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“Viviamo un cristianesimo tiepido non ascoltando il Signore che ci parla”

"Fratelli, sorelle - invoca monsignor Valentinetti -, che il Signore ci conceda il suo spirito di sapienza, d'intelletto, di consiglio, di fortezza, di scienza, di pietà e di santo timore di Dio, perché questa santità che chiama a metterci alla scuola di Gesù buon pastore, possa fruttificare per il bene di questa comunità, per il bene della nostra diocesi e per il bene della nostra patria. Preghiamo per la nostra patria, perché veramente sia all’altezza del compito che la sta sfidando per la nostra Europa e per il mondo intero"

Lo ha affermato domenica l’arcivescovo Valentinetti presiedendo, nella chiesa di San Michele Arcangelo a Città Sant’Angelo, la messa in presenza del velo di Sant’Agata

L'arcivescovo Valentinetti impartisce la benedizione solenne con il velo di Sant'Agata

Il velo di Sant’Agata

È stato l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, domenica sera, a presiedere la Santa messa nella chiesa collegiata di San Michele Arcangelo a Città Sant’Angelo, che dal giorno prima ha ospitato il pellegrinaggio del velo di Sant’Agata alla presenza di numerosi fedeli e di molti sindaci pescaresi. La reliquia, giunta dalla Cattedrale di Catania accompagnata dal parroco monsignor Barbaro Scionti, è stata esposta in conclusione della kermesse “Dall’Etna al Gran Sasso”, che da anni rappresenta il gemellaggio in essere tra la comunità angolana e quella catanese di Nicolosi. Al velo di Sant’Agata, molto venerato in Sicilia e non solo, si attribuisce la protezione del popolo catanese da una colata di lava che dall’Etna avrebbe invaso la città. Infatti quando Sant’Agata venne spinta in una fornace ardente (il 5 febbraio del 251), in quanto essendo consacrata aveva rifiutato le attenzioni del proconsole Quinziano, il suo velo rimase intatto.

Un culto, quello verso Sant’Agata, di origini antiche anche a Città Sant’Angelo dove domenica il presule ha impartito la benedizione solenne proprio attraverso impugnando il sacro velo: «Discepoli del Signore – esordisce il presule, riferendosi al Vangelo del giorno – lo siamo un po’ tutti o dovremo esserlo un po’ tutti. In forza del battesimo e della cresima che abbiamo ricevuto, anche noi dovremmo sentirci mandati a portare l’annuncio del Vangelo, ma per poter annunciare il Vangelo, per poter trasferire ai fratelli ciò che ha deposto e depone nel nostro cuore, occorre avere dei tempi con Lui, andare in disparte con lui. Gesù invita i discepoli ad andare con Lui a riposarsi, perché avevano compiuto una missione e c’era tanta gente intorno a loro. Questo andare in disparte significa riprendere fiato, coraggio, vigore, franchezza, nell’annuncio del Vangelo e soprattutto nella testimonianza».

L’arcivescovo Valentinetti pronuncia l’omelia

Da qui una domanda: «Sapete perché viviamo un cristianesimo tiepido? Perché, diciamoci la verità, belle occasioni come queste in cui riusciamo a vedere una partecipazione di fedeli convinti di quello che stanno facendo, grazie anche a un moto di religiosità popolare che spinge tante persone a unirsi nella preghiera, li vediamo un po’ raramente. Stiamo vivendo un tempo di cristianesimo tiepido, certamente non è un tempo di cristianesimo come quello di Sant’Agata che ha dato la vita per la testimonianza al Signore, perché forse stiamo poco in disparte con Lui e dedichiamo poco tempo all’ascolto del Signore che ci parla. E come ci parla? Non attraverso locuzioni interiori, sapete c’è qualcuno che ha questo dono ma sono rarissimi casi, ci parla attraverso la Parola, il Vangelo, il ministero dei vescovi e dei presbiteri, ci parla attraverso il magistero pontificio e i mezzi normali, perché noi possiamo ascoltare il Signore che ci vuole comunicare amore, verità, pace, giustizia, benevolenza, comunione e tutto ciò che di buono, di bello e di santo c’è nella vita nostra e dei nostri fratelli».

