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“La liturgia è il luogo della trasfigurazione ad opera del Signore”

"Una bella liturgia, sobria e partecipata - conclude l'arcivescovo Valentinetti - esprime una vita convinta di fede, una vita bella di ricerca e in cammino, sperando di poter credere, ci dà la possibilità di esprimere una liturgia vera. In questa strada bisogna tutti rimetterci alla scuola di Gesù, ridiventando discepoli"

Lo ha affermato il monaco di Bose Fratel Goffredo Boselli intervenendo, dal 6 al 7 settembre, al convegno pastorale diocesano “Trasfigurare, voce del verbo”

L'arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti con il monaco di Bose Goffredo Boselli

«La liturgia è il luogo della trasfigurazione». Lo ha affermato il monaco di Bose e giurista Fratel Goffredo Boselli, che venerdì 6 e sabato 7 settembre scorsi è intervenuto al teatro Circus di Pescara al convegno pastorale diocesano dal tema “Trasfigurare, voce del verbo”, approfondendo il quinto e ultimo verbo emerso dal Convegno ecclesiale nazionale di Firenze del 2015.

Un appuntamento introdotto dalla lectio brevis curata dal direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose Giuseppe Toniolo, Padre Roberto Di Paolo, che ha approfondito la vicenda biblica della trasfigurazione di San Paolo: «La sua – osserva Di Paolo – è stata molto più di una conversione, la vita di San Paolo cambia completamente. La luce dell’esperienza di Damasco trasfigura tutta la sua vita, il suo presente, il suo passato e il suo futuro. L’esperienza di Damasco non è stata magica, in quel momento è cambiato il rapporto fra lui e Gesù. È stata questa esperienza a sconvolgere, a travolgere tutto il resto, lasciando emergere domande fondamentali per ogni essere umano “Cosa posso conoscere?”, “Cosa devo fare?”, “Cosa posso sperare?”. In quel momento è Dio ad accompagnare la vita di San Paolo, invitandolo a proseguire il cammino per Damasco».

L’intervento di Fratel Goffredo Bosellli, monaco di Bose

Quindi la meditazione di Boselli: «Trasfigurare la realtà della nostra vita – spiega il monaco – non è il risultato della nostra volontà, della nostra capacità, delle nostre strutture ecclesiali, delle nostre attività e impegni, ma è azione del Signore. Trasfigurare è opera dello Spirito Santo, la trasfigurazione è il Vangelo in atto nelle nostre vite. Non siamo noi a trasfigurare, è il Signore che trasfigura la nostra vita. In questo senso, la liturgia è il luogo in cui la comunità cristiana ascolta la Parola di Dio che plasma la nostra mente, il nostro cuore, per poterci trasfigurare. È il luogo dove ci nutriamo del pane eucaristico e questo pane nutre la nostra vita, trasfigurandola ad immagine della vita di Gesù e facendo della vita della Chiesa il corpo di Cristo».

Facendo questa premessa, il monaco di Bose si è quindi soffermato sui tre compiti che la Chiesa italiana si è data, in merito al verbo trasfigurare, al Convegno di Firenze. Il primo riguarda il rinnovamento liturgico del Concilio Vaticano II, in quanto sia una realtà in atto e non alle nostre spalle: «Perché – illustra il manco Goffredo Boselli – il Concilio è un evento che continua ancora oggi a generare novità nella liturgia, così come in tutta la vita della Chiesa. Perciò, nella sintesi del Convegno di Firenze si è detto “Dobbiamo continuare a camminare senza incertezze e ripensamenti sulla via tracciata dalla riforma liturgica conciliare”. Questo monito significa che dobbiamo essere abitati dalla consapevolezza, 50 anni fa così come oggi, che dal rinnovamento della liturgia è passato e passerà il rinnovamento della Chiesa. Ciò significa essere coscienti, pastori e laici, che la liturgia compresa e vissuta come celebrazione ed eloquenza della fede, è il termometro della vita di una comunità cristiana, di una comunità parrocchiale. Non ci può essere, infatti, una liturgia affaticata, svogliata e abitudinaria e una vita parrocchiale dinamica. Nel bene e nel male la liturgia è un’epifania della comunità, per la semplice ragione che liturgia e vita della comunità sono lo specchio l’una dell’altra. Certo, la vita di una parrocchia non si esaurisce nella liturgia, ma essa rivela ciò di cui la comunità parrocchiale vive realmente. La qualità della liturgia rivela la qualità della fede di una comunità cristiana».

