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Approvato il nuovo Messale romano: cambiano Padre nostro e Gloria

"La liturgia, hanno evidenziato i vescovi, coinvolge l’intera assemblea nell’atto di rivolgersi al Signore: "Richiede un’arte celebrativa capace di far emergere il valore sacramentale della Parola di Dio, attingere e alimentare il senso della comunità, promuovendo anche la realtà dei ministeri. Tutta la vita, con i suoi linguaggi, è coinvolta nell’incontro con il Mistero. In modo particolare, si suggerisce di curare la qualità del canto e della musica per le liturgie"

Lo ha deciso l’Assemblea generale della Cei dopo un cammino preparatorio lungo 16 anni

L'Assemblea generale straordinaria della Cei terminata oggi in Vaticano

L’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana ha approvato la traduzione italiana della terza edizione del Messale Romano, a conclusione di un percorso durato oltre 16 anni. In tale arco di tempo, si legge nel comunicato finale dell’Assemblea generale straordinaria della Cei (che si è svolta in Vaticano da martedì ad oggi), vescovi ed esperti hanno lavorato al miglioramento del testo sotto il profilo teologico, pastorale e stilistico, nonché alla messa a punto della “Presentazione” del Messale, che aiuterà non solo a una sua proficua recezione, ma anche a sostenere la pastorale liturgica nel suo insieme.

Nell’intento dei vescovi, infatti, la pubblicazione della nuova edizione costituisce l’occasione per contribuire al rinnovamento della comunità ecclesiale nel solco della riforma liturgica. Di qui la sottolineatura, emersa nei lavori assembleari, relativa alla necessità di un grande impegno formativo. In quest’ottica «si coglie la stonatura di ogni protagonismo individuale, di una creatività che sconfina nell’improvvisazione, come pure di un freddo ritualismo, improntato a un estetismo fine a se stesso».

La liturgia, hanno evidenziato i vescovi, coinvolge l’intera assemblea nell’atto di rivolgersi al Signore: «Richiede un’arte celebrativa capace di far emergere il valore sacramentale della Parola di Dio, attingere e alimentare il senso della comunità, promuovendo anche la realtà dei ministeri. Tutta la vita, con i suoi linguaggi, è coinvolta nell’incontro con il Mistero. In modo particolare, si suggerisce di curare la qualità del canto e della musica per le liturgie».

Per dare sostanza a questi temi, si è evidenziata l’opportunità di preparare una sorta di «riconsegna al popolo di Dio del Messale Romano», con un sussidio che rilanci l’impegno della pastorale liturgica. Il testo della nuova edizione sarà ora sottoposto alla Santa Sede per i provvedimenti di competenza, ottenuti i quali andrà in vigore anche la nuova versione del Padre nostro (“non abbandonarci alla tentazione”) e dell’inizio del Gloria (“pace in terra agli uomini, amati dal Signore”).

About Davide De Amicis (2772 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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  1. L’assemblea generale della Cei ha, di recente, approvato la traduzione italiana della terza edizione del Messale Romano, nella quale sono contenute alcune modifiche al Padre nostro ed al Gloria: in particolare, nel Padre nostro, la frase: “non ci indurre in tentazione” viene modificata in: “non abbandonarci alla tentazione” e, nel Gloria, la frase: “pace in terra agli uomini di buona volontà” è sostituita da: “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”.
    La modifica della frase del Padre nostro (”non ci indurre in tentazione”) è stata giustificata dalla necessità di renderla più chiara e comprensibile dato che la stessa si presterebbe ad un’errata interpretazione, attribuendo a Dio la possibilità di “indurci in tentazione”: lo stesso Papa Francesco, riferendosi a tale frase, ebbe a dichiarare (nel dicembre 2017) che: ”la traduzione è sbagliata, perché Dio non ci può indurre in tentazione”. Invero una simile interpretazione non risulta mai da qualcuno avallata; fin dal primo secolo dopo Cristo, infatti, nella lettera di Giacomo (1, 13), è chiaramente affermato che: “nessuno quando è tentato dica ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato dal male ed egli non tenta nessuno”.
    Individuando il problema da risolvere nel verbo “indurre”, la Cei ha, comunque, ritenuto di poterlo sostituire, nella versione italiana, con il verbo “abbandonare”: tale operazione appare, però, assolutamente arbitraria, dato che il verbo eisfero (nell’originaria lingua greca, nella quale ci sono pervenuti i Vangeli), con una corretta e letterale traduzione risulta tradotto, dapprima, in latino con il verbo induco e, quindi, in italiano con il verbo “indurre”: inappropriata risulta, pertanto, l’introduzione, nella frase come sopra modificata, del verbo “abbandonare”.
    Il problema da risolvere potrebbe, invece, essere ricercato più semplicemente nel termine “tentazione”, se inteso nel solo senso di istigazione a compiere il male, laddove la tentazione può ricorrere anche nel caso in cui il male lo si subisce: ciò può accadere in presenza di gravissime disavventure che, per incapacità di sopportazione, può spingere chi le subisce ad abbandonare la fede in Dio.
    D’altra parte il termine greco peirasmòn (tradotto in italiano: tentazione) è correttamente traducibile anche in “prova” e tale termine darebbe un chiaro senso alla frase in questione, dato che, se è vero che Dio non ci tenta come farebbe il demonio, può metterci sicuramente alla prova per rafforzare la nostra fede e permetterci di scegliere: l’invocazione a Dio Padre di “non indurci in tentazione” assumerebbe, pertanto, il significato di richiesta di non sottoporci a prove che non saremmo capaci di sopportare, similmente all’analoga richiesta dello stesso Gesù Cristo (“Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”; Lc. 22, 42).
    Quanto, poi, all’altra modifica all’inizio del Gloria, con la sostituzione della frase: “pace in terra agli uomini di buona volontà”, con la frase: “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”, la stessa appare priva di una valida giustificazione ed, apparentemente, ispirata (per la sola soppressione dell’inciso “di buona volontà”) ad un ulteriore avvicinamento, fortemente voluto da Papa Francesco, alla dottrina luterana della Giustificazione, secondo la quale la salvezza si consegue “Sola Fide”, a nulla rilevando la cooperazione dell’uomo con le sue buone opere.
    Concludendo, come qualcuno ha autorevolmente affermato, “entrambi i cambiamenti sono un ‘attentato’ ai meriti con cui la creatura può conquistare la vita eterna, nonché sono l’introduzione alla nuova teologia rahneriana, che spiega che non dobbiamo pensare di cercar di meritar qualcosa, tanto Gesù ci ha già salvati tutti e non ci dobbiamo preoccupare più perché ci ama tutti…”

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