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La Fondazione Paolo VI diventa ente del terzo settore

"La nostra Fondazione lavora bene - garantisce l'arcivescovo Valentinetti -, non ci sono pendenze di carattere economico che ci appesantiscono l’anima. Siamo una di quelle realtà virtuose dell’ambito cattolico, i dipendenti possono testimoniare che il 10 di ogni mese ricevono lo stipendio regolarmente. La nostra idea è quella di andare avanti. Nessuna svendita, nessuna cessione, nessuna evidenza che possa far pensare a situazioni difficili. Tra l’altro renderemo pubblici i bilanci"

Lo ha annunciato l’arcivescovo Valentinetti nel corso dell’Open day dei centri di Pescara, Chieti e Penne

La sede del Centro Adriatico della Fondazione Paolo VI

La Fondazione Paolo VI, da sabato scorso, non è più una onlus ma una ente di terzo settore. Lo ha annunciato l’arcivescovo di Pescara-Penne e presidente della Fondazione monsignor Tommaso Valentinetti, a margine dell’open day che ha visto il Centro Adriatico di Pescara, il Centro Sant’Agostino di Chieti e il Centro San Massimo di Penne aprire le porte per visite e consulti medici gratuiti domenica 13 ottobre: «Siamo in un momento di passaggio – spiega il presule -, perché come Fondazione siamo chiamati obbligatoriamente a passare nel terzo settore. La legge lo prevede e, anche se l’obbligo è stato prorogato al 20 luglio 2020, noi intanto ci dobbiamo adeguare. E, come hanno già provveduto a fare altre strutture sanitarie gemelle, anche noi abbiamo provveduto a rifare lo statuto per cui ora la nostra realtà non si chiamerà più Fondazione Paolo VI onlus, ma Fondazione Paolo VI ets (ente del terzo settore)».

In base alla nuova legge, la Fondazione verrà diretta da un consiglio d’amministrazione nominato dal presidente: «In quanto – ricorda l’arcivescovo Valentinetti – chi ha fondato l’opera ha voluto che il presidente nominasse il Cda, che verrà formato da 4 persone ovvero da monsignor Francesco Santuccione (vicario generale dell’arcidiocesi di Pescara-Penne in quanto nominato dal Consiglio presbiterale diocesano), dall’avvocato operativo ad Ortona e Pescara Giuseppe Polidori, dall’agente e consulente immobiliare Antonio Vittilio e dal commercialista e revisore legale di Termoli Antonio De Lellis».

Mons. Tommaso Valentinetti, presidente della Fondazione Paolo VI

Ad attuare le scelte strategiche del Consiglio d’amministrazione sarà il direttore generale. Una carica finora retta da monsignor Tommaso Valentinetti, unitamente a quella di presidente, ma che ora si appresta a cedere: «Per più di un anno mi sono fatto carico io di questo servizio – conferma il presidente della Fondazione Paolo VI -, ma non posso continuare a rivestire entrambi le cariche per non creare confusione tra i ruoli, e poi ho portato a termine l’itinerario di transizione della nostra struttura da onlus ad ente del terzo settore, quindi devo passare la mano. Lo farò nei prossimi giorni, o settimane, quando metterò a fuoco la figura del nuovo direttore generale per poi nominarlo, mantenendo comunque la carica di presidente e di rappresentante legale».

Ma la grande novità del nuovo statuto della Fondazione è l’introduzione di un comitato di gestione, che affiancherà l’attività del direttore generale: «Io – sottolinea l’arcivescovo – sono convinto che una struttura moderna, come quella sulla quale abbiamo riflettuto oggi, non possa essere frutto di una sola persona, ma debba essere frutto di un lavoro di gruppo, come avviene nelle realtà italiane più virtuose. In realtà, già in passato avevo creato tre gruppi di lavoro, che da un anno avevo fuso in una segreteria-staff per avere uno sguardo specifico sulla gestione del personale, che ritengo essere l’aspetto più delicato della vita di una Fondazione. Se il personale non è gestito bene, secondo criteri rispettosi della persona e funzionali della realtà stessa, capite che ci sono problemi».

