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“Per Dante la Divina commedia è mossa dall’amore”

"Dante - osserva l'arcivescovo Valentinetti - era certo che in quella visione bellissima, che è il canto trentatreesimo del paradiso dove lui si rivolge alla Vergine, non ha fatto altro che dire “Qui bisogna trovarsi dei compagni di strada, andiamoceli a cercare nei posti migliori, perché questa Compagna di strada è forse anche meglio di Beatrice”

Lo ha affermato l’attore Antonello Angiolillo, che veste i panni di Dante ne La Divina commedia opera musical, ospite dell’arcidiocesi di Pescara-Penne

L'attore Antonello Angiolillo all'Oasi dello Spirito di Montesilvano colle

«Nella visione di Dante e della Chiesa il paradiso è pieno d’amore, ma tutta la Divina commedia è mossa dall’amore, che è un amore universale. Non è né l’amore per la Chiesa né per una donna, è entrambe le cose insieme». È questo il senso della grande opera letteraria secondo l’attore teatino Antonello Angiolillo, che domenica 3 novembre ha incontrato decine di appassionati all’Oasi dello Spirito di Montesilvano colle nell’ambito di un incontro organizzato dall’arcidiocesi di Pescara-Penne, il quale è stato scelto dal regista Andre Ortis per rivestire proprio i panni di Danti Alighieri ne La Divina commedia opera musical, con le musiche composte da Marco Frisina, che tornerà in scena al Teatro Massimo di Pescara dal 23 al 26 gennaio 2020 all’interno di un nuovo tour nazionale.

Un incontro, quello avuto con un pubblico composto soprattutto dai coristi dei Cori riuniti dell’arcidiocesi di Pescara-Penne, di cui Angiolillo è stato un mattatore assoluto parlando di sé, della sua esperienza professionale e personale, nonché dell’opera musical che lo vede grande protagonista, grazie all’intervista condotta dalla direttrice del coro diocesano Roberta Fioravanti. Dalle sue domande è emersa la grande umiltà e concretezza dell’attore abruzzese, a partire dalla definizione che ha dato del proprio mestiere: «È un lavoro esattamente come gli altri – esordisce -, poi i media lo hanno ingigantito facendolo diventare chissaché».

Non a caso gli attori del cast si sono definiti degli “artigiani”: «, è vero – risponde Angiolillo – e Dante all’epoca non era quello che viviamo noi oggi, ma era un poveraccio esiliato in un posto dal quale non vedeva niente e nessuno. Ce l’aveva con la politica e con la Chiesa, perché si sentiva tradito da esse, quindi era un uomo sull’orlo della depressione e nella Divina commedia si trova in questo stato. Ma tutti noi abbiamo avuto dei momenti drammatici, dovendo rischiare di toccare il fondo per poi risalire. Cosa che noi italiani, come nazione, non abbiamo ancora fatto e quando raschieremo il fondo, probabilmente, si inizierà a ragionare diversamente. Dunque Dante attraversava un momento drammatico nella sua vita, cercando un modo per uscirne e l’unico trovato è stato quello di scrivere, l’unico modo di tirare tutto fuori e di sfogarsi come un boxeur. Infatti, credo che l’opera l’abbia scritta in 2-3 giorni».

Roberta Fioravanti intervista Antonello Angiolillo

Così, a detta dell’artista, con la Divina commedia Dante ha cercato una via di fuga: «Tutti noi abbiamo una sensibilità – approfondisce -, poi c’è chi ce l’ha e la nasconde e chi la coltiva. L’artista coltiva la propria sensibilità, per cui ha dei recettori sempre ben disposti a qualsiasi cosa succeda e quello che ti succede lo traduci in qualcos’altro. Utilizzare la propria sensibilità, mettere in moto la fantasia e farla andare. Dante, in quel momento, cercava di uscire da una situazione drammatica e lo ha fatto attraverso la scrittura vissuta come uno sfogo. Infatti all’inferno, in purgatorio e in paradiso ha messo chiunque, chi gli andava bene e chi non gli andava bene. Noi poi abbiamo solo delle copie trascritte da amanuensi della Divina commedia e quindi, probabilmente, il testo potrebbe avere involontariamente subito anche delle modifiche. E poi ad attribuirle l’aggettivo “divina” è stato Boccaccio, perché in origine era solo “La Commedia”».

Quindi, incalzato dalle varie domande, l’artista ha descritto anche la sua visione di inferno, paradiso e purgatorio, spiegando anche come li ha interpretati nel ruolo di Dante: «L’inferno – osserva – è il luogo del dolore senza fine, in cui l’uomo è prigioniero di se stesso, del proprio peccato e della propria crudeltà. Quello dantesco è pieno di “bella gente”.

