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Pastorale: “In Italia calano i praticanti, ma tiene il sentimento religioso”

"La Chiesa – conclude il sociologo dell’Università di Torino – deve prendere coscienza che non si può più parlare di cattolicesimo popolare parrocchiale, ma allo stesso tempo non si può parlare di fine della cristianità. La sfida non è l’uscita dell’Italia dalla cultura cattolica. Accettare il pluralismo significa riconoscere che vi sono figure cattoliche diverse e pensare a una pastorale per domande di senso diverse tra di loro, come quelle di chi interpreta il cattolicesimo su base etnica e culturale più che spirituale e quelle di una élite formata da persone più attive e con basi di convinzione piuttosto solide"

Lo ha affermato il sociologo Franco Garelli alla 69ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale del Centro di orientamento pastorale

Si è aperta ieri a Villa Immacolata (Torreglia, diocesi di Padova) la 69ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale del Centro di orientamento pastorale (Cop), chiamata a riflettere sul tema “Parrocchia senza preti – Dalla crisi delle vocazioni alla rinnovata ministerialità laicale”: «Al centro del convegno non è il prete – spiega Antonio Mastantuono, pastoralista e vicedirettore della rivista Orientamenti pastorali, aprendo i lavori -,  ma una chiesa in cui il prete si trova ad operare, con le sue prassi e attività, facendo conto su numero minore di presbiteri. In passato tutto era in mano ai presbiteri, la pastorale parrocchiale consisteva in una serie servizi nelle mani del prete, ora questo sta cambiando».

Don Antonio Mastantuono, pastoralista e vice direttore di Orientamenti pastorali

Nelle premesse Mastantuono ha poi posto diversi quesiti per proseguire la riflessione: «Quale presbitero in questa chiesa – s’interroga –, con un numero minore di sacerdoti? Basterà che egli alleggerisca i suoi compiti? Dovrà essere un pastore itinerante da una comunità all’altra? Centrerà la sua presenza saltuaria solo sul celebrare l’eucarestia, magari non tutte le settimane?».

Alcune risposte vengono da altri Paesi europei, come Francia e Germania, che da tempo stanno facendo i conti con le “parrocchie senza prete” e stanno sperimentando diverse tipi di esperienza, come un maggior ruolo per i laici e le parrocchie rurali: «In Italia – racconta il pastoralista – è ormai diffusa l’esperienza delle unità pastorali, insieme di parrocchie che mettono insieme il meglio di se stesse perché in quel luogo possano crescere le comunità cristiane. Ma vi sono anche le équipe di animazione pastorale, ovvero più persone che si pongono a servizio della comunità, una gestione collegiale della comunità. Ma a questi laici, cui viene dato mandato di essere collaboratori dentro la comunità cristiana, che ruolo viene riconosciuto?».

Interrogativi fondamentali a cui si sono aggiunti i dati concreti, sul decremento delle vocazioni sacerdotali, sciorinati dall’ordinario di Sociologia dei processi culturali all’Università di Torino Franco Garelli: «Oggi – illustra – in Italia vi sono 32 mila preti contro i 38 mila del 1990. Negli ultimi tre decenni il corpo sacerdotale si è ridotto in Italia del 16% circa e se si considerano i sacerdoti sotto gli ottant’anni, la riduzione è del 25%. L’età media del clero diocesano è di oltre 61 anni, mentre solo il 10% ha meno di 40 anni. Vi sono però grandi differenze a livello territoriale. La situazione è più critica al nord che al sud, dove le diocesi sono più piccole e più diffusa la religiosità popolare e dove, in controtendenza, il clero è in leggera crescita e sono di più i giovani. Questo rende la Chiesa oggi più “meridionalizzata” che in passato».

Cifre, queste ultime, aggiornate a maggio 2019 e fornite dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero: «Sono dati problematici – commenta Garelli -, ma anche interessanti per cogliere le sfide che attendono la Chiesa. Quanto pesa nelle scelte della Chiesa il fatto che più di un terzo del clero abbia più di 70 anni, un quinto oltre gli 80?».

Di particolare interesse, per il sociologo, è lo scenario sociale e religioso in cui opera il clero in Italia, come emerge da una recente ricerca non ancora pubblicata sulla religiosità degli italiani: «Si assiste – approfondisce Franco Garelli – ad un aumento del pluralismo religioso, crescono i non credenti, le minoranze religiose e le nuove forme di spiritualità connesse in particolare ai flussi migratori. Ma c’è una relativa tenuta dell’appartenenza cattolica e oggi è molto più impegnativo dichiararsi cattolici rispetto ad anni fa. A questo contribuisce anche l’incremento dei cattolici di origine straniera».

Franco Garelli, sociologo dell’Università di Torino

Del resto, a fronte del calo della pratica religiosa (solo il 22% pratica settimanalmente), tiene invece in Italia il sentimento religioso: «Oltre il 60% degli italiani – conferma il sociologo dei processi culturali dell’Università di Torino – dichiara di avvertire la presenza di Dio nella propria vita, oltre il 50% nelle vicende della propria esistenza vede Dio che vuole comunicare qualcosa. Ben il 28% dichiara di avere ricevuto una grazia. La sfida per il clero e per la Chiesa è quindi se la parrocchia è una formula datata, se ha ancora il suo ruolo di legame sociale. Se 25 anni fa l’80% degli italiani riteneva importante il ruolo della parrocchia, oggi lo dice poco più del 50%».

Tra l’altro sono sempre di più i cattolici resi tale da un’eredità ricevuta e non da una scelta forte e personale: «È in forte crescita, circa il 40% – osserva Garelli -, il numero di chi si dichiara cattolico per educazione e cultura più che per fattore spirituale o religioso. Ci sono i cattolici praticanti e “quelli di famiglia”, che maturano cioè l’identità cattolica per il legame con la tradizione, perché è meglio avere radici religiose e culturali che non averne. È un’area che esprime una grande domanda di senso e su cui alcuni politici stanno investendo».

Da questo scenario è emersa una conclusione importante: «La Chiesa – conclude il sociologo dell’Università di Torino – deve prendere coscienza che non si può più parlare di cattolicesimo popolare parrocchiale, ma allo stesso tempo non si può parlare di fine della cristianità. La sfida non è l’uscita dell’Italia dalla cultura cattolica, anche se è in forte crescita la parte della popolazione ai margini o estranea alla proposta cattolica. Accettare il pluralismo significa riconoscere che vi sono figure cattoliche diverse e pensare a una pastorale per domande di senso diverse tra di loro, come quelle di chi interpreta il cattolicesimo su base etnica e culturale più che spirituale e quelle di una élite formata da persone più attive e con basi di convinzione piuttosto solide».

About Davide De Amicis (2944 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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