Il comitato di gestione sarà formato da dipendenti interni alla Fondazione Paolo VI: «Che – precisa il presidente – svolgeranno gratuitamente il loro servizio, così come i membri del Cda e il presidente, che non percepiranno alcun gettone di presenza, perché questo servizio rientra in quella prospettiva di serietà e d’impegno che, come struttura cattolica, vogliamo assumere».

Inoltre, il comitato di gestione agirà sotto il diretto controllo del presidente della Fondazione: «Che lo potrà variare in qualsiasi momento – aggiunge il presule -. Al momento sarà composto da cinque membri, ovvero dal responsabile amministrativo del Centro Sant’Agostino di Chieti Roberto Paolucci, dalla direttrice sanitaria del Centro Paolo VI di Pescara Isabella Di Grottole, dalla responsabile amministrative del Centro Paolo VI e del Centro Adriatico Elisa Di Tillio, dall’assistente sociale Pina Campagna e dal neurologo-internista Armando Mancini, che dopo l’esperienza vissuta alla guida della Asl di Pescara diverrà consulente medico del Centro Madonna del Monte di Bolognano».

Terminato l’annuncio della composizione dei nuovi organi statutari, il presidente della Fondazione Paolo VI ha fatto un’ulteriore precisazione: «Grazie a Dio – sottolinea – la nostra fondazione lavora bene, non ci sono pendenze di carattere economico che ci appesantiscono l’anima. Siamo una di quelle realtà virtuose dell’ambito cattolico, i dipendenti possono testimoniare che il 10 di ogni mese ricevono lo stipendio regolarmente. La nostra idea è quella di andare avanti. Nessuna svendita, nessuna cessione, nessuna evidenza che possa far pensare a situazioni difficili. Tra l’altro renderemo pubblici i bilanci, perché devono essere resi pubblici alla luce del lavoro dei revisori contabili che la legge rende obbligatori per le strutture appartenenti al terzo settore. E oltre al bilancio finanziario, pubblicheremo anche il bilancio sociale dato che nei nostri centri passano 1.000 pazienti al giorno, un numero del tutto rispettabile all’interno della realtà locale. E, infine, vareremo un bellissimo piano industriale, tenendo vicendevolmente conto di quello che anche le altre strutture sanitarie cattoliche fanno. Credo che questa sia una marcia in più che, in qualche modo, avremo tutti insieme».

Nicoletta Verì, assessore alla Sanità della Regione Abruzzo

Infatti lo scorso sabato al Centro Adriatico di Pescara, nell’ambito del convegno dal tema “Il valore e l’impegno delle strutture cattoliche in sanità”, si è riflettuto molto sulla possibilità di adottare nuovi modelli organizzativi che razionalizzino e ottimizzino il lavoro delle enti sanitari ecclesiali. A seguire i lavori non solo dipendenti e manager della Fondazione Paolo VI, ma anche quelli dell’Istituto Don Orione di Pescara, della Casa Madre Ester di Scerne di Pineto e della Piccola opera Charitas di Giulianova. A portare i saluti, oltre al direttore generale facente funzioni della Asl di Pescara Antonio Caponetti, è stata l’assessore regionale alla Sanità Nicoletta Verì che ha dato un annuncio alle strutture sanitarie cattoliche: «Tra non molto – afferma – firmeremo i contratti che vi chiedo di rispettare nei tetti di spesa, per poter portare avanti i progetti in un’ottica di condivisione». E poi ha rivolto un appello ai manager: «Evitiamo i doppioni. Siete più realtà, incanalatevi per patologie, specializzatevi sempre di più».

