Ultime notizie

“Usciamo dai nostri schemi e prepariamo l’avvento del Regno di Dio”

"Fratelli - ammonisce l'arcivescovo Valentinetti -, il tempo del disimpegno, del disinteresse, di una Chiesa addormentata, rifugiata nel piccolo cantuccio, la Chiesa che continua a vivere solo le sue devozioni (cose sante e cose belle), è una Chiesa destinata ad essere giudicata così come fece lo Sposo con le vergini in ritardo “In verità vi dico, non vi conosco”

Lo ha affermato lo scorso 13 dicembre l’arcivescovo Valentinetti, pronunciando la Lectio divina d’Avvento nel Santuario della Divina Misericordia

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, pronuncia la Lectio divina d'Avvento

Nell’anno in cui l’arcidiocesi di Pescara-Penne riflette sul verbo educare, tratto dai cinque verbi del Convegno ecclesiale nazionale 2015 di Firenze, la lectio divina d’Avvento dell’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti – nel Santuario pescarese della Divina Misericordia – è stata dedicata al tema “Gesù, maestro ed educatore”, esaminando alcuni versi del capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Se c’è un testo evangelico dove appare maggiormente che Cristo è nostro educatore – premette il presule – è il Vangelo di Matteo, perché è scritto con un intento ben preciso, ovvero dimostrare che Gesù era il compimento delle profezie, Colui che realizzava tutto ciò che nell’antico testamento era stato detto. E Gesù stesso si arroga questo diritto di dimostrazione, riempiendo il Vangelo di Matteo di tanti discorsi, come quello sulla montagna. Del resto, questo Vangelo è diviso in cinque sezioni, composte da una prima parte d’insegnamento e da una seconda narrativa. In questa occasione ho voluto presentare il discorso escatologico, perché nel tempo di Avvento ci dispone a riflettere su quello che è il tempo del ritorno del Signore nella gloria».

E il discorso escatologico si compone di due elementi: «Il tentativo – spiega l’arcivescovo di Pescara-Penne – di descrivere con parole umane quello che potrebbe essere la dimensione del ritorno di Cristo nella gloria. L’altro elemento importante è il giudizio, perché in realtà un giudizio ci sarà, ma qui è importante chiarire il discorso che nessuno di noi sa come sarà, in base a quale parametri verrà attuato e quanto verrà compensato dalla misericordia e quanto quest’ultima sarà compensata dalla giustizia». Dunque il testo del capitolo 25 dell’evangelista Matteo, preso in esame dall’arcivescovo Valentinetti, si compone di tre parti. Le prime due sono parabole, la terza ed ultima descrive il giudizio:

«7Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». 9Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene». 10Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!». 12Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». 13Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

Da questa primo estratto preso in esame emerge innanzitutto la parabola nuziale: «Il ritorno di Cristo nella gloria – spiega monsignor Valentinetti -, l’avvento del regno di Dio, viene paragonato all’evento delle nozze. La prima cosa importante è la definitività, ovvero le nozze come sono nella realtà che durano o che dovrebbero durare per sempre. Dunque, una realizzazione definitiva di pienezza, piena di gioia, con il Signore che definitivamente possesso della storia umana».

Il secondo elemento è che chi lo attende, potrebbe assopirsi e vivere una situazione in cui questa attesa non è più così presente: «Questa attesa – analizza l’arcivescovo di Pescara-Penne – è quasi obnubilata, quasi che questo arrivo dello sposo non debba mai realizzarsi. Potrebbe essere la nostra situazione personale o comunitaria. Siamo credenti che attendono lo sposo? Siamo una comunità cristiana che attende davvero di celebrare con gioia quelle nozze? Oppure pensiamo che c’è una situazione in cui si può andare avanti normalmente perché questa attesa, almeno per adesso, non verrà compiuta? Forse, una di quelle cose che manca veramente alla comunità cristiana oggi è la propria tensione escatologica, la tensione di questa attesa. Tensione che invece contraddistingueva la prima comunità. Infatti San Paolo diceva che lui il ritorno di Cristo lo voleva vedere da vivo e diceva anche che non avrebbe avuto nessun vantaggio su coloro che erano morti, ma lui lo voleva vedere da vivo e avrebbe voluto che quel regno si fosse stabilito realmente al più presto. Sappiamo molto bene che sono passati più di 2 mila anni da quando Cristo è risorto dai morti, da quando Cristo ha proclamato questa parola. Ma la nostra comunità, la mia persona, è una comunità, una persona, che attende il Signore che torna ad instaurare quel regno, dove davvero si celebreranno quelle nozze eterne nella gioia? Un discorso, questo, da non confondere con il tema della morte, che è la conclusione della vita di ognuno di noi, perché il ritorno definitivo di Cristo nella gloria è un’altra cosa, è l’instaurazione definitiva del suo regno».

