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“La disabilità è solo negli occhi di chi la vede”

"Io - racconta De Beni - non ho raccolto nulla di che dal punto di vista del successo economico che si può trarre dallo sport ma credo di aver acquisito qualcosa di ugualmente importante: la consapevolezza di non essere inferiore a nessuno, nonostante un punto di partenza svantaggiato. Questo modus vivendi mi caratterizza da sempre"

L’altleta torinese si è raccontato alla Porzione.it

Andrea De Beni all'Italian Showdown, alle prese con un deadlift

Noi non siamo i nostri limiti, ma molto di più. Questa, che può sembrare una frase fatta per molti, è una regola di vita per Andrea De Beni.  Trentotto anni, torinese, è affetto da una disabilità congenita dalla nascita che lo costringe, fin da piccolo, a camminare con una protesi. Tale limite però non lo hai mai fermato: ex giocatore di basket, pilota di quad, sposato,  padre di due bimbe, lavora in banca , da un anno e mezzo pratica crossfit: una metodologia di allenamento ideata da Greg Glassman negli anni ’70 in Usa che mixa al tempo stesso discipline come il sollevamento pesi, powerlifting, atletica leggera, ginnastica Artistica. De Beni ha raccontato in esclusiva alla Porzione.it la sua straordinaria storia di vita e sport, in cui la disabilità, è solo una fantastica opportunità quotidiana di crescita e formazione.

 

Da quando avevi due anni cammini con una protesi. Cosa ti è accaduto?

«Il fatto non è che qualcosa sia successo ma, al contrario, cosa non è successo: il mio femore destro, durante la gravidanza, non si è formato correttamente. Non si è praticamente formato per nulla, anzi: si chiama ipoplasia congenita. All’età di circa due anni, con un leggero ritardo sui miei coetanei, ho dato prova di voler camminare, seguendo più l’istinto primordiale che abbiamo dentro di noi, che non le mie reali potenzialità. I miei genitori, in quel momento che dall’esterno, a così tanti anni di distanza dev’essere stato incantevole e drammatico allo stesso tempo, hanno semplicemente deciso che era arrivato il momento di farmi costruire la mia protesi. E così è stato e così ho iniziato, a modo mio, a muovere i miei primi, zoppicanti, passi».

Com’ è stato all’inizio il rapporto con il tuo limite? Ti sei mai sentito un ‘diverso’?

«Se per diversità intendiamo qualcosa che si discosta “lateralmente” dalla normalità e che quindi è una sorta di ‘altra normalità’, allora la risposta è no. Io non mi sono mai sentito diverso; mi sono però spesso sentito inferiore. Mi sembrava di essere sempre ‘dietro’ gli altri, di doverli inseguire, di vivere nella consapevolezza di non essere mai adeguato, pronto, forte, in qualche modo utile. I primi anni di vita, fino al triennio delle medie, per intenderci, li ho vissuti con un velo di imbarazzo e di vergogna verso me stesso, verso il mio corpo così difficile da accettare; mi sono identificato con la mia gamba, io ‘ero’ la mia gamba più piccola dell’altra, delle altre».

Lo sport in che modo ti ha aiutato ad abbattere certi tipi di muri? Perché?

«Lo sport è un linguaggio. Quando pratichi uno sport si parla attraverso i gesti tipici di quella disciplina. Il nostro carattere emerge attraverso lo sport, è preponderante sull’aspetto fisico, è uno dei modi migliori che abbiamo al giorno d’oggi per comunicare sia tra di noi sia tra popoli e generazioni differenti. Nello sport io ho visto la possibilità di annegare la mia disabilità in un contesto in cui questa spariva, in cui non era più motivo di imbarazzo. Nel mio caso è stato il basket il mezzo per questo fine, ma avrebbe potuto essere qualsiasi altro sport. Nel basket, se fai canestro e hai una gamba sola o sei bianco, nero, mancino, alto, basso o con l’apparecchio per i denti, conta solo il fatto di aver fatto canestro. I compagni si fidano di te, te la passano e tu segni, e gli avversari ti rispettano e cercano di impedirti di segnare. Le differenze, quindi, svaniscono, perché non c’è carità, non c’è buonismo, non ci sono sconti, è la vita vera. Sono felice che oggi come oggi, proprio lo sport sveli più di altri contesti l’animo umano e lo porti alla ribalta attraverso i potenti mezzi di comunicazione di cui siamo dotati: una partita, una gara, una competizione, possono raccontare, di un essere umano, più di una vita intera. Io ho trovato me stesso, nello sport, ho iniziato a non pensare più alle mie mancanze ma semplicemente a divertirmi, a fare amicizie, e ne è nato un viaggio bellissimo, iniziato a 13 anni e mai sopito: finché il mio corpo me lo permetterà, per me non ci sarà niente di più appagante che fare sport. Famiglia a parte, s’intende».

Nel tuo cammino quanto ti ha aiutato il fatto di non aver mai avuto ‘sconti’ da nessuno, nonostante la disabilità? Perché?

