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Essere educatori: “Mettersi alla sequela di Dio e dare tutto per amore”

"Oggi i giovani - osserva il teologo don Armando Matteo - diventano loro i maestri, l’immagine, e il messaggio che noi adulti gli diciamo è “Non crescete mai”. Questa è la perversione nella quale ci troviamo, dovuta a questa perdita di generatività, a questa perdita di desiderio che la vita continui anche dopo di noi, che ci siano altri a godere della vita in pienezza. C’è da aiutare il mondo degli adulti a scoprire la bellezza di diventare adulti. La vera gioia è proprio quella di incarnare fino in fondo l’esperienza dell’essere genitori e della responsabilità"

Lo ha affermato venerdì sera l’arcivescovo Valentinetti, presiedendo la messa finale del convegno pastorale diocesano 2018 dal tema “Educare… voce del Verbo”

L'arcivescovo Valentinetti presiede la messa finale del Convegno pastorale diocesano "Educare... voce del Verbo"

«Siamo educatori se siamo alla sequela di Dio, siamo educatori se ci mettiamo dietro quella sequela, se abbiamo preso coscienza del nostro sé e se questo sé è capace di dare tutto e dare tutto per amore, come Lui ha dato tutto e ha dato tutto per amore». Lo ha affermato ieri sera l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti pronunciando, nella chiesa pescarese dello Spirito Santo, l’omelia della Santa messa che ha chiuso il convegno pastorale diocesano dal tema “Educare… voce del Verbo” (quarto dei cinque verbi emersi dal Convegno ecclesiale nazionale di Firenze del novembre 2015, per applicare in concreto l’esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco): «Certo – precisa il presule – ciò significa stabilire una Chiesa altra. Non più una Chiesa una Chiesa che si basa sulle dimostrazioni filosofico-scientifiche, non più una Chiesa che va dietro la prima, la seconda, la terza apparizione della Madonna che può esserci in giro per il mondo, eccettuate quelle già riconosciute dalla Chiesa per le quali mi tolgo tanto di cappello. Non più una Chiesa che ha bisogno di una dimostrazione di potenza del Luminoso».

Da qui un ammonimento alla comunità diocesana: «Guardate che – avverte monsignor Valentinetti – o usciamo da questa impasse, e forse riprenderemo il dialogo con il mondo, con la storia, con l’uomo e con i giovani che la notte vagano per Pescara, o avremo perso il treno e saremo “vergini stolte senza olio”».

Quest’ultimo è il riferimento alla parabola nuziale evangelica delle vergini prudenti e delle vergini stolte dove, in confronto all’oggi, le vergini rappresentano le parrocchie: «Siamo dentro un ruolo di saggezza e di prudenza – interroga l’arcivescovo di Pescara-Penne – o siamo dentro a un ruolo di stoltezza? E traduco, siamo attenti e vigilanti o siamo addormentati? Abbiamo delle comunità parrocchiali che portano con sé olio o che non lo portano? Comunità, cioè, che sono attente e vigilanti per capire quando è il tempo opportuno con il passaggio dello Spirito o, se volete, dello Sposo che arriva a bussare alla porta della nostra casa».

Da questo punto di vista, secondo l’arcivescovo, i corsi di aggiornamento pastorale rappresentano il pieno dell’olio: «Sì va lì – conferma Valentinetti – per prendere olio da bruciare. Corsi di aggiornamento pastorale che, oltre a quello appena terminato, sono tutti i cammini parrocchiali e diocesani per andare a prendere olio, perché la lampada non si spenga. Perché la lampada è il segno dell’amore, la luce è il segno di un amore che continuamente si muove come una fiammella in cerca di abbracciare il suo sposo. E invece, poi, quando ci accorgiamo che lo Sposo ha bussato, dobbiamo andare a recuperare l’olio, ma per farlo impieghiamo tempo e passa l’attimo presente e passa una generazione e passa un gruppo di persone a cui non abbiamo dato la fiammella giusta».