Un terzo elemento di riflessione è poi legato alle vergini: «Che sono – spiega l’arcivescovo Valentinetti – l’immagine della Chiesa che attende, mentre l’olio – spiritualmente – lo si può intendere come la preghiera, la meditazione, la frequenza ai sacramenti. Ma forse l’olio ha qualche altro significato più profondo. Ci sono le vergini che, nel momento in cui hanno compreso il segnale che lo sposo stava per arrivare, si alzano e preparano le loro lampade, ma cinque di loro ci riescono e altre cinque no. Dunque, cos’è l’olio? È la capacità di discernere ciò che sta succedendo, perché l’olio serve per alimentare la lampada e la lampada serve per fare luce e la luce dà la possibilità di capire cosa sta succedendo».

Mentre un’altra caratteristica oggi mancante, nella vita personale e comunitaria della Chiesa, a detta del presule, risulta essere il discernimento dell’ora presente: «Chi siamo – precisa –, dove andiamo, da dove veniamo e qual è la nostra vocazione e il nostro compito, al momento, nella Chiesa. Qual è la capacità di saper capire che ci è dato questo tempo per preparare l’avvento del Regno, questo tempo non un altro per discernere, ma abbiamo bisogno dell’olio. Abbiamo bisogno di fare discernimento, abbiamo bisogno di avere coraggio di fare un discernimento comunitario, che possa essere frutto di un pensare insieme».

Da questo punto di vista, monsignor Tommaso Valentinetti ha individuato un’altra grave carenza: «Ci manca la sinodalità a tutti i livelli – ammette -. Il Concilio Vaticano II ci aveva provato a comunicare alla Chiesa questa dimensione straordinariamente bella della sinodalità, ma essa non è andata oltre la dimensione della collegialità episcopale che pure è una cosa buona e faticosa da raggiungere. Chi decide nelle comunità parrocchiali? Decide il parroco o decide il parroco con i suoi fedeli? Chi decide in una diocesi? Decide il vescovo o decide il vescovo con i suoi consiglieri e i suoi collaboratori? Fratelli, l’olio di cui si parla è veramente la capacità di saper illuminare la storia e le situazioni nel tempo in cui siamo, in attesa che lo sposo venga».

E l’impegno, da questo punto di vista, non può essere parziale come nel caso delle vergini: «La conversione – ammonisce il presule – dev’essere continua, di tutti, e deve riguardare una comunione vera, reale, non fittizia». Un ultimo elemento che emerge, in questa prima parte, è quello della vigilanza: «Perché la risposta alla fine – ricorda l’arcivescovo Valentinetti – è “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora”. Vegliate, siate capaci di stare attenti, di prestare attenzione alle piccole cose, ai piccoli e grandi segni che arrivano. Solo la sposa attenta e amorosa sa aspettare lo sposo che arriva all’ora delle nozze e aprirgli subito, ma se manca l’amore ciò non accade».

Quindi la seconda parte del capitolo 25 del Vangelo di Matteo, dal versetto 14 al versetto 28, al centro della lectio divina d’Avvento:

«14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 21 Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

Qui si evince il tema del giudizio: «Chi non produce – osserva l’arcivescovo di Pescara-Penne – è giudicato male, avrà pianto e stridore di denti, viene buttato fuori. E un altro elemento che spicca sono i talenti, che si possono analizzare mediante una lettura personale e comunitaria. In quella personale, il Signore ci ha dato dei doni, li ho messi a frutto? A ciascuno di noi li ha dati, lo sappiamo bene. Ognuno di noi ha ricevuto carismi particolari per servire la comunità cristiana. Per quanto riguarda la dimensione comunitaria, invece, il Signore dona dei carismi anche alla comunità per metterli al servizio affinché diano frutto, un frutto missionario. Una delle più grosse carenze che stiamo sperimentando oggi, nella Chiesa occidentale, è proprio quella dei missionari ad gentes, che vanno ad evangelizzare nei luoghi non cristiani. Noi abbiamo un sacerdote ogni 2 mila abitanti, una media alta e non per disprezzare gli stranieri, ma abbiamo per la maggior parte dei sacerdoti originari delle nostra zona. Quindi mettiamo a frutto il talento che ci è stato donato, che è stato donato alla Chiesa? Oppure siamo quelli che per natura lo teniamo nascosto, con una fede che non produce più vitalità? Questo è un esame di coscienza che dovremmo farci a partire da me, che sono il pastore di questa Chiesa».

Infine, la terza ed ultima parte dal versetto 31 al versetto 46:

