu, la radio dell’arcidiocesi di Pescara-Penne collegata a Radio Vaticana. La scorsa domenica ha prestato la sua voce anche per commentare la celebrazione eucaristica trasmessa in diretta dal Santuario della Divina misericordia in Pescara, al termine della quale si è voluto raccontare in esclusiva per i lettori de La Porzione.it.

Orazio Coclite, è inevitabile partire dal chiederle l’origine del suo nome…

«Non ho mai fatto ricerche sul mio cognome, mentre il nome è stato un dono del mio papà che in vita rimproveravo, dicendogli “Con i due fratelli più grandi che ho, non potevi chiamare Orazio uno di loro?”. Nel tempo non sono mancate le battute che mi accostavano all’eroe romano, rimaste tali, e oggi sono fiero di portare questo nome».

Da quanto tempo porta avanti la sua professione?

«Sono a Radio Vaticana da oltre 30 anni, seguo le Sante messe per la Rai da 25 anni e proprio quest’anno sono stato per la venticinquesima volta speaker della via Crucis al Colosseo, che per me ha rappresentato davvero una grande gioia, un gran dono che mi ha fatto il buon Dio. Del resto, dico sempre che la voce è uno strumento, un dono di Dio, e bisogna metterlo a disposizione».

Cosa vuol dire, ogni domenica e in occasione delle solennità più importanti, entrare nelle case degli italiani, soprattutto dei più fragili impossibilitati ad andare a messa, portando loro l’annuncio evangelico di Dio?

«Per me è un ruolo di grandissima responsabilità e in chiusura di ogni diretta, saluto proprio gli ammalati, i carcerati e le persone sole nelle case di riposo. È destinata a loro la celebrazione della Santa messa. Io tengo sempre a mente le parole che mi disse Papa Giovanni Paolo II, che per me che sono entrato a Radio Vaticana sotto il suo pontificato è stato un grande maestro, “Sei uno strumento nella mani di Dio”. All’inizio credevo fosse un rimproverò, ma poi il Papa mi spiegò e mi disse di rispettare e ascoltare il silenzio. Lì per lì non capii e risposi “Santità, lei mi paga per parlare e io devo stare zitto?”. E lui rise».

Giovanni Paolo II è stato solo il primo dei tre Papi con i quali ha lavorato. Cosa hanno rappresentato per lei ciascuno di loro?

«Giovanni Paolo II è stato un grande punto di riferimento, Benedetto XVI me lo porto nel cuore e adesso con Papa Francesco troviamo anche difficoltà per realizzare i commenti, perché ha un linguaggio così semplice e diretto da renderli quasi inutili».

Come imposta il suo commento liturgico?

«Il messaggio che passo è il Vangelo del giorno e quello che mi propongo sempre è di non strafare, perché in quel momento io sono un portavoce, un messaggero della Parola di Dio. Così cerco di spiegare alcuni passaggi del Vangelo con parole semplici, perché noi entriamo nelle case di tutti anche delle persone semplici, per far capire quello che sta accadendo. E anche se alcune volte vengo contestato, perché copro alcuni momenti della celebrazione, per me è fondamentale arrivare al cuore della persona che in quel momento non capisce e ha bisogno di una spiegazione. Ma tutto questo, sempre, senza strafare e vivendo la celebrazione mettendomi nei panni di un fedele che partecipa alla Santa messa. Chiaramente mi preparo in anticipo e, soprattutto in occasione delle liturgie papali, chiedo molto prima i testi all’Ufficio delle celebrazioni liturgiche, meditandoli approfonditamente e trovando la frase giusta per spiegarli senza coprire il celebrante. Altrimenti il rischio è di scadere nella ripetizione, accavallandosi, e non è bello. Io, prima di ogni diretta, alzo gli occhi al cielo e dico “Dio mio, mettimi le parole giuste al momento giusto in bocca”. Perché noi, con il nostro lavoro, possiamo essere la salvezza o la rovina delle persone che ci seguono, il nostro messaggio è fondamentale».

Quanto incide il suo cammino di fede nel suo lavoro?

«Tantissimo. Portarsi questo bagaglio è fondamentale, perché tu vivi e trasmetti. Una volta mi è stato chiesto di fare il commento di una partita di calcio. Io mi sono rifiutato, perché non sono uno sportivo, credo che ognuno di noi debba fare quello che si sente. Certo, mi metto anche in discussione, perché se mi permetto di dire “Amare il prossimo” e poi non lo vivo, non amo il vicino che mi sta accanto, per me è una tragedia».

About Davide De Amicis (2702 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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