Da qui un secondo  ammonimento: «Capite bene – sottolinea il presule – che a questo punto la responsabilità diventa grave, perché poi arriva veramente il Signore e noi gli diciamo “Aprici, facci entrare”, ma la risposta è brutta “In verità vi dico, non vi conosco, avete perso tempo”. Ma il Signore è buono e misericordioso, ci aiuta ulteriormente dicendoci “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”. Il Signore ci dice di rimetterci in cammino, di avere il coraggio e la forza di riprendere in mano i documenti della Chiesa, gli insegnamenti dell’arcivescovo e di riprendere in mano anche gli stimoli che arrivano da una realtà di una contemporaneità di riflessione che ci viene offerta».

Padre Roberto Di Paolo, direttore Istituto superiore di Scienze religiose Toniolo

Riflessione come quella proposta giovedì pomeriggio da don Armando Matteo, scrittore e docente di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma che, sul palco del Cinema teatro Circus di Pescara, ha risposto alla domanda “Chi educare?”. Domanda introdotta dalla lectio brevis curata dal direttore dell’Istituto superiore di Scienze religiose Toniolo Padre Roberto Di Paolo: «Dio stesso – premette il religioso, analizzando i versetti 1-5 al capitolo 8 del libro del Deuteronomio – ha voluto che l’educazione non fosse solo affar suo, ma che intervenissero un padre e una madre. Allora, l’educazione è un’arte che si esercita in modo complementare, corale, con una comunità che agisce insieme».

Un’analisi che è partita proprio da quanto affermato nel Convegno ecclesiale nazionale di Firenze “Priorità ineludibile è la formazione degli adulti, o meglio degli educatori, perché prendano in mano la propria primaria responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni, curando anche la propria formazione personale (autoformazione)”. Ma gli adulti, oggi, non sono più quelli di una volta: «Le generazioni nate tra il 1946 e il 1964 (chiamata baby-boomers per l’elevato aumento della natalità) e tra il 1964 e il 1980 (chiamata “Generazione x”) – esordisce don Matteo – si sono “rimbecillite” (secondo il significato latino del temine “imbecille”, che vuol dire privo di bastone, che occorre per affrontare i territori scoscesi dell’umano), si sono disallineate dalla realtà avendo completamente riscritto il modo di stare al mondo, ponendo delle condizioni che rendono i gesti educativi quotidiani praticamente impossibili».

Del resto, è stato lo stesso Sigmund Freud ad affermare che “Nessuno ha potuto scegliere i propri genitori” e che, quasi al termine della sua vita, “Quello dei genitori è un mestiere quasi impossibile”. Ma che cos’è l’educare?: «È qualcosa di estremamente meraviglioso – spiega il teologo -, davvero divino, perché significa che all’interno di un rapporto di dipendenza dei figli nei confronti dei genitori, emerge un concetto di autonomia “Io, genitore, lavoro su di te affinché tu, grazie a me, non abbia più bisogno di me”. Un concetto divino che anche il Dio cristiano sceglie per manifestarsi all’uomo. Anche Dio vuol fare il genitore, perché è la cosa più potente che possa esserci».

Gli insegnanti e i delegati dei Consigli pastorali parrocchiali presenti

Ma il rapporto educativo, secondo l’esperto, fa sì che si creino delle ambivalenze, con i figli divisi tra la voglia di libertà e la paura di non avere più nessuno che si occupi di loro e i genitori, divisi tra la voglia di libertà e la paura di non avere più qualcuno che abbia bisogno di loro: «Il nostro modo di intendere la vita e di essere adulti – spiega il professor Armando Matteo – ci rende sempre meno capaci di affrontare il compito educativo, perché siamo sempre meno disponibili ad accettare il tempo in cui non ci sarà più bisogno di noi, ad accettare la nostra scomparsa, ad accettare il nostro invecchiamento. Non abbiamo più questa capacità di guardare in faccia la realtà».

