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D’Annunzio a Fiume: considerazioni su un esperimento

Quest'anno ricorre l'anniversario dell'avventura dannunziana a Fiume. Cosa è successo e cosa rimane oggi.

U. Boccioni, "La città che sale"

E il Comandante-come si faceva chiamare- decise di affacciarsi al balcone, ancora una volta, l’ultima volta, per parlare alla sua gente; ma quel balcone non gli dava più quell’ energia che lo aveva guidato nell ’ultimo anno, quando aveva rappresentato il simbolo di una vittoria, di uno schiaffo a uno Stato e a dei politici incapaci di ascoltarlo, che avevano preferito una «vittoria mutilata», anziché accettare la volontà del popolo e alla sua voglia di rivincita, ma soprattutto di inchinarsi al suo Vate. Era stanco quella mattina del 18 gennaio del 1921, aveva voglia solo di tornarsene a Venezia, per riposare e poi riscrivere -per l’ennesima volta- la parte da recitare in quel palcoscenico del «vivere inimitabile», di cui era l’unico attore protagonista.

Gabriele d’Annunzio quel giorno lasciò Fiume e tutto ciò che aveva rappresentato: un vero melting pot, in cui si poteva ritrovare un po’di tutto: «il nazionalismo e il militarismo più esasperati, la crociata mondiale degli esclusi al banchetto di Versailles [dove le forze vincitrici della Prima Guerra mondiale si riunirono per discutere il nuovo assetto geopolitico, ndr] […], in una simbiosi tra destra e sinistra che non poteva avere diverso né migliore destino» (P. Chiara, Vita di Gabriele d’Annunzio, p.360).

Ma come è nata l’ inedita esperienza fiumana?  Riepiloghiamo brevemente.

Nel 1919 l’Italia era uscita dalla Grande Guerra non vedendo soddisfatte le sue richieste di annessione della città di Fiume, già assegnata in precedenza alla Croazia col Patto di Londra del 1915. La richiesta pressante di annetterla -e quindi di contravvenire a quanto stabilito a Londra- nasceva tra l’altro anche dalla presenza sul suolo fiumano di una maggioranza di cittadini di nazionalità italiana. A ciò si univa un forte risentimento della popolazione italiana nei confronti del Governo presieduto prima da Orlando e poi da Nitti, che si trovava in condizioni disastrose a causa di una economia in recessione; così come dei reduci dal conflitto mondiale, che non avevano viste mantenute le promesse di corpose ricompense.

La richiesta dell’allontanamento dalla città dell’esercito italiano da parte degli Alleati portò alcuni gruppi di militari di stanza nella cittadina dalmata a chiedere l’intervento di d’Annunzio e il poeta dopo alcuni tentennamenti decise di partire alla testa delle truppe di dissidenti. La Marcia di Ronchi, il 12 settembre 1919 lo portò in città, senza aver sparato neanche un colpo.

L’esperienza fiumana durò in totale quindici mesi.

 L’obiettivo iniziale era quello di fare pressione sul governo italiano affinché si dedicasse a modificare quanto stabilito a Versailles; ma poi divenne qualcosa di più: una sorta di esperimento di una rivoluzione che poteva dare il via ad altre rivolte, su scala internazionale.

Il Vate ha considerato questa sua avventura come: «la più bella dopo la dipartita dei Mille» (R. De Felice, Carteggio d’Annunzio-Mussolini, p.10); sicuramente può essere considerato un tentativo, un qualcosa di nuovo rispetto a quanto si era visto in Occidente fino a quel momento (Cfr. M. Ledeen, D’Annunzio a Fiume).

Ma quanto di ciò che storicamente è lì accaduto deve essere parte di una «memoria», cioè di qualcosa che serve «a rimettere in discussione l’oggi» (M. Balzano, Le parole sono importanti, 37)? Domanda a cui non è certamente facile rispondere; ma si può tentare una prima distinzione -qui, assai parziale- tra un’ eredità formale e un’ eredità sostanziale dell’esperienza di Fiume: o meglio, tra quanto l’esperimento dannunziano abbia lasciato dal punto di vista degli atteggiamenti e dei modi di intendere l’azione politica; e in che misura abbia poi raggiunto i suoi scopi iniziali.

La forma: come ricordano Sabbatucci e Vidotto, ad esempio, da lì proviene un certo modo di comunicare tra la folla e il leader politico, fatto di formule, rituali collettivi e dialoghi diretti (Cfr. G. Sabbatucci-V.Vidotto, Il mondo contemporaneo, 311), tipico anche della politica odierna. Così come fu una delle prime prove di una «politica del consenso», tutta tesa a cercare di guadagnare l’approvazione delle folle o ad orientare l’azione politica in base alle situazioni; in tal senso è significativo quanto Mussolini scriveva a d’Annunzio dopo pochi giorni dall’entrata nella città fiumana: «la massa operaia simpatizza colla causa di Fiume […]. Dall’aumento di tiratura [del suo giornale, Il Popolo d’Italia, ndr] posso giudicare la temperatura del pubblico» (Carteggio D’Annunzio-Mussolini, 14).

La sostanza: il governo fiumano nel 1922, sotto la pressione di fascisti, repubblicani ed ex legionari venne sciolto e il visionario d’Annunzio: «che nei suoi proclami e nei suoi discorsi aveva promesso solennemente di morire perché tra Fiume e l’Italia restasse per sempre il suo cadavere, lasciò trattare dai delegati della città un accordo di sgombero che con belle parole e risonanti apostrofi liquidava l’impresa fiumana» (Vita di Gabriele d’Annunzio, 359).

L’esperimento fiumano finì così: rapidamente e con pochi riscontri sul piano internazionale.

About Luca Mazzocchetti (28 Articles)
Nato il 2 luglio del 1985. Studia Lettere moderne all'Università "G. D'Annunzio"di Chieti e poi Didattica dell'italiano come L2 e LS presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere nella sede di Pescara della stessa Università. Ora alla Scuola vaticana di biblioteconomia. Docente di Metodologia presso l'ISSR "G. Toniolo" di Pescara e direttore della biblioteca "Carlo Maria Martini" dell'Arcidiocesi di Pescara - Penne.