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“Se rimetteremo la Parola al centro, troveremo il vento dello Spirito”

"Siamo qui come piccolo “resto” di Chiesa, piccolo “resto” sacramentale nella notte di Pentecoste - sottolinea monsignor Valentinetti -, per comprendere perché da questo effluvio d’acqua viva e di Spirito Santo, possiamo essere mandati anche noi per diventare una Chiesa sempre più capace di conoscere e leggere la profondità della santità. Una Chiesa capace di vivere non la santità dell’effimero, della devozione e basta, non una santità della superficialità, che ci può semplicemente scaldare il cuore e non ci converte. Una santità che ci prenda l’anima, che ci faccia ragionare. Una santità che ci faccia prendere decisioni, capace di essere rivoluzionata così come hanno fatto tutti i santi che hanno operato con la loro vita e con la loro esistenza"

Lo ha affermato sabato l’arcivescovo Valentinetti, presiedendo la veglia di Pentecoste al Santuario di San Nunzio Sulprizio a Pescosansonesco

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne presiede la veglia di Pentecoste

Si è conclusa lo scorso sabato sera, con la veglia di Pentecoste presieduta dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti presso il Santuario di San Nunzio Sulprizio a Pescosansonesco, la novena di Pentecoste che, dal 31 maggio scorso, ha scandito la marcia di avvicinamento alla solennità con otto veglie di preghiera animate dalle varie e associazioni e movimenti ecclesiali presenti in diocesi in altrettante parrocchie: San Nunzio a Congiunti (Collecorvino), San Michele Arcangelo a Montesilvano colle, San Nunzio a Pescara, Santi Cosma e Damiano a Caprara di Spoltore, San Sebastiano a Villareia di Cepagatti, Assunzione della Beata Vergine Maria ad Alanno e Beata Vergine Maria delle Grazie a Torre de’ Passeri.

In occasione della veglia conclusiva, dunque, l’arcivescovo Valentinetti ha esordito ponendosi la domanda “Cosa siamo venuti a fare qui, su questo colle incantevole per natura, affascinante per il suo silenzio ed emanante santità per la presenza di San Nunzio?”: «Io sono salito su questo colle – afferma – per lasciarmi ancora una volta rapire dal mistero dello Spirito che brilla nella santità. Sono salito per contemplare con voi quell’acqua viva che sgorga ancora tanto forte da chi si è abbeverato alla sorgente dello Spirito, dal cui grembo sgorgheranno fiumi d’acqua viva. Siamo qui come piccolo “resto” di Chiesa, piccolo “resto” sacramentale nella notte di Pentecoste, per comprendere perché da questo effluvio d’acqua viva e di Spirito Santo, che sgorga dalla vita di San Nunzio Sulprizio, possiamo essere mandati anche noi per diventare una Chiesa sempre più capace di conoscere e leggere la profondità della santità. Una Chiesa capace di vivere non la santità dell’effimero, della devozione e basta, non una santità della superficialità, che ci può semplicemente scaldare il cuore e non ci converte. Una santità che ci prenda l’anima, che ci faccia ragionare. Una santità che ci faccia prendere decisioni, capace di essere rivoluzionata così come hanno fatto tutti i santi che hanno operato con la loro vita e con la loro esistenza».

I fedeli presenti al Santuario di San Nunzio Sulprizio

Una rivoluzione alla portata di tutti: «Se dentro di noi facciamo spazio allo Spirito – sottolinea il presule –, se dentro di noi realmente allarghiamo gli spazi di questa presenza e facciamo sì che possa agire non impedendola, non frenandola, non ponendo i vincoli della prudenza e dell’opportunità che le situazioni e le circostanze possono imporre alla nostra vita».

Partendo da questo presupposto, l’arcivescovo Valentinetti ha rivolto un appello a tutti i fedeli: «Fratelli e sorelle – esorta -, è il tempo che ci lasciamo rapire da un vento potente dello Spirito Santo, quello della Pentecoste che ha invaso il cenacolo trasformando i cuori di uomini e donne pavidi e insignificanti fino a quel momento, ma che diventano annunciatori di un Vangelo che arriva fino agli estremi confini della terra e dura nei secoli attraverso nelle preghiere dei figli e delle figlie, affinché il Regno possa venire presto in mezzo a noi».