Secondo le statistiche, a detta degli italiani, si smette di essere giovani a 59 anni mentre si diventa vecchi a 83 anni: «Ma – denota ironicamente don Armando Matteo – noi abbiamo una speranza di vita media di 82 anni e sei mesi, quindi in teoria diventeremmo vecchi sei mesi dopo la morte. Se invece dovessimo calcolare l’età adulta tenendo conto delle determinazioni sociologiche, si smette di essere giovani a 34 anni e si diventa vecchi a 65. Ma, per la nostra idea, siamo adulti tra i 59 e i 65 anni, sarebbe quindi nell’arco di quei sei anni che i figli dovrebbero venire al mondo per incontrare un adulto!».

E qui che avviene il disallineamento dal reale, considerando anche il numero degli adulti esistenti (16 milioni sono quelli nati tra il ’46 e il ’64, mentre sono 15 milioni quelli nati tra il ’64 e l’80), con il fenomeno degli adulti “diversamente giovani”: «Siamo tantissimi – evidenzia Matteo -, oltre 31 milioni di persone strane con cui i giovani hanno a che fare. Eppure tra questi c’è voglia di crescere, ma è complicatissimo che ciò avvenga oggi, perché è altrettanto complicato spiegare a una “ragazza” di 50 anni che quando il lato B tende verso altre lettere dell’alfabeto, certi jeans non si possono più mettere! Ed è sempre complicato spiegare a questi coetanei papà giovanotti, che non possono andare in giro indossando l’ultimo modello di scarpe griffate e pensare di essere autorevoli».

Don Armando Matteo, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Urbaniana di Roma

Eppure, siamo nati per assumere il mestiere dell’adulto: «Che è la cosa che avviene a 35 anni – ricorda lo studioso -, quando si smette di chiedersi cosa l’altro possa dare a me si inizia a pensare a cosa io posso dare all’altro. Secondo la logica psicoanalitica, l’adulto è una persona capace di dimenticarsi di sé in vista dell’assumere la cura di altri. Ma questo modello è stato completamente rinnegato dalle generazioni a cavallo tra il ’46 e il ’64 e quella tra il ’64 e l’’80, anche a causa di fenomeni come l’emancipazione femminile o la ricerca farmaceutica, che hanno portato al centro dell’umanità il concetto di restare giovani per sempre. Giovinezza intesa come fascino, sensualità, irrevocabilità permanente di ogni scelta. Insomma, giovinezza diventa uguale a “Viagra”, intesa come possibilità meccanica di attestare sempre la propria potenza di vita».

Questo cambiamento mette in crisi l’azione educativa: «In questo contesto – riflette lo scrittore – non guardiamo più al bambino come un soggetto che ha bisogno di essere educato. Del resto, mediamente, oggi un adolescente di 12 anni ha un papà di 52 anni e una mamma di 48. Ma se il papà, per il nostro concetto di età adulta, ha ancora sette anni a disposizione prima di diventare adulto e la mamma ha ancora 11 anni davanti e se tutti dicono a loro, che si vestono da giovani, “Ma quanto sei giovane!”, allora questi vedranno il loro figlio dodicenne come si vede un ovulo appena fecondato, un neonato, con tutto quell’immaginario protettivo che questo concetto si porta dietro. È qui che entra in azione il genitore “Lysoform”, che sterilizza il contesto di vita del figlio affinché non cresca mai. Ma educare significa anche correggere, mettere alla prova, saggiare, soffrire. Non si può far crescere nessuno senza prima fargli sperimentare l’esperienza della sofferenza, non è possibile! Ma il diversamente giovane non ha lo spazio per contenere il dolore che l’azione educativa produce».

Invece, a detta dell’esperto, dovrebbe esserci una testimonianza di vita ordinaria che trasmette ai giovani il concetto “Lì dove sono io, sarai anche tu”: «Ma oggi per essere uomini bisogna essere come loro – accusa don Armando Matteo – e se loro sono nativi digitali, noi diventiamo idioti digitali. I giovani diventano loro i maestri, l’immagine, e il messaggio che gli diciamo è “Non crescete mai”. Questa è la perversione nella quale ci troviamo, dovuta a questa perdita di generatività, a questa perdita di desiderio che la vita continui anche dopo di noi, che ci siano altri a godere della vita in pienezza».