Il secondo impegno che la Chiesa italiana ha assunto al Convegno di Firenze è che a celebrare e a pregare sia una Chiesa in uscita: «Questo impegno – sottolinea Goffredo Boselli – è stato consegnato perché non si può nascondere il timore che, se compreso in modo distorto, l’invito evangelico di Papa Francesco di una Chiesa in uscita possa far pensare che tra la Chiesa in preghiera e la Chiesa in uscita possa esserci una contrapposizione, con la prima rivolta al suo interno con liturgia e sacramenti e la seconda impegnata ad uscire. No, la Chiesa che celebra è la stessa che va verso le periferie esistenziali. Non ci può essere contrasto e opposizione tra Chiesa in preghiera e Chiesa in uscita, perché una Chiesa che prega è già in se stessa una Chiesa missionaria, altrimenti non celebra il Vangelo, ma celebra altro perché il Vangelo è in se stesso una realtà che invia, che manda. E per questo vorrei riflettere sulla necessità per le nostre parrocchie e le nostre assemblee liturgiche, di essere autentici spazi di ospitalità. Per la Chiesa la prima missione è quella di essere aperta, accogliente, per vivere quella santità ospitale che tanto ha segnato l’umanità».

Il terzo compito assegnato dal Convegno ecclesiale di Firenze è quello di far vivere l’umanità della liturgia: «L’umanità di Cristo – osserva il monaco di Bose – è sorgente per l’umanità della liturgia. Ecco, io credo che in questi ultimi anni un certo numero di teologi, di biblisti, ma anche di pastori e laici particolarmente consapevoli delle profonde trasformazioni, antropologiche, sociali, culturali, che stanno avvenendo nella nostra società occidentale e stanno progressivamente maturando la convinzione che l’esperienza di fede cristiana è chiamata già adesso, ma lo sarà di più nei prossimi decenni, a declinarsi innanzitutto come cammino di umanizzazione. Oggi, a più di 50 anni di distanza dal Concilio Vaticano II, giungiamo a toccare con mano la verità e la portata profetica delle affermazioni contenute nella costituzione conciliare “Gaudium et spes”, dove si legge “Chiunque segue Cristo, uomo perfetto, diventa anche lui più buono”. Ecco, sarà nella qualità umana della vita dei singoli credenti, come dell’umanità vissuta all’interno della comunità cristiana, che nei prossimi decenni si giocherà la credibilità e l’eloquenza del messaggio cristiano. L’umanesimo evangelico, nella sua profonda complicità con l’umano autentico, rappresenta il presente e soprattutto il futuro del cristianesimo dei paesi occidentali. Così la comprensione del cammino di fede, oggi sembra sempre più orientarsi nella direzione che essere cristiano significa diventare pienamente uomo e pienamente donna alla sequela di Gesù Cristo. “Egli – dice l’autore della lettera ai colossesi – è l’immagine del Dio in missione, non solo perché l’umanissima vita di Gesù ci svela il suo essere figlio di Dio, ma perché è nella sua profonda umanità che Egli rende visibile l’invisibile Dio”. La verità evangelica della figura di Cristo ci dice che Dio, senza l’uomo Gesù, non solo è impensabile ma per noi cristiani è anche non credibile, dal momento che nel cristianesimo non sta confessione della verità di Dio senza l’umanità di Cristo. Perché Dio non lo conosciamo attraverso idee, teoremi, dottrine e speculazioni, ma attraverso l’umanissima vita di Gesù di Nazareth».

I fedeli al convegno pastorale diocesano

Inoltre la liturgia rivolge il suo sguardo agli ultimi: «La celebrazione eucaristica – ricorda il monaco – è il luogo della fraternità chiamata a diventare solidarietà, dove i bisognosi sono i primi nelle considerazioni e nella carità di noi cristiani. Sì, l’eucaristia è il più alto magistero dell’umanità, perché nella frazione del pane c’è racchiuso un realismo umano altissimo. Quel realismo che ci ricorda che non possiamo ricevere in modo innocente il pane di vita, senza condividere il pane per la vita. Tutta l’umanità racchiusa nel gesto dello spezzare il pane e condividerlo svela, al tempo stesso, tutta la disumanità del gesto non compiuto e dunque del rifiuto di spezzare il pane e condividerlo con chi è affamato. Ogni volta che nell’eucaristia si spezza il pane è memoria del gesto di Gesù, ma è la memoria anche di tutte le volte che noi rifiutiamo di spezzare il pane con chi è nel bisogno. Non possiamo non riconoscere che, in questi ultimi anni, la Chiesa di fronte al fenomeno della migrazione ha mostrato di essere cosciente che celebrare con consapevolezza una liturgia umana, altro non significa che prendere coscienza e tradurre nei fatti che la nostra fede eucaristica ci chiama ad assumere anche una responsabilità eucaristica, a vivere un’etica eucaristica che consiste in una rinnovata forma di solidarietà, di fraternità e dunque di un’umanità più profonda nei confronti dei bisognosi. Non si può celebrare ogni domenica l’eucaristia e pensare di poter giustificare, e tantomeno approvare, atti di vera e propria disumanità verso immigrati che muoiono di fame e di sete. Ma ne va anche del riconoscimento della loro dignità umana, perché negare il pane e l’acqua è negare la dignità. Ecco, dunque, il senso umano della liturgia. È il Cristo che nell’eucaristia ci viene incontro con l’umanità dei poveri, con la fame e con la sete dei miserabili che approdano sulle nostre coste, che varcano i nostri confini. La nostra richiesta nel mondo a favore dell’accoglienza e dell’integrazione delle etnie e dei popoli. Una protesta contro l’enorme fossato di disuguaglianza che oggi polarizza le nostre società. Una chiamata ineludibile all’ospitalità e alla convivialità contro ogni esclusione, segregazione ed emarginazione. Affermandolo con parresia (verità) evangelica, la Chiesa italiana sperimenta oggi l’anomala situazione di essere profetica non solo nei confronti della società italiana ed europea ma, cosa del tutto inaudita, di essere anche profetica al suo interno, anche nei confronti dei suoi stessi fedeli, di un certo numero di coloro che formano le nostre assemblee eucaristiche domenicali. Ma ricordiamolo, non è possibile essere umani quando celebriamo i riti ed essere disumani quando usciamo dalla chiesa».