Un vento, quello dello Spirito Santo, che ci “rapisce” alla luce della Parola: «Solo la Parola – sottolinea monsignor Valentinetti – è portatrice dello Spirito e può essere quella che trasforma la nostra vita e che ci rende protagonisti di una Chiesa, la quale molte volte ci sembra addormentata o che forse ci sembra insignificante dentro i nostri territori e la storia, che qualche volta letture pessimistiche ci fanno vedere incapaci di continuare ad evangelizzare. Ma non è così. Se la Parola la rimettiamo al centro della nostra storia personale, al centro delle nostre comunità, al centro delle nostre associazioni e dei nostri gruppi, noi certamente troveremo il vento dello Spirito, ma non solo. Troveremo le lingue di fuoco, quel fuoco che brucia ed è capace di purificare tutto ciò che è insignificante o tutto ciò che è vecchio, che non serve, che possiamo buttare tra le cose che non hanno più senso e intraprendere strade nuove, secondo il volere di Dio e non secondo il nostro volere e secondo le logiche di una santità che ci rivoluzionerà».

Nella seconda parte della sua omelia, l’arcivescovo di Pescara-Penne ha poi espresso quattro pensieri, uno per ogni lettura inserita nella veglia di preghiera a partire dal brano del libro della Genesi dedicato alla torre di Babele (11, 1-9): «Essa cade – spiega il presule – perché è costruita su di un principio di autoaffermazione personale e non è questo che il Signore vuole. Babele è stata costruita per un principio d’orgoglio, perché con essa si voleva sfidare Dio. L’unità di Dio non è questa, ma è raccogliere i brandelli, raccogliere i perduti, vivere sempre e costantemente le logiche dell’inclusione, dell’integrazione. L’unità di Dio è non guardare con sospetto il fratello, ma apprezzarne le doti e accoglierlo così com’è. Sapere che da solo non riusce a salire ai piani alti della torre, perché magari ancora nessuno è riuscito a prenderlo per mano per fargli gustare la bellezza di un’aria pura e la bellezza di una fraternità che non ha nessun interesse personale, ma è essenzialmente dono della vita. E su questa unità che la Chiesa, la nostra Chiesa, si dovrà costruire. Allora spazio agli ultimi, ai non credenti, ai non praticanti, spazio a tutti quelli per cui Gesù è venuto, “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Non son venuto a chiamare quelli che sono vicini, ma quelli che sono lontani”».

Il secondo pensiero ha invece preso spunto dalla seconda lettura, tratta dal libro dell’Esodo (19, 3-8a.16-20b): «Che cosa siamo venuti a cercare nella nostra Chiesa? – interroga l’arcivescovo Valentinetti – Siamo venuti a cercare la fedeltà, specchiandoci nella fedeltà del Signore. Dio aveva promesso al popolo d’Israele di liberarlo dalla schiavitù d’Egitto. Dio mantiene le sue promesse e chiede al popolo d’Israele di mantenere le sue. E finalmente, sul Sinai, tutto questo accade. Alleanza e amicizia tra Dio e l’uomo. E finalmente l’uomo, grazie a questa fedeltà di Dio, non ha più paura di Lui che è un Dio fedele fino in fondo e non si nasconde mai. Sì, forse appare con le vestigia di onnipotenza e può farci paura. Ma dietro quelle grande manifestazione di onnipotenza, c’è quella semplicità e quella povertà di un Dio che poi, dopo il Sinai, salirà su di un altro monte, il Calvario. E lì l’insignificanza di Dio, diventa la forza e la potenza di una fedeltà che non conosce limiti e non conosce confini. Siamo pronti a ridare tanta fedeltà? Siamo pronti a fare questo cammino? Siamo pronti ad uscire anche noi dai nostri grandi Egitti? O forse, costantemente, rimpiangiamo “la pentola delle cipolle e delle patate”? Quando stavamo bene, quando stavamo meglio dentro un’unità dove tutto era codificato, dove tutto era preciso? Non è più così fratelli, il tempo è cambiato, la strada è diversa. È la strada di un Dio che va cercando e mendicandola fedeltà da noi, perché forse lo abbiamo già incontrato almeno una volta nella nostra vita».