E allora cosa fare per invertire questa pericolosa tendenza: «C’è da aiutare il mondo degli adulti – propone il teologo calabrese – a scoprire la bellezza di diventare adulti. La vera gioia è proprio quella di incarnare fino in fondo l’esperienza dell’essere genitori e della responsabilità. Un concetto che può essere trasmesso attraverso l’immagine del genitore-ponte, perché un adulto all’altezza della sua verità è un ponte tra i figli e il mondo. Senza gli adulti il mondo non avrebbe figli e senza la nostra mediazione, il mondo non passa in mano ai figli. La religione ci dice che la vita sulla terra è importante, ma è solo il primo tempo e il figlio appena arrivato ci ricorda che dovremo morire. C’è poi la figura del genitore-allenatore, che sa reggere alla conflittualità e alla capacità di mediare tra volere bene e volere il bene. Il genitore che vuole far crescere il figlio sa che, spesso, per volere il bene del figlio dovrà non volergli, apparentemente, bene. Anche la Bibbia ci dice che i genitori non devono essere amati, il quarto comandamento dice “Onora il padre e la madre”, non “Ama”. E poi il genitore dev’essere poeta, insegnando al figlio ad apprezzare quello spazio vuoto, quella mancanza che esiste tra l’esistenza fisica e il proprio io. Uno spazio vuoto che cresce lentamente e va riempito con la musica, con l’arte, con la poesia, con il volontariato, con la politica, con tutte quelle esperienze che ci permettono di superare il visibile. Siamo in una società dove vale solo ciò che si vede e si vende, ma la verità dell’umano è precisamente in ciò che non si vede e in ciò che non si vende. Per essere uomini e avere la vita eterna, dunque, è necessario avere una mancanza».

L’arcivescovo Valentinetti durante i lavori del convegno

Un intervento, questo, da cui è scaturita la riflessione dell’arcivescovo Valentinetti: «Papa Francesco nell’Evangelii gaudium – ricorda il presule – vede la parrocchia come di un ospedale da campo. Ma in quello dell’arcidiocesi di Pescara-Penne c’è un solo reparto, la Pediatria. Non c’è cura per gli anziani, non c’è cura per gli adulti, facciamo addirittura fatica a fare un cammino educativo per chi si sposa. Facciamo otto incontri, quando va bene, con lo psicologo, il ginecologo/a, l’avvocatoChe ci dobbiamo fare? Serve la Parola di Dio, con la riscoperta della fede, del camino di fede e dell’identità di quello che uno è, di quello che uno vuole, assumendo poi quella capacità di dimenticanza per poter donare. Questa necessità della catechesi per gli adulti la ripeto da anni, ma passa con fatica, si fanno i percorsi di catechismo per comunione e cresima e, a quel punto, i ragazzi se ne vanno».

Da qui la necessità di riproporre un percorso formativo per gli adulti: «Se non ripartiamo dal principio fondamentale che abbiamo una società di adulti diseducata – esorta monsignor Tommaso Valentinetti -, per non dire ineducata o maleducata, non ne verremo a capo e i cammini di fede devono essere più dentro questa logica, che poi Papa Francesco ha tradotto in quella che nell’Evangelii gaudium chiama nuova evangelizzazione. Perché in questa esortazione apostolica è vero che qualche volta si parla di giovani, ma si parla sostanzialmente di persone adulte che devono ricevere l’annuncio della fede. E voi mi direte “Ma le persone non vengono in parrocchia”. È vero, non vengono, ma noi non li andiamo neanche a cercare. Cioè manca quel famoso uscire, prima parola del cammino quinquennale dopo il Convegno di Firenze. Ci siamo rintanati nelle nostre belle parrocchie, facciamo le nostre belle messe con abiti liturgici ricercati, ma la fede non c’è, non viene fuori, non si esprime, non educa, non è educata, non è trasmessa. Possiamo pensarle tutte per portare avanti il catechismo dei ragazzi, ma poi il principio educativo è in mano ai genitori, alla scuola. Quanto tempo passano con i ragazzi? Un’ora la settimana, quando va bene. E il resto? Qual è il cammino educativo che vivono nella dimensione scolastica, familiare, del divertimento e del gioco? Ciononostante, da qualche parte dovremo cominciare, altrimenti finirà male!».