Il purgatorio è un percorso di guarigione, un tempo di purificazione. Il purgatorio è un tempo, ha un tempo a differenza dell’inferno e del paradiso che sono eterni. Il purgatorio è un passaggio verso la meta. Belli i personaggi del purgatorio e le loro storie. E il paradiso, per Dante, non è un punto d’arrivo continuando ad essere un cammino di comprensione e trasfigurazione. Ricordiamo l’incontro con Beatrice che anche quello, forse, non è assolutamente come lui se l’aspettava. Anzi, lo mette di fronte alle sue fragilità. Superato questo scoglio, continua per Dante l’immersione nella visione e nella contemplazione di Dio».

Mons. Marco Frisina, compositore

Al termine dell’intervista Roberta Fioravanti ha chiesto ad Antonello Angiolillo cos’abbia trovato Dante, a suo modo di vedere, a termine del suo viaggio: «Credo ritrovi se stesso – afferma -. È partito come uomo confuso, come uomo pieno di paura e arrabbiato verso tutto e tutti, ritrovano poi se stesso. Ritrova una serenità nell’affrontare quello che è un problema che ha in quel momento, credo che per lui sia stata una medicina. Poi il male non è passato, perché ha continuato a vivere in esilio, ma in qualche modo il suo peso si è alleggerito». Un’esperienza, quella di rivestire i panni di Danni ne La Divina commedia opera musical, che per l’attore Angiolillo è stata molto particolare: «Per me che sono un ballerino – confida l’attore –, è stato lo spettacolo fisicamente meno faticoso che abbia mai fatto, ma è quello da cui esco più stanco e devastato per via delle scene di pianto previste dal mio personaggio».

Nell’ambito dell’incontro, durante il quale l’autore ha anche interpretato alcuni brani eseguiti durante l’opera musical, è intervenuto anche il compositore Marco Frisina attraverso un videomessaggio: «Parlare dell’itinerario di Dante – riflette l’autore musicale –, così com’è descritto nella Divina commedia, è una cosa molto particolare perché Dante descrive il suo cammino spirituale, esprime il suo tormento e la sua gioia nel ritrovare la via grazie all’amore che conduce a Dio. È soprattutto l’amore con cui Dio guarda Dante a condurlo attraverso un viaggio terribile, ma pieno di speranza. I cambiamenti della vita sono spesso dolorosi e per Dante questo ha significato l’esilio, la perdita di tutto, il dolore, la sofferenza e la solitudine. Ma proprio in quel momento doloroso Dante scopre se stesso e scopre, attraverso questo viaggio interiore e anche politico, il senso della vita. E il senso della vita è l’amore ed è in questo cammino straordinario che ci invita a leggere la Commedia. Il mio augurio per tutti è di imparare da Dante a viaggiare, a viaggiare nel proprio cuore, a viaggiare verso Dio attraverso la vita, attraverso le gioie e i dolori, ma soprattutto attraverso la fede. Leggere tutto come Provvidenza, che ci conduce alla piena realizzazione della nostra esistenza. Questa realizzazione è l’amore».

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

Ha concluso l’incontro con Antonello Angiolillo l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti: «Siamo in cammino, siamo pellegrini – conclude il presule – e questo pellegrinaggio ha un inizio nel momento in cui siamo stati concepiti nel grembo di nostra madre, ma questo cammino esisteva già prima. È un cammino che, se volete, è misterioso, imperscrutabile, ma esisteva. Un cammino che si realizza in una realtà di vita che non si interrompe, avendo una prosecuzione. Dante ha cercato di immaginare questa prosecuzione, era un desiderio, ma non ci è riuscito perché Dante ha descritto il suo inferno, il suo purgatorio e il suo paradiso e credo che ognuno di noi abbia il suo inferno, il suo purgatorio e il suo paradiso. E attenzione, non in sequenza, ma terribilmente mescolati con momenti della giornata in cui c’è l’inferno, il purgatorio e il paradiso oppure con mesi d’inferno, di purgatorio e di paradiso. E poi saper entrare dentro questi tempi, perché sono tempi e non luoghi. D’altra parte, nel suo immaginario, Dante deve usare per forza la realtà del luogo. Io, ad esempio, immagino quel luogo bruttissimo che lui descrive quando deve entrare nell’inferno o nell’antinferno incontrando gli ignavi “Non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Ma pensando ai luoghi Dante ha voluto pensare ai tempi, facendo delle proiezioni e mettendo all’inferno chi ha voluto mettere all’inferno, al purgatorio chi ha voluto mettere al purgatorio e in paradiso chi ha voluto mettere in paradiso, tutti suoi compagni di viaggio, nessuno escluso. Dante era cosciente che in Ulisse o in Farinata degli Uberti c’era lui e Dante era certo che in Beatrice c’era lui, era in fondo quella dimensione d’amore che lui aveva cercato. Ed era certo che in quella visione bellissima, che è il canto trentatreesimo del paradiso dove lui si rivolge alla Vergine, non ha fatto altro che dire “Qui bisogna trovarsi dei compagni di strada, andiamoceli a cercare nei posti migliori, perché questa Compagna di strada è forse anche meglio di Beatrice”. Credo che questa sia la sintesi».

About Davide De Amicis (3004 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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