L’arcivescovo Valentinetti si raccoglie davanti alle reliquie di San Nunzio

Il terzo pensiero l’arcivescovo l’ha invece tratto dal libro del profeta Gioele (3,1-5): «“Effonderò il tuo Spirito – cita monsignor Tommaso Valentinetti – e diventeranno profeti i vostri figli e le vostre figlie”. Ecco cosa siamo venuti a cercare per la nostra Chiesa, il coraggio di evangelizzare, lo sporcarsi le mani nell’evangelizzazione, il rischiare nell’evangelizzazione. Il rischiare, forse, vie nuove, il rischiare vie che apparentemente non pagano. Il rischiare con coraggio la possibilità di ridire il Vangelo, con la certezza che tutto questo non è opera nostra, che questa ricerca, che questo trovare strade nuove, che queste dimensioni di nuova incarnazione nella storia che oggi ci è data da vivere, non è tempo perso e non vogliamo tornare alla pentola delle cipolle e delle patate, perché non serve più a nessuno. Bisogna rinnovare questa capacità di avere la presenza dentro una storia, che ci chiede dimensioni diverse. Papa Francesco l’ha definita nell’Evangelii gaudium “Chiesa in uscita”. Sì, potrebbe essere un slogan che si potrebbe addire alla nostra storia, ma mi piacerebbe più vedere questa idea di Chiesa capace di “parolichìa”, che non è parrocchia ferma, stabile, ma è una parrocchia che sa montare e smontare, perché l’accezione di questa parola “vicino alle case” ci ha fatto costruire dei templi bellissimi, ma serviranno questi templi? A chi serviranno questi templi tra qualche anno? Dovremmo essere più “paroicoi” noi presbiteri e vescovi, pellegrini di strada in strada, di quartiere in quartiere, di città in città, perché lì questa profezia, questo Vangelo si deve reincarnare nella vita delle persone».

Il quarto e ultimo pensiero dell’arcivescovo Valentinetti è stato invece ispirato dalla lettera di San Paolo apostolo ai romani (8, 22-27): «“Tutta la creazione – cita ancora – geme e soffre nelle doglie del parto fino ad oggi”. Facciamo parte di questa creazione. La precarietà, le difficoltà della vita, le situazioni difficili che siamo chiamati ad affrontare. La precarietà degli anziani, dei piccoli paesi, dei territori interni dimenticati da tutti e che si stanno spopolando. La precarietà di un clima che non è più quello che dovrebbe essere, la precarietà di un cibo che non è più quello che dovrebbe essere, la precarietà di sostanze curative che non sono più quelle che dovrebbero essere, l’incapacità di essere sul serio capaci di accogliere i malati e accompagnarli. Si, è una creazione caduca che geme e soffre le doglie del parto. Dentro questa storia abbiamo una grande ricchezza. , lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. E anche se non sappiamo chiedere e anche se non sappiamo ancora quale sarà la storia di un rinnovamento di questa realtà in cui stiamo vivendo, noi sappiamo che lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili e scruta i nostri cuori e sa che cosa desidera lo Spirito, perché interceda secondo i piani di Dio. Questa sera chiedo allo Spirito di farci docili e soprattutto di farci avere la coscienza di essere uomini insicuri. Non uomini di certezza, ma uomini che si fanno tante domande, che si pongono tanti interrogativi. Uomini e donne che, forse, immediatamente non trovano risposte. Che lo Spirito ci dia questa capacità di fermarci dentro una sola sicurezza. La sicurezza di una santità a tutta prova, quella di San Nunzio che può comunicarsi anche a noi per poter essere, così come lui è stato, un piccolo segno, un piccolo seme dentro una storia allora molto difficile, ma anche la nostra storia abbastanza difficile, per poter incarnare l’arrivo del Regno».

About Davide De Amicis (3002 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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