Sulla stessa linea l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, che ha tratto le conclusioni della due giorni: «Certamente – commenta il presule – non spetta alla Chiesa trovare soluzioni politiche per questo fenomeno che, attenzione, non riguarda solo l’Italia e l’Europa, ma riguarda il mondo intero perché oggi si calcola che la questione migranti coinvolga 250 milioni di persone nel mondo. Migranti dal Sud al Nord, dall’Est all’Ovest. C’è un’immigrazione dal Sud verso il Nord America, c’è un’immigrazione dall’Africa verso l’Europa, c’è un’immigrazione dal Sud-est asiatico verso il Nord-ovest asiatico. Allora il problema è globale, perché c’è un mondo che cammina ancora a marce diversificate e non è più tollerabile. Certamente è discutibile se l’accordo di Dublino possa essere stata la risposta adeguata alla questione migrazioni dal Nord Africa o dall’Africa verso l’Europa e siamo apertissimi a tutte le discussioni di questo mondo demandate a chi, politicamente parlando, deve affrontare la questione. Ma non possiamo chiudere gli occhi, non possiamo chiudere il cuore, non possiamo chiudere la nostra attenzione riguardo al fatto che ci può essere chi gioca sporco sulla vita umana. Ma non perché c’è chi gioca sporco sulla vita umana, noi possiamo chiudere gli occhi sulla vita umana, perché questo è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Bisogna stare attenti a questo discorso, perché la strumentalizzazione politica e il clima d’odio che, molto spesso, viene creato ad arte mette realmente anche i cristiani l’uno contro l’altro. Noi, invece, come Chiesa non possiamo non essere chiari. Oltretutto il nostro compito ha una duplice valenza, profetica e al servizio del povero, perché nel povero c’è la carne di Cristo. Questa è la grande sfida. Capisco che è una sfida di tensione, che ci scomoda, che ci mette in discussione, ma è il crogiolo del nostro essere cristiani oggi, in questo tempo, perché noi saremo sempre dalla parte delle vittime e non di chi sta al potere».

Riguardo infine all’approfondimento sul ruolo della liturgia, curato dal monaco di Bose Goffredo Boselli, l’arcivescovo di Pescara-Penne ha esortato i consigli pastorali parrocchiali presenti a reintrodurre in parrocchia un organismo già in uso in passato: «Era una bella tradizione – ricorda – che nella nostra comunità parrocchiale esistesse un gruppo liturgico. Ora, nel corso della visita pastorale che ho condotto in questi mesi, ho riscontrato che questa bella tradizione è andata perdendosi. Invece sarebbe opportuno che, nelle aree pastorali che abbiamo appena formato o nelle piccole unità pastorali non ancora decretate tali giuridicamente, si possa cominciare a pensare ad un gruppo liturgico non tanto e solamente per fare cose pratiche, come assegnare le letture a messa, ma per esempio per concepire le intenzione delle preghiere dei fedeli affinché non siano disincarnate da quelle proposte sul foglietto. Ve lo dico sinceramente, io quando vado a celebrare messa nelle varie parrocchie il foglietto lo subisco. Nel senso che, non avendo altre attenzioni, viene utilizzato per avere un riferimento alla liturgia. Poi, per quanto concerne la qualità della preghiera dei fedeli ci sono dei canoni da rispettare, che è possibile verificare. Cercherò di far girare per la diocesi un testo, che è stato scritto proprio dalla Comunità monastica di Bose, dal titolo “Celebrare in Spirito e verità”. Tornando alla conclusione, mi interessa molto il ragionamento fatto sulla necessità di non disincarnare la fede dalla vita, non disincarnare la preghiera dalla realtà in cui noi viviamo, non disincarnare la realtà dalla liturgia stessa, ma far sì che queste esperienze e queste evidenze della vita ecclesiale possano realmente camminare insieme. Una bella liturgia, sobria e partecipata, esprime una vita convinta di fede, una vita bella di ricerca e in cammino, sperando di poter credere, ci dà la possibilità di esprimere una liturgia vera. In questa strada bisogna tutti rimetterci alla scuola di Gesù, ridiventando discepoli».

Foto: Gabriele Alfonsi

About Davide De Amicis (3027 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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