«31 Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

I fedeli presenti alla Lectio divina

È la parte essenzialmente dedicata al giudizio: «Saremo giudicati – ricorda l’arcivescovo – e saremo giudicati sull’amore. E sarà un giudizio imprescindibile, perché chi avrà creduto di fare bene avrà fatto male e chi avrà creduto di fare male avrà fatto bene, perché il parametro di giudizio non è il nostro, ma è del Signore. E il parametro che avrà sarà quello dell’amore. Ho dato da mangiare ai poveri, da bere agli assetati, ho vestito gli ignudi e alloggiato gli stranieri? Mi sono occupato degli ammalati? Dei carcerati? Può essere questo un modo per compiere una lettura personale della nostra vita, ma non può essere solo di tipo personale. Perché, sapete, i poveri, gli assetati, gli ignudi, gli stranieri, i malati e i carcerati non sono solo quelli che conosciamo noi. Ma io posso interessarmi solo di quelli che conosco? Certamente sì, perché sono limitato, ma si tratta di un discorso comunitario che deve farci allargare lo sguardo. E allora chi sono gli affamati? Coloro che non hanno il necessario peri vivere. In Italia, a livello statistico, possiamo guardare a 6 milioni di persone. Veri poveri, molti dei quali non riescono a mangiare tutti i giorni. Ma è questa la visione? O ce n’è una ancora più grande? Quella che San Paolo VI ha utilizzato nella Populorum Progressio, affermando che “il vero nome della pace è lo sviluppo”, ma uno sviluppo integrale dove tutti i popoli possano dire di avere qualcosa da mangiare, possano saziare la loro fame tutti i giorni. Eppure oggi la sperequazione è ancora enorme e i popoli del Sud del mondo soffrono ancora la fame. Noi sprechiamo e loro soffrono la fame. Il 2015 doveva essere l’anno in cui si sarebbe dovuto assicurare almeno l’autosufficienza alimentare a tutti i popoli del pianeta, ma siamo al 2019 e non è stato fatto. Andremo al prossimo appuntamento, nel 2030, e probabilmente non sarà fatto lo stesso. Sono problematiche che non ci riguardano come Chiesa? Ma guardate che questa parola, se la continuiamo ad interpretare solo personalmente, ci giudicherà terribilmente perché alla fine quella schiera di poveri che dall’altra parte staranno ad aspettarci, ci diranno “Ma io avevo fame, mi hai dato da mangiare?” Voi direte “Come faccio a risolvere problemi della vita così complessi?”. Fratelli, il tempo del disimpegno, del disinteresse, di una Chiesa addormentata, rifugiata nel piccolo cantuccio, la Chiesa che continua a vivere solo le sue devozioni (cose sante e cose belle), è una Chiesa destinata ad essere giudicata così come fece lo Sposo con le vergini in ritardo “In verità vi dico, non vi conosco”».

E poi c’è il problema dell’acqua «sempre più privatizzata – denuncia monsignor Valentinetti -, divenendo bene esclusivo di pochi. E noi attingiamo ancora alle risorse idriche, come già non possono più le popolazione del Sud del mondo. La prossima guerra mondiale la faremo per l’acqua». E c’è anche il tema dell’inquinamento delle falde acquifere “Avevo sete e mi avete dato da bere”: «Ma quale sete? – s’interroga l’arcivescovo – Qui fra poco ne avremo tutti, ma sena rimedio!».

A tutto questo si aggiunge il clima pesante che sta circondando il tema dell’immigrazione, “Ero forestiero e mi avete accolto”: «Qui si apre un capitolo che grida vendetta al cospetto di Dio – lamenta il presule – per come nella nostra Italia trattiamo i migranti, ma tutti facciamo finta di niente e pensiamo che siccome qualcuno sta parlando alla nostra pancia, possa avere ragione unicamente perché ci sono delle mele marce. Anche noi, emigrando in Sud America e negli Stati Uniti d’America, avevamo le nostre mele marce. Sapete quanti milioni di immigrati ci sono nel mondo? 250 milioni che girano da una parte all’altra. Vuol dire che c’è un fenomeno che coinvolge Paesi che hanno dei grossi problemi di vita, di sicurezza, d’inquinamento e chiaramente non possono rimanere dove stanno. Ma tutto questo è come se non ci interessasse. Io non voglio dire che si debba fare un’accoglienza indiscriminata, ma occorre una capacità d’integrazione, perché questi fenomeni non ci appartengono essendo sempre avvenute».

E ancora il problema di come vengono curati i malati, «che divengono sempre più – osserva Valentinetti – dei numeri e oggetto di guadagno per l’azienda sanitaria». Infine la situazione delle carceri «sovraffollate e università del malaffare, perché quando si va in carcere è lì che s’impara a delinquere. Mentre dovrebbe essere il luogo della rieducazione della propria vita e della propria esistenza, ma la mentalità è quella di vedere il carcere come uno strumento di punizione. Può essere anche l’espiazione di una colpa, di un delitto, ma dev’essere realmente un luogo dov’è possibile tornare a vivere, perché ogni uomo ha la sua dignità che va rispettata».

È stata questa l’articolata e profonda lettura fatta dall’arcivescovo di Pescara-Penne su questi passi del Vangelo di Matteo: «Se dobbiamo portare olio, mettere a frutto i nostri talenti – esorta il presule – usciamo dai nostri schemi e veramente prepariamo il Regno perché su questi temi, forse, ci sono molti altri fratelli e sorelle i quali, pur non professando la fede cristiana, stanno preparando l’avvento del Regno e forse, quando arriveranno dall’altra parte, ci precederanno a nostra vergogna. Spero di no, che il Signore non ci conceda questa vergogna sul volto, ma che ci conceda misericordia e salvezza».

About Davide De Amicis (2965 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
Contact: Website