«Lo sport mi ha aiutato a comprendere che le cose belle vanno sudate a prescindere dalla propria condizione di partenza. E’ un mondo pieno di esempi in cui madre natura ha fatto tutto il possibile, e poi il cervello non ha accompagnato e lo sportivo di turno si è trovato a raccogliere le briciole delle proprie potenzialità. Io non ho raccolto nulla di che dal punto di vista del successo economico che si può trarre dallo sport ma credo di aver acquisito qualcosa di ugualmente importante: la consapevolezza di non essere inferiore a nessuno, nonostante un punto di partenza svantaggiato. Questo modus vivendi mi caratterizza da sempre. Ho sempre e costantemente avuto la strada molto poco tracciata davanti a me e proprio per questo l’ho sempre trovata estremamente entusiasmante; così, ogni risultato è diventato un’esperienza appagante. Oggi so che ogni cosa va conquistata con la fatica, quindi la fatica non è più un limite per raggiungere il risultato ma un percorso, un viaggio, un’esperienza che mi dona forza quanto o forse più del risultato stesso».

Sei una persona ironica nei riguardi della tua disabilità? Perché?

«I miei primi 13 anni li ho vissuti nella vergogna e nel senso di inadeguatezza, prendendomi forse troppo sul serio. L’ironia è un mezzo che uso quando ho bisogno di mettere tutti davanti al fatto compiuto che per me, la mia condizione fisica, non è un problema. E se non è di imbarazzo per me, non può e non deve esserlo per gli altri. L’ironia sgombra subito il campo: è un modo per dire ‘l’handicap sta negli occhi di chi lo guarda’ e se io, che ce l’ho, non lo vedo come un limite ma come una caratteristica, non vedo perché debba vederlo tu come un limite al nostro piacere di stare assieme. Ora, io non penso assolutamente che l’handicap non sia un limite e che, anzi, sia un’opportunità divina per raggiungere profondità altrimenti irraggiungibili: credo però che ridere sulla mia camminata o giocare con le parole che riguardano piedi e gambe sia un modo anche valorizzare un po’ meno un qualcosa che, altrimenti, tende a caratterizzarci un po’ troppo. Io ritengo di essere composto da un milione di cose, da mille passioni, emozioni, atti, gesti, caratteristiche, pregi e difetti e vorrei che questa mia caratteristica fisica valesse ‘uno’ tanto quanto tutto il resto, proprio in virtù di quella volontà di discostarmi dall’idea iniziale che avevo di me stesso: io ero la mia gamba, oggi sono anche ben altro. Quindi, giochiamoci su».

Adesso pratichi regolarmente  Crossfit: è uno sport per tutti? In una precedente intervista, hai dichiarato che adori sentirti limitato. In che senso?

«Quando mi sono riferito ai limiti, l’ho fatto non per forza riferendomi all’handicap. Ognuno di noi ha dei limiti. Se non sono fisici, sono caratteriali, emotivi, attitudinali, sociali… Bene, io penso che per crescere come esseri umani, ci si debba dare l’opportunità di fare, ogni tanto, qualcosa in cui non si è bravi per nulla. Qualcosa in cui si sa di dover crescere, in cui si sa di essere molto inclini al fallimento, all’insuccesso. Perché lavorare sulle nostre ‘comfort-zone’ è facile: lì il successo è quasi assicurato. Credo che il CrossFit sia in grado di pormi in un ideale angolo del ring ogni volta in cui entro al box: mi sento spesso inadeguato rispetto al wod che viene assegnato, ai carichi, alla tecnica. E so che se voglio migliorare me stesso, ci devo provare, mi devo ancora una volta mettere alla prova: ogni tanto mi va bene e ogni tanto mi va male ma non esco mai sconfitto, male che vada ho imparato come non fare una cosa. I miei primi mesi di CrossFit sono stati caratterizzati dalla costante proposta di movimenti ‘impossibili’. Quante volte mi sono detto: “no, io questa cosa non riuscirò mai a farla!”. E invece, oggi, ho praticamente tutte le skill a disposizione, dopo un anno e mezzo di CrossFit. Perché ho la testa dura e lavoro più volentieri su quelle skill che non vogliono entrare piuttosto che su quelle in cui mi sento a mio agio e così, alla fine, iniziano ad entrare anche quelle. Il CrossFit fa bene a livello fisico ma credo che possa essere una chiave vincente soprattutto a livello mentale: trovo impagabile la spinta emotiva data dalla classe e dai coach e trovo sia ai massimi livelli la risposta motivazionale che ti dà rispetto alla percezione di noi stessi. La ‘botta’ che ti dà il raggiungimento di un piccolo o grande obiettivo quotidiano si riversa automaticamente in tutto quello che facciamo: significa maggiore autostima sul lavoro, significa essere un padre più autorevole in casa, significa saper gestire meglio un contraddittorio, significa semplicemente sapere di aver fatto cose ben più difficili nel wod rispetto alle sfide quotidiane che la vita ci propone, permettendoci così di superare queste ultime con slancio e semplicità. Quindi, in definitiva, il CrossFit è,a mio modo di vedere,per tutti da un punto di vista fisico e motorio. Non è per tutti quelli che vogliono tutto e subito e preferiscono le scorciatoie,ammesso che esistano, ad un viaggio quotidiano fatto di limiti, fatica, sudore, abnegazione e piccoli, grandi, successi».

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