Sonia Albanese, esperta in management sanitario e cardiochirurga

Un concetto, quest’ultimo, sostenuto anche dai relatori presenti a partire dalla cardiochirurga infantile dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma e specialista in management sanitario Sonia Albanese: «In questo momento di carenza economica alle porte – spiega l’esperta -, bisogna lavorare in sinergia affinché la specializzazione di una struttura diventi un valore aggiunto anche per le altre. Infatti, nelle strutture sanitarie cattoliche non si può non pensare al contratto di rete. Una soluzione organizzativa e innovativa che permette alle strutture di non rinunciare all’autonomia funzionale, muovendosi nel rispetto del bene della collettività. Il contratto di rete è un’opportunità dal punto di vista contrattuale, amministrativo e finanziario di gestire i servizi e dare nuove opportunità di salute condivisa e solidale».

Ma che significa contratto di rete?: «Rete del fare – risponde la dottoressa Albanese -, creare filiere che mettono persone col sapere nella condizione del fare e del fare insieme. Si tratta di una matrice che vede una verticalità di strutture specializzate, che diventa un ibrido in quella che è un’orizzontalità di trasferimento sul territorio. È evidente che la super specializzazione non può essere di tutti, ma se mettiamo insieme delle strutture specializzandosi in delle linee produttive specifiche che fanno acquisire valore a queste strutture, noi possiamo trasferire questo sapere sul territorio e quindi far arrivare un beneficio alla collettività. Quindi dobbiamo avere un accordo, in base al quale due strutture si impegnano a collaborare e a crescere non solo individualmente, ma anche portando innovazione e competitività nell’ambito della produzione assistenziale solidale. È una comunione di scopo per una pluralità di contraenti, ma deve avere una base comune iniziale. Inoltre, il contratto di rete è una sistema aperto all’interno del quale le singole strutture sanitarie possono convergere, uscire e rientrare a seconda delle esigenze del territorio, del periodo o di sviluppo della rete di partenza. Infine il contratto di rete è stipulato mediante un atto pubblico, assicurando una trasparenza e una tracciabilità a livello nazionale».

Don Massimo Angelelli, direttore Ufficio Pastorale della salute Cei

Insomma, la proposta è di creare una partnership tra diverse strutture sanitarie cattoliche, chiamate rispettivamente a collaborare con le altre mettendo a disposizione la propria specializzazione. Un obiettivo non facile da raggiungere in un contesto eterogeneo com’è quello della sanità cattolica: «La sanità – approfondisce don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio di Pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana – si divide in due grossi blocchi. C’è la sanità pubblica, diventata tale in tempi recenti, e c’è la sanità privata divisa in profit e no profit. La sanità privata profit si convenziona con quella pubblica, mentre quella no profit c’era già prima. Il problema è stata collocarla in qualche modo, inserendola in determinati percorsi. La sanità cattolica, in Italia e in Europa, ha una specificità che ha un’origine carismatica. In genere le opere della sanità cattolica nascono da un fondatore, da una spinta locale o una diocesi, e si fanno carico di un bisogno. Ecco perché è una realtà così frammentata e diffusa in maniera difforme sul territorio. Tante situazioni funzionano, altre meno. Questa origine carismatica è un gran bene, perché ha dato spinta alle opere, ma è anche un piccolo male perché nella situazione attuale è difficile raccordarle. È molto difficile avvicinarle, perché nascono tutte con una forte spinta carismatica e identitaria. Sono fortemente radicate sul territorio, ma fanno fatica a relazionarsi e a collaborare con le altre. Prima, giustamente, ci veniva detto “Mettetevi d’accordo per non fare le stesse cose, è inutile moltiplicare l’offerta sul territorio”. Non è facile perché l’opera nasce con quell’obiettivo e fa fatica a ripensarsi. Dunque, più che un problema gestionale abbiamo un problema culturale, non riuscendo a staccarci dal modello che abbiamo ereditato. Il contratto di rete, ad esempio, propone la mobilità delle risorse tra le strutture, ma davanti ad un’ipotesi del genere ci sarebbe una sollevazione perché facciamo fatica ad immaginare che possiamo lavorare insieme».