Un ascolto che viene trascurato nella quotidianità d’ogni giorno: «Si legge il Vangelo nelle vostre case? – interroga l’arcivescovo Valentinetti – Sì, qualcuno lo legge, ma quale famiglia la sera qualche volta, invece di stare di fronte a quella “scatola” all’angolo del muro, si ferma un attimo a leggere un piccolo brano del Vangelo? Gli anziani mi raccontano che anticamente, quando non c’era la televisione, ci si riuniva intorno al fuoco per la recita del rosario. Per l’amor del cielo, forse è una tradizione superata questa, ma cosa ci abbiamo messo dentro al suo posto? Niente! Un po’ di Vangelo, non dico tutte le sere, ma una volta, due volte la settimana, una preghiera comune prima della mensa, una celebrazione eucaristica domenicale vissuta in famiglia, non “Vai a messa” ma “Andiamo a messa”. Ci sono tante occasione, ma se le manchiamo siamo come quelle folle che andavano da Gesù e sembravano pecore senza un pastore, per le quali Gesù ha avuto compassione. Dunque, volendo fare una congiunzione, o abbiamo una fede tiepida perché la vita è difficile oppure è vero il contrario, la vita è difficile perché abbiamo una fede troppo tiepida e non sappiamo interpretare gli elementi della vita alla luce della fede. Questo perché ci mancano le coordinate, ci mancano i dati essenziali, ci mancano i numeri. E allora il Signore, che non ci abbandona mai, che non ci lascia mai, che non ci fa mancare la sua misericordia, che non ci fa mancare la sua bontà, continua a chinarsi».

Un momento della Santa messa

Ma il problema non è solo delle pecore: «Certo – aggiunge monsignor Tommaso Valentinetti – voi potete rispondermi immediatamente “Ma voi pastori che fate? Siete totalmente adempienti?”. Forse non siamo totalmente adempienti, ma ci mettiamo tutta la buona volontà, tutte le nostre capacità, tutto quello che abbiamo. Certo un antico detto latino dice che “nessuno dà quello che non ha” e un altro detto abruzzese dice che “la banda suona con i bandisti che ha”. Però la banda deve suonare, anche quando deve suonare stonata, e ci siamo capiti. E allora rimbocchiamoci le mani sul serio perché, altrimenti, il pellegrinaggio di un velo santo e taumaturgico che, per intercessione di Sant’Agata, ha fatto tanti miracoli come quello di fermare la lava dell’Etna, sarà stato un pellegrinaggio inutile».

Così come diverrebbe inutile un altro evento, che sta per verificarsi nell’arcidiocesi di Pescara-Penne: «La canonizzazione del Beato Nunzio Sulprizio da parte di Papa Francesco a Roma il 14 ottobre. Lo ha decretato lo stesso Papa, giovedì scorso, nel Concistoro ordinario pubblico a cui ho avuto l’onore di partecipare. Una vita di santità, quella del Beato Nunzio, morto a 19 anni testimoniando l’amore del Signore. Voi mi direte “Ma era nel 1800!”. Guardate che esempi di santità ci sono ancora oggi, il Signore non li fa mancare alla Chiesa. Anche perché non abbiamo bisogno di una santità straordinaria, ma di una santità ordinaria come la chiama Papa Francesco nella Gaudete et exsultate, esortazione apostolica sulla santità. Tu marito devi essere santo vivendo accanto a tua moglie, tu moglie devi essere santa vivendo accanto a tuo marito. Tu figlio devi essere santo vivendo dentro la storia della tua famiglia, tu operaio vivendo i tuoi doveri, tu amministratore vivendo il tuo servizio».

I sindaci e le altre autorità presenti

A tal proposito, l’arcivescovo Valentinetti ha dedicato una riflessione particolare ai sindaci presenti alla Santa messa: «Voi sapete che io ammiro i sindaci – sottolinea -, ho anche proposto un partito dei sindaci, perché sono quelli che veramente s’impegnano mettendoci la faccia di fronte alla popolazione, mentre gli altri stanno seduti sulle grandi poltrone a non fare niente».

Il sindaco di Città Sant’Angelo Gabriele Florindi consegna il gioiello a mons. Barbaro Scionti

Quindi monsignor Valentinetti ha concluso la sua omelia: «Di questa santità abbiamo bisogno – ribadisce – se vogliamo rovesciare l’andamento certamente non positivo verso cui stiamo andando. Fratelli, sorelle, che il Signore ci conceda il suo spirito di sapienza, d’intelletto, di consiglio, di fortezza, di scienza, di pietà e di santo timore di Dio, perché questa santità che chiama a metterci alla scuola di Gesù buon pastore, possa fruttificare per il bene di questa comunità, per il bene della nostra diocesi e per il bene della nostra patria. Preghiamo per la nostra patria, perché veramente sia all’altezza del compito che la sta sfidando per la nostra Europa e per il mondo intero».

La processione conclusiva del velo di Sant’Agata

Al termine della celebrazione eucaristica, il sindaco Gabriele Florindi ha omaggiato il velo di Sant’Agata con un gioiello tipico dell’arte orafa abruzzese, progettato dall’orafo angolano Francesco Mutani, che entrerà a far parte del tesoro della santa catanese. Infine, la processione del sacro velo attraverso le vie del centro storico di Città Sant’Angelo.

About Davide De Amicis (2726 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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