Ma un’occasione per tornare a coinvolgere i giovani in un cammino di fede si presenterà con la canonizzazione della figura di un giovane come il Beato Nunzio Sulprizio, che avverrà in piazza San Pietro a Roma domenica 14 ottobre: «Dovremmo ripercorrere seriamente la vita di questo giovane – invita l’arcivescovo di Pescara-Penne -, anche lui ha sofferto nella sua vita, e ripresentarla ai nostri giovani nel modo appropriato. Pensate alla sua esperienza del non avere una famiglia, dell’essere sfruttato sul lavoro. Tutti temi importantissimi ed attuali. Per questo, il 14 ottobre a Roma, dovremo essere tanti alla canonizzazione. Ho già detto ai vicari foranei di raccogliere le adesioni, io ho 3 mila biglietti a disposizione».

Inoltre, l’arcidiocesi di Pescara-Penne si preparerà a questo importante appuntamento dedicando un Oratorio sacro al Beato Nunzio, che avrà luogo venerdì 5 ottobre alle ore 21 in Largo Monsignor Italo Febo a Pescara. Per l’occasione, verrà suonato anche l’inno dedicato al prossimo santo composto da monsignor Marco Frisina. Tra l’altro, ad un mese dalla canonizzazione, domenica 11 novembre sarà il Santuario del Beato Nunzio Sulprizio, a Pescosansonesco, ad ospitare una speciale messa di ringraziamento.

Roberto Ceccarelli, sociologo e insegnante di religione

Tornando ai lavori del convegno, venerdì mattina è stato il professor Roberto Ceccarelli, sociologo e insegnante di religione presso il Liceo Scientifico “G. Pellacchia” di Cassino, a rispondere alla domanda “Come educare”?: «Educare – sottolinea l’esperto – è una comunicazione di sé, del proprio modo di rapportarsi al reale. Dunque l’educare è un problema dell’essere, non del fare». E a tal proposito, secondo il sociologo, la prima domanda che l’educatore deve porsi è “Io chi sono?”: «I giovani che ci guardano – ricorda il professor Ceccarelli –, percepiscono tutto e si fanno un’idea».

Ma allora, come educare?: «Non è solo una questione di tecniche da adottare – denota l’insegnante -, perché queste azioni devono nascere innanzitutto da un soggetto adulto che abbia coscienza del proprio destino e sappia prima di tutto ascoltare i ragazzi aiutandoli, nella gradualità e nella serenità, a trasformare i sogni di oggi nella realtà di domani». L’educazione, infine, non può essere presa come un semplice compito da assolvere: «Altrimenti – avverte Ceccarelli – si farà sempre fatica. Di fronte, i ragazzi dovranno avere sempre un testimone di vita a cui guardare».

Le riflessioni del convegno, infine, sono state ulteriormente approfondite nei gruppi di lavoro a cui i convegnisti si sono iscritti: educare all’affettività, al digitale, all’eccomi, alla fede, alla bellezza, alla giustizia, alla gratuità, agli stili di vita e alla buona scuola.

Una missione, l’educazione, molto impegnativa e rischiosa per gli educatori ai quali l’arcivescovo Valentinetti ha rivolto ancora un pensiero: «Non voglio scoraggiarvi – ha concluso monsignor Valentinetti, riferendosi al Vangelo della messa conclusiva -, ma voglio pregare affinché possiamo essere delle vergini prudenti, con tanto olio per poter brillare sempre di più e poter abbracciare la fiammella della nostra fede. Fiammelle, queste, che purtroppo, molto spesso, si stanno spegnendo».

About Davide De Amicis (2747 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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