Ma il contesto economico difficile, con la costante riduzione dei finanziamenti, costringerà le varie strutture sanitarie cattoliche a collaborare: «I soldi sono finiti – avverte don Angelelli – e in pochi anni o riconvertiamo le strutture e troviamo formule di sopravvivenza o non ce la faremo. La realtà è che ogni struttura ecclesiastica è autonoma e risponde dei suoi fabbisogni. Se sta in piedi funziona, altrimenti va semplicemente chiusa. Normalmente ci costringono a chiudere, perché un ente profit ha deciso di spolparci pian piano e portarci allo sfinimento per poi comprarci a due soldi. Ciò accade perché non riusciamo a realizzare questo modello. Se fossimo capaci di fare le cose insieme, saremo meno attaccabili, più solidi, avremo economie di scala più performanti e saremo meno attaccabili. Nessuno ha la soluzione in mano, voi ce l’avete. Ognuno per sé, ognuno per la sua struttura, per le sue capacità e per le sue professionalità. Ognuno può valutare se avvicinarsi all’altro o continuare in questo percorso solitario, con tutti i rischi che questo comporta».

LA FONDAZIONE PAOLO VI NELLA RETE DELLE LE ECCELLENZE NAZIONALI

C’è anche la Fondazione Paolo VI tra i protagonisti del tavolo di coordinamento sull’autismo promosso dall’Ufficio nazionale di pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana. La realtà presieduta da monsignor Tommaso Valentinetti siede accanto ad altri centri di eccellenza nazionale nel campo della riabilitazione e della cura di questo disturbo, tra cui il Bambin Gesù di Roma, il Cottolengo di Torino, la Fondazione Don Gnocchi di Milano e l’Opera Don Guanella di Roma.

Con questa scelta, ancora una volta viene riconosciuto il grande lavoro svolto in questi anni dalla realtà abruzzese che, dopo la diagnosi, è in grado di fornire un intervento plurimo e globale a tutte le fasce di età. Attualmente i servizi erogati in regime di convenzione con le Asl della Regione Abruzzo riguardano ben 360 persone autistiche. Il tavolo di coordinamento, presieduto da don Massimo Angelelli, direttore dell’ufficio della Cei, si è riunito la prima volta lunedì scorso a Roma e si avvale della prestigiosa consulenza del professor Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica e primario di Neuropsichiatria infantile del Bambin Gesù, ma soprattutto tra i più autorevoli conoscitori di questo disturbo del neurosviluppo.

Al centro il professor Stefano Vicari

Ieri mattina proprio il professor Vicari ha fatto visita al Centro Adriatico della Fondazione Paolo VI, per incontrare gli operatori e per effettuare una serie di visite di persone autistiche provenienti dalle sette strutture del gruppo: «Il tavolo di coordinamento – illustra il professor Vicari – ha lo scopo di condividere tra operatori di matrice religiosa buone pratiche sul tema dell’autismo e individuare un comune approccio basato su evidenze scientifiche. Conosco da anni la Fondazione Paolo VI, realtà che sul tema dell’autismo può vantare un ruolo di primo piano a livello regionale e nazionale, grazie al valore clinico e all’apporto scientifico delle sue attività. Per questo, il gruppo abruzzese sarà un interlocutore privilegiato nel tavolo appena istituito in un ambito come quello dell’autismo dove molto è stato fatto ma molto resta da fare. Ad oggi, infatti, si iniziano a conoscere i fattori di rischio, come la presenza di inquinanti in gravidanza, l’età paterna, la nascita prematura, la familiarità e il diabete in gravidanza. La ricerca e la condivisione di conoscenze sicuramente saranno indispensabili per ulteriori passi in avanti».

About Davide De Amicis (3004 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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