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Vocazione: “È ciò che fa l’uomo e lo umanizza, nessuno ne è escluso”

"Se invece il vivere è senza vocazione - ammonisce Enzo Bianchi -, diventa intollerabile. Se la vocazione non diventa mestiere di vivere, allora si permane in una situazione frammentaria, ‘liquida’, sfilacciata, che non consente un cammino di autentica umanizzazione"

Lo ha ricordato oggi Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, nella sua prolusione al XXVII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa

Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose

«La vocazione riguarda sempre un soggetto, una voce, un impulso, una forza che chiama e dunque richiede ascolto, adesione e risposta da parte del destinatario a cui si rivolge. La vocazione è un fenomeno intrinsecamente relazionale, sempre collocato nella complessa rete delle relazioni tra il chiamato e gli altri e, più in generale, nella dinamica della storia di una vita». Lo ha ricordato stamani Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, nella sua prolusione al XXVII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa che si è aperto oggi sul tema “Chiamati alla vita in Cristo”.

Bianchi ha iniziato la sua riflessione partendo dalla “chiamata cosmica”: «Cioè – spiega – la chiamata all’esistenza di tutte le creature da parte di Dio. Dio non ha creato le cose solo per fornire all’umanità un proscenio, per gettarle impersonalmente nell’esistenza, ma le ha chiamate per nome. Le creature del cielo e della terra non sono dovute né al caso né alla necessità, ma sono state chiamate all’esistenza dal Dio che le ha volute nella sua libertà e per amore. Per questo, la custodia del creato non fa solo parte della nostra vocazione, ma è con-creazione, perché permette alle creature stesse di rispondere alla chiamata rivolta loro dal Dio creatore».

Successivamente, il fondatore della Comunità monastica di Bose si è posto un interrogativo: “Cosa fare della propria vita per non buttarla, per viverla in pienezza, per trovare senso, anzi il senso dei sensi, fino a farne un’opera d’arte?”. Parlando della “chiamata umana”, Bianchi ha spiegato che: «La vocazione – afferma – è ciò che fa l’uomo e lo umanizza, perciò è vocazione umana singolare e universale al contempo, vocazione dalla quale nessuno è escluso, anche se nella propria libertà chiunque si può rifiutare di ascoltarla e di accoglierla. Ogni umano, in quanto tale, sente in sé, nelle sue profondità più segrete, nel santuario della sua coscienza accessibile a lui solo, una chiamata, un impulso, un desiderio a uscire da se stesso per essere capace di responsabilità, dunque di rispondere alla chiamata rivoltagli dalla vita. Solo così – ha proseguito – si può cogliere che la propria vita è unica, che non ve ne sarà un’altra a disposizione, e che per questo va vissuta in una forma ‘sensata’, una forma che acconsenta alla salvezza».

L’ex priore di Bose ha poi richiamato l’importanza sul fatto che «questa vocazione umana va generata, custodita, temprata e confermata da ogni persona, ma anche da quanti sono in relazione con colui o colei che è chiamato a fare della sua vocazione il mestiere di vivere».

Da qui anche un ammonimento: «Se invece il vivere è senza vocazione, diventa intollerabile. Se la vocazione non diventa mestiere di vivere, allora si permane in una situazione frammentaria, ‘liquida’, sfilacciata, che non consente un cammino di autentica umanizzazione».

C’è dunque, secondo Enzo Bianchi, una vocazione umana alla vita, a “poter essere”, che deve abitare ogni persona: «Così – sottolinea – nasce la responsabilità verso gli altri e verso il mondo, così si attua la missione che è sempre realizzazione della vocazione, sempre risposta alla chiamata».

Nell’ultima parte del suo intervento, il monaco ha approfondito il concetto di vocazione cristiana: «Non è un’altra vocazione – precisa -, ma si innesta sul cammino di umanizzazione in cui si è capaci di ascoltare la voce della coscienza».

Soffermandosi sulla “chiamata cristiana”, dopo aver parlato di “chiamata cosmica” e “chiamata umana”, Bianchi ha sottolineato come «la vocazione essenziale dei cristiani è quella ricevuta nel battesimo ed è vocazione unica, anche se possiamo definirla in diversi modi: vocazione alla santità, alla vita in Cristo, alla pienezza della carità, alla beatitudine».

Ma qualunque siano l’itinerario percorso e le tappe compiute, «Ciò che è decisivo – osserva il fondatore della Comunità monastica di Bose – è il compimento di un passaggio dalla dissomiglianza alla conformità. Si tratta di compiere un esodo pasquale. Il cristiano che accetta di “camminare secondo lo Spirito” (cf. Gal 5,16) – ha spiegato – acconsente a questa sua pasqua in cui offre la sua vita nella carne come sacrificio vivente, come culto secondo il “Lógos” (cf. Rm 12,1), e così si ritrova quale figlio vivente della stessa vita di Dio. Credere all’amore di Dio è la condizione alla quale si deve pervenire per iniziare la seconda tappa del cammino: la sequela del Signore. Sequela perché il Signore Gesù Cristo ci precede e ci propone di seguirlo».

Ciò con una chiamata che: «Non è mai generale – conclude -, impersonale, né tanto meno può essere motivata da un progetto o da una risposta a urgenze, pure buone, emergenti nell’oggi della Chiesa o della società. La vita umana del cristiano coincide con il vivere l’esistenza umana di Gesù. Il cristiano vive questa sequela nella luce della resurrezione del suo Signore vivente per sempre, vincitore sulla morte e sul peccato».

About Davide De Amicis (2964 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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